Quando Joseph Ratzinger fu eletto Papa, il quotidiano il manifesto pubblicò in prima pagina, insieme alla sua foto, il titolo: “Il pastore tedesco”. Se l’espressione sotto il profilo giornalistico appariva geniale, il suo scopo evidente era diffamatorio e offensivo. Eppure, dietro gli stereotipi del “panzerkardinal”, considerato un conservatore, un reazionario, un custode delle radici medioevali della Chiesa, papa Ratzinger fu veramente un pastore, un uomo mite, innamorato della Chiesa e pronto a darle la propria vita.

Joseph Ratzinger: Rigore Intellettuale e Profondità di Pensiero
Di tedesco, Joseph Ratzinger aveva il rigore, la serietà intellettuale, la profondità di pensiero dei più grandi pensatori che quella terra ha generato negli ultimi secoli. Aveva una lucidità e una semplicità di esposizione senza eguali, dentro e fuori la Chiesa. Joseph Ratzinger fu un brillante teologo e intellettuale pubblico, ma anche un chierico sul trono di Pietro con il coraggio e il gusto dell’impopolarità nell’era del papato iper-mediatizzato.
Egli fu sempre, anche dopo aver lasciato nel 1977 da vicerettore l’Università di Ratisbona per diventare arcivescovo, un professore universitario a riposo profondamente contraddistinto dal modo di parlare e argomentare dell’accademia, un Prof. Dr. Papst cultore e custode del lógos e perciò disarmato e travolto di fronte alla comunicazione di massa in tempo reale dove le immagini contano più delle parole, il titolo più del testo, l’impressione più del contenuto.
Il Percorso Teologico e il Concilio Vaticano II
Il fondamento della sua missione era un granitico "curriculum studiorum". Dopo aver insegnato teologia dogmatica e fondamentale nella Scuola superiore di Filosofia e Teologia di Frisinga, il giovane professore bavarese proseguì l’attività di docenza a Bonn, dal 1959 al 1963, e a Münster, dal 1963 al 1966. A Roma, dal 1962 al 1965, il futuro Pontefice iniziò a incidere sulle sorti della Chiesa universale. A Joseph Ratzinger, l’assise conciliare, più che a imparare il futuro mestiere di vescovo, servì a farsi le ossa come teologo capace di dialogare con la modernità e di accettarne le sfide.
È al Concilio, infatti, che il futuro Benedetto XVI iniziò a proiettare sullo scenario teologico internazionale quella che diventerà poi lo scopo della sua carriera ecclesiale e accademica: mostrare che la fede non è un elenco di proibizioni ma un rapporto di amicizia con il Dio fatto uomo. Il suo motto episcopale "Cooperatores veritatis” (collaboratori della verità) è tratto dalla Terza Lettera di Giovanni. Ratzinger spiegò questa decisione affermando che quelle parole "pareva che potessero ben rappresentare la continuità tra il mio compito precedente e il nuovo incarico: pur con tutte le differenze si trattava sempre della stessa cosa, seguire la verità, porsi al suo servizio».
Per Joseph Ratzinger il vescovo era un “pater familias” e la famiglia una chiesa domestica; i valori familiari sono stati la stella polare della sua intera esistenza e la loro difesa risulta prioritaria nella sua missione. Egli argomentava che "una caratteristica della fede cristiana è quella di avere un contenuto che si rivolge anche all’intelligenza e alla ragione dell’uomo". Questa struttura, nel proporre contenuti che hanno profonda radice nel mistero ma che sono intelligibili, ha fatto sì che nella Chiesa la riflessione teologica avesse sempre una funzione importante: "la teologia è un “pensare con” la Parola di Dio". La funzione e la grandezza della teologia stava, secondo il futuro Benedetto XVI, nell'accompagnare la ragione umana, permettendo all’Avvenimento cristiano di rendersi presenza dentro la vita dell’uomo.
L'Episcopato a Monaco-Frisinga e la Crisi della Chiesa
Il 1977 fu l’anno della svolta per Joseph Ratzinger: il 28 maggio ricevette l’ordinazione episcopale come nuovo arcivescovo di Monaco-Frisinga per decisione di Paolo VI, e il 27 giugno il cardinalato. Nelle dichiarazioni rese ai mass media in quel determinante frangente si comprende molto del Ratzinger che divenne pastore senza mai smettere di essere teologo e che poi, parimenti, diventerà Papa, restando teologo.
Appena preso possesso della diocesi di Monaco-Frisinga, all'ultimo posto in Germania nella statistica sulle vocazioni sacerdotali, mise in guardia: «Dalla crisi di vocazioni dipende la nostra sopravvivenza» e aggiunse: «Abbiamo già moltissime parrocchie senza prete, e in alcuni luoghi non si riesce nemmeno più a garantire la Messa domenicale». A chi gli rinfacciava il brusco passaggio dalla vita accademica al governo episcopale, ribatteva: «Anche la riflessione teologica è un tipo di pastorale, un lavoro per la vita della Chiesa e non ho mai cercato nel passato la “scienza pura”, ma ho sempre dato un taglio pastorale ai miei studi».
Ratzinger concepì l’ordinazione episcopale come un approfondimento delle sue precedenti esperienze. Il suo programma di episcopato includeva il dialogo con i sacerdoti e con i laici dei consigli parrocchiali, nella speranza-convinzione che il suo bagaglio teologico gli permettesse di trovare valide indicazioni pastorali. Riteneva che i problemi specifici della Chiesa sconfinassero spesso nel campo della teologia e che la crisi della Chiesa derivasse anche dai problemi suscitati dalla riflessione teologica, per questo riteneva giusto richiedere al vescovo una specifica conoscenza teologica.
Il Pontificato di Benedetto XVI: Sfide e Insegnamenti
Quando Ratzinger divenne Papa, la sua prima frase pubblica (“un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”) fu un’ammissione di ammirante diversità dal predecessore Giovanni Paolo II e di ritrosia verso l’idea di essere un “grande” che cambia la storia. Benedetto XVI è stato un Papa del discorso lungo, della parola non improvvisata ma frutto di ricerca e meditazione, uno di cui era necessario prendere appunti e magari leggere e rileggere il testo originale, uno sforzo spesso necessario per poterlo comprendere e non solo per sfuggire alla pessima stampa di cui ha goduto.
Fede, Ragione e Cultura Moderna: I Dialoghi Chiave
Nel 2004, si tenne un simposio presso l’Accademia cattolica di Monaco con un singolare confronto tra il filosofo Jürgen Habermas e il teologo Joseph Ratzinger, sul tema “I fondamenti morali pre-politici di uno Stato liberale”. Questo incontro tra due tra le più significative figure intellettuali contemporanee, rappresentò l’incontro tra due diversi mondi culturali: il pensiero liberale post-secolare e la tradizione cattolica. In quell’occasione il cardinale espose alcuni temi di particolare rilevanza che valgono anche per la Chiesa di oggi.
Habermas riconobbe al linguaggio di fede la capacità di custodire ed esprimere “ragioni” che il discorso pubblico non possiede e non può ignorare. Ratzinger dal canto suo sottolineò la necessaria correlazione tra ragione e fede: «Hanno bisogno l’una dell’altra e devono riconoscersi l’un l’altra».
Rapporto tra Fede e Cultura Moderna
Anzitutto il tema del rapporto tra fede e cultura moderna, a partire dal fatto che all’inizio dell’essere cristiano - come poi scrisse nella Deus Caritas est - non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Sebbene il Vangelo e l’evangelizzazione non si identifichino con la cultura e siano indipendenti rispetto a tutte le culture, rimane il fatto che una fede che non diventa cultura è «una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Il Regno che il Vangelo annuncia è vissuto da uomini intimamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi degli elementi della cultura e delle culture umane. La difficoltà di molti cristiani giovani e adulti nel vivere la propria fede oggi è legata all’abbandono di un progetto culturale.

Rapporto tra Fede e Ragione
In secondo luogo, il rapporto tra fede e ragione. Di fronte a una fede senza ragione che conduce alla violenza, come accade nel fondamentalismo, il Papa disse che «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Al tempo stesso, a fronte di una ragione senza fede, che preclude pregiudizialmente l’apertura al Trascendente e che rischia di ridursi a ragione procedurale, Ratzinger invitò a superare l’«autolimitazione moderna della ragione» operando un «allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa».
L’eredità che Benedetto XVI lascia alla Chiesa e all’intera umanità, è che l’incontro tra fede e ragione, tra ricerca di senso e ricerca di fede, avviene nella ricerca della verità. Commentando sant’Agostino in un’omelia del 2012, disse: «La verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Non siamo noi a possedere la Verità dopo averla cercata, ma è la Verità che ci cerca e ci possiede. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei; solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi».
Il Rapporto con la Chiesa Tedesca
Fra i momenti iconici del pontificato di Benedetto XVI non può mancare la copertina della Bild il giorno successivo alla sua elezione con il leggendario titolo: Wir sind Papst! (Noi siamo Papa!). Quel titolo fu una trovata geniale, segno di un momento particolarmente favorevole per la riscoperta in positivo di un’identità tedesca che si vide incoronata anche ai mondiali di calcio dell’anno successivo, quando per la prima volta dopo il nazismo venne rotto il tabù dello sventolare in massa bandiera e colori nazionali.
I primi due viaggi dell’allora nuovo pontefice in Germania furono un trionfo. A Colonia, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù 2005, Ratzinger fu acclamato da oltre un milione di giovani cattolici di tutto il mondo con un entusiasmo inaspettato. Il suo arrivo in barca su un Reno le cui rive erano stracolme di giovani che giubilavano il pontefice tedesco sembrò poter diventare un simbolo per una Chiesa viva, gioiosa e risvegliata. L’anno successivo la sua Baviera gli riservò un’accoglienza popolare immensa. Di Benedetto XVI disse l’allora Cardinale di Colonia Joachim Meisner: «È intelligente quanto dieci professori universitari e devoto come un bimbo della prima comunione».
I segreti del Vaticano: da Giovanni Paolo II alla morte di Papa Francesco
L’entusiasmo dei primi tempi non si tradusse mai in proficua armonia fra Papa Benedetto e una larga parte dell’episcopato e del laicato tedesco. I cambiamenti nella Chiesa che il pontefice bavarese aveva in mente e le richieste di riforma di diversi vescovi ed associazioni laicali nella sua patria hanno viaggiato su binari visibilmente divergenti. Grazie a meccanismi peculiari per la Chiesa cattolica in Germania, come il finanziamento della tassa ecclesiastica obbligatoria e l’elezione dei vescovi per cooptazione tramite il clero locale, le posizioni cosiddette progressiste sono particolarmente forti nelle facoltà teologiche e nelle curie diocesane. Un Ratzinger che, fin da quando era giovane prete, individuò in una crisi della fede in Dio la ragione di crisi della Chiesa in Occidente e che da Papa cercò di orientare ad un rafforzamento nella fede cattolica e non ad un adattamento ai tempi l’agenda del cattolicesimo mondiale.
Per lui la patria tedesca fu tutt’altro che un modello cui adeguarsi, quanto piuttosto un’icona di un Occidente relativista e paganeggiante nel quale coltivare oasi di fede ed operosità. La frattura fra l’élite del cattolicesimo tedesco ed il pontefice connazionale divenne evidente alla fine del terzo viaggio di Benedetto XVI in Germania, nel settembre 2011. A Berlino, con un memorabile discorso ai deputati del Bundestag, indicò in un dialogo sulla ragione tra credenti e non credenti la base per una nuova intesa sui valori. Ad Erfurt, di fronte ai vertici del protestantesimo tedesco, accolse come propria e rivolse alla propria Chiesa la domanda centrale di Martin Lutero sul male e sul rapporto individuale con Dio.
Eclatante fu la conclusione del viaggio, quando a Friburgo, di fronte ai connazionali cattolici, il Papa predicò una Chiesa che si “smondanizzasse”, che rinunciasse ai privilegi fiscali e giuridici e che abdicasse a soldi e potere per orientarsi esclusivamente all’annuncio del Vangelo e alla fedeltà alla propria tradizione. Alla Chiesa tedesca Benedetto XVI rimproverò esplicitamente «un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito» e la ammonì ricordandole che «se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma delle strutture resterà priva di effetti». Ai critici del fronte cosiddetto progressista, Papa Benedetto indicò come modello alternativo una Chiesa che accettasse di essere una minoranza nella società secolarizzata e fosse sì più piccola nei numeri, ma più povera, ancorata alla propria fede e più consapevole alla propria natura mondiale. L’accoglienza fu glaciale, il rifiuto evidente.
La Rinuncia al Pontificato e il "Papa Emerito"
Alla storia Joseph Ratzinger passerà per l’abdicazione. Benedetto XVI si dimise esattamente per i motivi da lui dichiarati: si era accorto che il venir meno delle forze gli avrebbe presto impedito di assolvere i compiti ordinari legati al suo ministero. Ritirandosi, nel suo ultimo discorso pubblico da Papa, replicò quello che disse nell’omelia d’inizio pontificato: riguardando indietro, ricordò anche i «momenti in cui le acque erano agitate e il vento contrario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dormire». Così, rinunciando al suo ministero petrino, Ratzinger mostrò che nessun Papa può credere di essere lui a «salvare» la Chiesa.
Quasi dieci anni dopo essere entrato nella storia per aver rinunciato al pontificato, Joseph Ratzinger - Benedetto XVI è morto all’età di novantacinque anni, nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, dove si era ritirato dal maggio 2013. Con le sue dimissioni, il papato come istituzione è entrato in un territorio inesplorato e ha avviato una lunga transizione ancora in corso. Ne è risultata una nuova carica, quella del “papa emerito” - titolo da lui stesso creato e una nuova tradizione e modo di vivere per un ex papa, che lui stesso ha definito nel corso di quasi un decennio: una vita monastica, ma non da eremita, con una certa visibilità ai media, non sotto il diretto e formale controllo del successore.
Il modo in cui Ratzinger-Benedetto XVI ha interpretato l’emeritato non è vincolante per eventuali futuri papi che sceglieranno di dimettersi, ma sarà impossibile ignorarlo. Non sempre hanno avuto successo i suoi tentativi di non interferire con papa Francesco, o di evitare di creare anche solo l’impressione di un’ingerenza nel pontificato del successore. Dal 2013 al 2020 l’entourage di Benedetto è intervenuto, con libri e saggi pubblicati con la sua firma, ma probabilmente non sempre sotto il suo controllo editoriale, su una serie di questioni: il dibattito sul divorzio e i cattolici risposati, il rapporto tra la chiesa e gli ebrei, le cause dello scandalo degli abusi sessuali. Ciò ha causato tensioni tra papa Francesco e il segretario particolare di Benedetto, arcivescovo Georg Gänswein, che nel febbraio 2020 dovette lasciare l’incarico di prefetto della Casa Pontificia, incarico che Benedetto XVI gli aveva affidato quando a fine 2012 già progettava le dimissioni.
Eredità e Percezioni Controverse
L’eredità di Ratzinger vivrà anche attraverso nomine episcopali che hanno rimodellato (fin dal pontificato di Giovanni Paolo II) un intero quadro dirigente nella chiesa globale, con vescovi scelti in base alle loro opinioni su una ristretta serie di questioni. La voce di Joseph Ratzinger continuerà a vivere attraverso i suoi contributi teologici al Catechismo del 1992, le encicliche di Giovanni Paolo II e altri scritti che hanno contribuito a inclinare il magistero papale e l’insegnamento ufficiale della Chiesa verso una posizione più conservatrice sulla ricezione del Vaticano II.
La sua popolarità, sia come cardinale Ratzinger sia come Benedetto XVI, ha offerto copertura intellettuale e di politica ecclesiastica alla metamorfosi sopravvenuta nella tradizione intellettuale cattolica conservatrice: dal neo-conservatorismo d’ordine degli anni Novanta al neo-tradizionalismo eversivo di oggi. Negli ultimi due decenni un certo cattolicesimo neo-tradizionalista lo ha arruolato come uno dei loro, facendone spesso l’eroe eponimo di una agenda teologica e politica revanscista: un’associazione immeritata da cui Ratzinger non ha potuto, saputo o voluto prendere le distanze.
La sua teologia ha preso la forma di una nuova apologetica che abbraccia tutta la gamma delle questioni sul tavolo della chiesa contemporanea, senza identificarsi con una tesi o teoria particolare. Questo è conforme al carattere di un intellettuale e di un chierico con un forte senso della tradizione e diffidente delle innovazioni teologiche. Sia da cardinale che da papa, Ratzinger ha sperimentato i limiti della sua teologia e visione di chiesa. Non ha inteso riformulare il papato come portavoce di un cattolicesimo globale impegnato nel dialogo interreligioso e interculturale, una posizione che è invece incarnata da Francesco. Ratzinger, inoltre, non ha operato per avviare i cambiamenti a livello canonico e teologico che la crisi degli abusi sessuali ha reso chiaramente necessari; invece, ha continuato a vedere lo scandalo degli abusi attraverso la lente delle “guerre culturali” iniziate con i rivolgimenti sociali, culturali, e politici che in Europa hanno preso il nome di Sessantotto. Non ha mai fatto un vero tentativo di riformare il Vaticano e il governo centrale della chiesa cattolica.
Dopo il “lungo diciannovesimo secolo” della Chiesa cattolica, Benedetto XVI è stato per certi versi l’ultimo papa della ritardata conclusione del ventesimo secolo della chiesa cattolica, un secolo breve iniziato con Giovanni XXIII e il Vaticano II e terminato nel 2013 con l’elezione di Francesco, primo papa non europeo e non mediterraneo. Rimarrà uno dei papi più pubblicati e letti nella storia della chiesa, e certamente uno dei più discussi e studiati.
Il "Discorso di Ratisbona" e le Reazioni
Papa Ratzinger è stato anche oggetto di forti critiche, come quelle espresse nel pamphlet "Contro Ratzinger" che analizzava il "discorso di Ratisbona" del 18 settembre 2006, nel quale Benedetto XVI aveva usato parole aspre sull’Islam. Sette giorni dopo Ratisbona, il 25 settembre, Ratzinger fu costretto a scusarsi davanti agli ambasciatori dei paesi musulmani accreditati in Vaticano, proponendo un’alleanza ai cugini islamici contro il relativismo diffuso dal pensiero illuminista in Occidente come in Oriente, identificando il nemico comune delle religioni monoteiste nella «modernità».
La morte di Joseph Ratzinger è stata accolta con diverse reazioni. Mentre il mondo intero si stringeva attorno alla Chiesa e piangeva la scomparsa di un grande uomo e teologo, in Italia ci fu chi creò divisione anche di fronte alla morte. Già al primo giorno di pontificato, il 19 aprile 2005, e mai terminato, il quotidiano Il Manifesto aveva coniato l'espressione "pastore tedesco" per definirlo.
Un Amore Profondo per la Chiesa
Da ultimo, il suo amore per la Chiesa. Quando gli è stato chiesto se si vedeva come l’ultimo Papa del vecchio mondo o come il primo del nuovo, papa Benedetto ha risposto: «Entrambi. Io non appartengo più al vecchio mondo, ma quello nuovo in realtà non è ancora incominciato». Nella sua lucida interpretazione del futuro, Ratzinger rimaneva radicato nella storia senza ignorare gli aspetti conflittuali che si stavano preparando anche dentro la Chiesa. «A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico… ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa».