"La Provvidenza, chiamiamola così, ha un sorriso sardonico." Così si introduce la figura di Giovanni Battista Bugatti, meglio conosciuto come Mastro Titta, nato a Roma (o Senigallia) nel 1779 e morto nel 1869. Questo "maestro di giustizie", come veniva chiamato, iniziò la sua carriera di boia dello Stato Pontificio a soli diciassette anni, servendo ben sei pontefici (Pio VI, Pio VII, Leone XII, Pio VIII, Gregorio XVI, fino a Pio IX) prima di ritirarsi nel 1864, all'età di 85 anni. Il suo soprannome, Mastro Titta, è un diminutivo del suo nome e divenne sinonimo di boia in tutte le province dello Stato Pontificio. Era anche noto come "er Boja de Roma".
Bugatti era considerato l'Arcangelo Michele dello Stato Pontificio, sebbene, molto più modestamente, si occupasse del male terreno e della corruzione umana. La sua prospettiva sul ruolo era chiara: «Un delinquente è un membro guasto della società, la quale andrebbe corrompendosi man mano se non lo sopprimesse. Se abbiamo un piede od una mano piagata e che non si può guarire, per impedire che la cancrena si propaghi per tutto il corpo, non l’amputiamo? Così mi pare s’abbia a fare de’ rei».

Lo Stato Pontificio e la Pena di Morte
Per secoli, lo Stato Pontificio fu soggetto a papi che detenevano sia il potere temporale che quello spirituale. Questa condizione garantiva ai pontefici una sovranità assoluta, ma portava con sé soprusi, gabelle, carcerazioni e l'applicazione della pena di morte, eseguita prevalentemente in pubbliche piazze come monito per la cittadinanza.
Il mondo cattolico tradizionale legittimava serenamente la pena di morte. Tommaso d’Aquino, nella sua Summa theologiae II-II, questione 64, affermava: «Se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune». Questo principio si rifletteva nel Catechismo della Chiesa Cattolica (capo 2267), che fino al 2018 non escludeva il ricorso alla pena di morte "quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani". Tuttavia, il 1° agosto 2018, la norma è stata modificata, dichiarando che "la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona", e impegnando la Chiesa per la sua abolizione in tutto il mondo.
Il potere temporale della Chiesa cessò con la presa di Roma il 20 settembre 1870, nota come Breccia di Porta Pia, che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia e pose fine allo Stato Pontificio. Questa data segnò la fine di una tradizione plurisecolare di giustizia amministrata dai papi-re, compresa l'applicazione della pena capitale.
La Carriera e i Metodi di Mastro Titta
Mastro Titta iniziò la sua carriera il 22 marzo 1796 e, fino al suo ritiro il 17 agosto 1864, eseguì 514 condanne a morte. Sul suo taccuino, aggiornato con scrupolo e accuratezza, ne annotò 516, escludendo due casi non eseguiti direttamente da lui. Ufficialmente, il suo mestiere era quello di verniciatore di ombrelli, ma in realtà era il funzionario di stato incaricato delle esecuzioni. Per i suoi servigi, riceveva uno stipendio di 15 scudi al mese, oltre all’alloggio e un sussidio mensile di 5 scudi, poi convertito in una gratifica di 20 scudi a Natale, Pasqua e Ferragosto. Al suo ritiro, Pio IX gli concesse una pensione di 30 scudi mensili.
Mastro Titta eccelleva in ogni tortura, descrivendo con accuratezza processi, vittime, assassini e moventi. Le pene inflitte ai colpevoli comprendevano:
- Decapitazione: con la ghigliottina (prima della Rivoluzione Francese si usava un colpo d'ascia).
- Impiccagione.
- Mazzolamento: l’uccisione con un preciso colpo di mazza.
- Squartamento: riservato a crimini particolarmente gravi (come l'omicidio di un prelato), praticato post-mortem con successiva affissione dei quarti smembrati ai quattro angoli del patibolo.
Inoltre, segava dita, orecchie e nasi ai ladri che non potevano saldare il furto, e cavava gli occhi. La colpa, e la classe sociale, doveva essere indossata, essere visibile, in volto: la deformità, la storpiatura, era emblema del castigo divino, un'esegesi stravagante secondo cui il prescelto nella Bibbia è sempre l'inetto per evidenziare il miracolo.

Il Rituale e lo Spettacolo Pubblico delle Esecuzioni
Avvezzo all'obbedienza più che alla speculazione, Mastro Titta era spietato e spettacolare allo stesso tempo. Il patibolo, infatti, era una specie di palcoscenico in cui lui, il Bugatti, "rappresentava il quarto cavaliere dell'Apocalisse, con il mantello e le armi della tortura". Come si pratica la tonsura, egli sottraeva la vita. Nonostante il suo lavoro orrendo, operava con distacco e freddezza, quasi a voler sottolineare la sua professionalità. Si narra addirittura che fosse solito offrire ai condannati un’ultima presa di tabacco o un ultimo sorso di vino, quasi a rassicurarli sulla sua professionalità.
Prima di ogni adempimento, Bugatti si confessava scrupolosamente e si comunicava. Durante le esecuzioni, indossava il suo caratteristico mantello scarlatto, oggi in mostra al Museo Criminologico del Palazzo del Gonfalone, insieme al suo coltello a tortiglione con manico di bronzo.

Le esecuzioni pubbliche erano particolarmente gradite dal popolo, che accorreva numeroso, spesso portando anche i figli maschi. Nel momento in cui cadeva la lama o l'impiccato rimaneva appeso, era abitudine dare ai bambini un sonoro schiaffo, per imprimere nella mente ciò che gli sarebbe potuto capitare se avessero infranto le leggi. Spesso Mastro Titta spiccava la testa dell'impiccato, mostrandola al pubblico, in un "esercizio di macelleria di stentorea e terrifica bellezza", atto a ipnotizzare gli spettatori. Il pubblico, irretito dal Bugatti, non trovava nella testa mozzata o nel cadavere alcun "esempio" di deterrenza, ma anzi si rendeva "ebbri di sangue, galvanizzati".
Esecuzioni Notevoli e Testimonianze Storiche
La Prima Esecuzione: Nicola Gentilucci (1796)
Mastro Titta stesso descrive la sua prima esecuzione nelle sue "memorie": «Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati». Giunto a Foligno, incontrò difficoltà nel procurarsi il legname per la forca, dovendo "sfondare la porta d’un magazzino per provvedermelo", ma in "quattr’ore di lavoro assiduo" la preparò.
L'esecuzione di Gentilucci fu accompagnata da un rituale solenne. Dopo avergli rasato la barba e vestito con una candida camicia e calzoni nuovi, venne condotto nella gran sala comunale. Ad attenderlo c'era la compagnia dei Penitenti Bianchi, col cappuccio calato sul volto, schierata in due file, e un grande crocifisso con confrati e religiosi per confortare il condannato. Quando il bargello e gli sbirri bussarono, la porta si aprì, e quella scena commosse vivamente Gentilucci, che nondimeno entrò.
«Non appena ebbe fatti pochi passi il balio, aiutante del cancelliere, che ne porta gli emblemi, gli presentò una carta dicendogli: “Nicola Gentilucci, io ti cito a morte per domattina”». Questa "complimento poco gentile" impressionò il condannato, che fu sorretto dal confessore e dai confortatori. Dopo aver dormito su un materasso, fu svegliato due ore prima dell'alba per la messa, la confessione e l'assoluzione in articulo mortis. Gentilucci mangiò e bevve, preparandosi "allegramente" al viaggio. Mastro Titta si presentò, offrì una moneta a Gentilucci per una messa in suffragio, e gli legò mani e braccia. Il corteo, aperto dalla Confraternita della Morte, si avviò al suono del Miserere e del Pater noster.
Sulla spianata, Gentilucci recitò un’ultima preghiera davanti a un piccolo altare eretto di fronte alla forca. Mastro Titta lo condusse verso il patibolo a reni volte e, una volta saliti, gli passò intorno al collo "due corde, già previamente attaccate alla forca, una più grossa e più lenta, detta la corda di soccorso, la quale doveva servire se mai s’avesse a rompere la più piccola, detta mortale, perché è questa che effettivamente strozza il delinquente". Al termine dell'ultimo Amen, Mastro Titta, con un "colpo magistrale", lo lanciò nel vuoto e gli saltò sulle spalle, "strangolandolo perfettamente e facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette". La folla ammirò la destrezza del boia. Dopo aver staccato il cadavere, gli spiccò la testa dal busto e la rizzò su una lancia in cima al patibolo.

Il Caso di Domenico Treca a Subiaco (1801)
Mastro Titta operò anche a Subiaco. Nelle sue "Memorie di un carnefice", ricorda di aver impiccato il 4 luglio 1801 un venditore ambulante, Domenico Treca. Costui, tormentato dalle calunnie sull'infedeltà della bella moglie Felicita, che frequentava troppo assiduamente la chiesa e riceveva visite dal curato, finse di partire. Si nascose in casa, attese l'arrivo notturno del prete e, dopo aver sentito i due amanti ritirarsi in camera, uscì dal nascondiglio. Pugnalò la parente, poi il prete, e infine la moglie. Insanguinato, con il pugnale in mano, uscì in strada e fu arrestato. Volle morire, ma dovette attendere la fine del processo per essere impiccato.
Testimonianze di Viaggiatori Stranieri
L'efferatezza delle condanne capitali attirava spesso l'attenzione di stranieri in viaggio, specialmente scrittori e artisti, che ne restavano sconvolti. Due nomi illustri lasciarono testimonianze dettagliate:
- Lord Byron: Il 19 maggio 1817, George Gordon Byron si trovava a Piazza del Popolo quando tre condannati furono decapitati "per omicidj e grassazioni", come annotò Mastro Titta. Il poeta descrisse questa esperienza in una lettera al suo editore John Murray, notando come la cerimonia, con i preti mascherati, i carnefici seminudi, il Cristo nero, il patibolo e la rapida caduta dell'ascia, fosse "nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop (impiccagione) e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi".
- Charles Dickens: Durante il suo viaggio in Italia tra il 1844 e il 1845, Charles Dickens assistette a una decapitazione in Via dei Cerchi l'8 marzo 1845, eseguita da Mastro Titta. Ne scrisse nel suo libro Pictures from Italy. Dickens descrisse un giovane di circa ventisei anni, condannato per aver rapinato e percosso a morte una contessa bavarese in pellegrinaggio. L'esecuzione fu ritardata perché il condannato aveva rifiutato di confessarsi senza prima incontrare la moglie. Apparve sul patibolo scalzo, mani legate, con il collo della camicia tagliato. Dopo essersi inginocchiato, il collo fu serrato in un foro. «Subito sotto di lui era una borsa di cuoio. E in questa la sua testa rotolò all’istante. Il boia la teneva per i capelli, camminando tutt’intorno al patibolo, mostrandola alla gente, prima ancora di potersi rendere conto che, con un secco rumore, la lama era pesantemente scesa. Quando ebbe fatto il giro dei quattro lati del patibolo, fu fissata in cima a un palo sul davanti, una piccola chiazza bianca e nera, che la lunga via poteva scrutare, e su cui le mosche potevano posarsi.»

L'Eredità e la Memoria di Mastro Titta
Mastro Titta morì a Roma il 18 giugno 1869, cinque anni dopo il suo ritiro in pensione. Nonostante il suo ruolo, Giovanni Battista Bugatti non era amato dai suoi concittadini. Abitava sulla riva destra del Tevere, al numero 2 di Vicolo del Campanile, una zona considerata poco adatta alla "Roma bene" dell'epoca. Per prudenza, gli era vietato recarsi nel centro della città, dall'altro lato del fiume, dando origine al proverbio romano "Boia nun passa ponte", che significa "ciascuno se ne stia al proprio posto". Tuttavia, poiché le esecuzioni capitali pubbliche non avvenivano nel borgo papalino ma sull'altra sponda del Tevere (Piazza del Popolo, Piazza di Ponte, Campo de’ Fiori o Via dei Cerchi), a Mastro Titta era consentito attraversare il Ponte Sant'Angelo. Ciò diede vita a un altro detto romano: "Mastro Titta passa ponte", che significava che quel giorno era in programma un'esecuzione capitale.

L'unico ricordo materiale rimasto di Mastro Titta, oltre alla sua fama leggendaria, è il suo mantello scarlatto e il coltello a tortiglione con manico di bronzo, oggi in mostra al Museo Criminologico. Il suo taccuino, in cui Bugatti trascrisse meticolosamente le sue esecuzioni, servì da spunto nel 1891 per la pubblicazione, a dispense, delle Memorie di un carnefice scritte da lui stesso, un'opera romanzata attribuita al giornalista Ernesto Mezzabotta.
La figura di Mastro Titta ha ispirato anche la cultura popolare. Giuseppe Gioachino Belli immortalò un'esecuzione in un famoso sonetto chiamato Er dilettante de Ponte. La sua straordinaria notorietà lo portò ad essere inserito nella commedia musicale di Garinei e Giovannini, "Rugantino", interpretato da grandi attori come Aldo Fabrizi, Maurizio Mattioli e Vincenzo Failla. Ancora oggi, si narra che il fantasma di Mastro Titta ami passeggiare nei pressi dei luoghi dove eseguiva le sentenze.