La storia italiana del dopoguerra è costellata di eventi complessi e talvolta oscuri, tra cui spiccano il tentativo di golpe del dicembre 1970, noto come Golpe Borghese o "notte dell'Immacolata", e le successive indagini che, fino al 1995, hanno continuato a portare alla luce nuove verità e connessioni. Parallelamente a questi tumultuosi avvenimenti politici e giudiziari, la memoria di figure religiose significative, come i fratelli Pellegrino, offre uno spaccato diverso del Novecento italiano, con un legame specifico che si manifesta anch'esso nel 1995.
Il Tentativo di Golpe del 1970: La "Notte dell'Immacolata"
La vigilia dell'Immacolata del 1970 fu posta in atto un'operazione eversiva che avrebbe dovuto rovesciare l'assetto democratico italiano. Al centro di questo complotto vi era Junio Valerio Borghese, noto anche con il soprannome di "principe nero", già comandante della Xª Flottiglia MAS dal 1º maggio 1943 e aderente alla Repubblica Sociale Italiana dopo l'8 settembre 1943.
Preparativi e Attori Coinvolti
Il golpe era stato progettato nei minimi particolari: dal 1969 erano stati formati gruppi clandestini armati con stretti rapporti con le Forze Armate. Nei piani c'erano anche il rapimento del capo dello stato Giuseppe Saragat e l'assassinio del capo della polizia Angelo Vicari. A tutto questo sarebbe stato accompagnato un proclama ufficiale alla nazione, che Borghese stesso avrebbe letto dagli studi RAI occupati.
All'epoca, Vito Miceli era subentrato a Eugenio Henke come Direttore del SID (Servizio Informazioni Difesa), avendo diretto fino all'anno precedente il SIOS esercito. Probabilmente Miceli aveva sentore del golpe da lunga data, ma formalmente ne ebbe notizia dal suo subordinato, Gasca Queirazza (Ufficio «D»), che Miceli invitò a non immischiarsi, posto che sarebbe intervenuto personalmente il capo del SID medesimo.

Il Proclama alla Nazione
Il proclama che Borghese avrebbe dovuto leggere delineava una visione autoritaria per l'Italia:
«Italiani, l'auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, ha portato l'Italia sull'orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di esistere. Le Forze Armate, le Forze dell'Ordine, gli uomini più competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi; mentre, dall'altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli, per intendersi, che volevano asservire la patria allo straniero, sono stati resi inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un'Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso Tricolore! Soldati di Terra, di Mare e dell'Aria, Forze dell'Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell'ordine interno. Non saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali; vi chiediamo solo di far rispettare le leggi vigenti. Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso Tricolore vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d'amore: Italia! Italia!»
L'Avvio e l'Annullamento del Golpe
Il piano cominciò a essere attuato tra il 7 e l'8 dicembre 1970, con il concentramento nella Capitale di diverse centinaia di congiurati e azioni simili in diverse città italiane, tra cui Milano. All'interno del Ministero degli Interni iniziò anche la distribuzione di armi e munizioni ai cospiratori. Il generale dell'Aeronautica militare italiana Giuseppe Casero e il colonnello Giuseppe Lo Vecchio presero posizione al Ministero della Difesa, mentre un gruppo armato del Corpo Forestale dello Stato, di 187 uomini guidato dal maggiore Luciano Berti, si appostò non lontano dalle sedi televisive della RAI. Il golpe era in fase di avanzata esecuzione quando, improvvisamente, Valerio Borghese ne ordinò l'immediato annullamento.
Le motivazioni di Borghese per questo improvviso ordine, a poche ore dall'attuazione effettiva del piano, non sono ancora certe. Sembra, tuttavia, che Borghese si fosse reso conto (o fosse stato avvertito) della trappola e si fosse dunque fermato in tempo. È stato anche avanzato che lo stop del golpe fosse un ordine proveniente dai servizi americani, che avrebbero dato il loro beneplacito al proseguimento del colpo di mano solo nel caso che al vertice del nuovo assetto politico fosse stato posto Giulio Andreotti (che avrebbe rifiutato).
Il movimento di Amos Spiazzi a Sesto San Giovanni non è da confondersi con l'azione golpista, in quanto faceva parte della legittima operazione "Esigenza triangolo", finalizzata proprio a reprimere il golpe. Spiazzi testimoniò di aver incrociato durante il tragitto in autostrada quella notte numerose autocolonne militari oltre la sua. Difatti, la menzione storico-giudiziaria unicamente del suo spostamento a Sesto San Giovanni non è da fraintendersi con una sua particolare importanza rispetto a quella di altri reparti, ma al fatto che lui fu l'unico militare a dare testimonianza pubblica di ciò che avvenne quella notte; ad essere mobilitato (similmente al suo reparto) fu l'intero esercito italiano e l'Arma dei Carabinieri, in ogni parte d'Italia. Oltre a lui, altri militari avvisarono Borghese del piano di ordine pubblico.
Golpe BORGHESE: Il Tentativo Di Un Colpo Di STATO In ITALIA
Le Indagini, i Depistaggi e le Rivelazioni (fino al 1995)
Nell'inchiesta giudiziaria del 1971, Miceli mantenne costantemente un atteggiamento reticente, negando sia la concreta rilevanza dell'azione di Borghese, sia la complicità degli apparati di sicurezza, nonostante lui stesso fosse incorso in un'involontaria confessione della sua ampia conoscenza del piano in un colloquio con il capo di stato maggiore della Difesa. Tra il 1971 e il 1974 si tentò insistentemente di avallare, anche nell'opinione pubblica, il convincimento che si fosse trattato dell'operazione grottesca di un manipolo di vegliardi. Per quanto si cercasse di celare particolarmente questo aspetto, sembra ormai storicamente acquisita la cooperazione della massoneria nella conduzione del colpo di Stato, segnatamente con la programmata iniziazione di quattrocento ufficiali. In particolare, emersero i nomi di Gavino Matta e Giovanni Ghinazzi, entrambi della "loggia coperta" denominata "comunione di Piazza del Gesù", ed entrambi veterani falangisti della guerra di Spagna. E proprio la Spagna, nel 1971, fu il luogo di rifugio di Borghese e Matta nel momento in cui scattarono i primi arresti per l'abortita impresa dell'Immacolata. Altri congiurati non furono altrettanto fortunati o tempestivi, ma comunque per tutti fu garantito nei fatti un trattamento restrittivo di favore, consistente nella "detenzione" in agiate cliniche private, a causa di supposte condizioni critiche di salute.
Mentre rimane un mistero se il fallito golpe dell'8 dicembre fosse in realtà solo una specie di prova generale per l'azione effettiva, quello che sembra sicuro è che Borghese rappresentava comunque una pedina di un gioco più grande di lui, che gli sarebbe stato programmaticamente tolto di mano al momento previsto, consentendo l'attuazione di una serie di misure di sicurezza analoghe a quelle teorizzate nel più volte citato Piano Solo. Sempre dalla medesima fonte, si apprende del ruolo di istigatore che Guido Giannettini avrebbe svolto presso alcuni quadri dell'Arma affinché aderissero alla congiura.
Il Dossier Andreotti e le Omissioni
Il 15 settembre 1974, Giulio Andreotti, all'epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura romana un dossier del SID diviso in tre parti che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni. Il dossier fu redatto dal numero due del SID, il generale Gianadelio Maletti, che avviò un'inchiesta sulle cospirazioni mantenendolo nascosto anche a Vito Miceli, direttore del servizio. Aiutato dal capitano Antonio Labruna, furono registrate le dichiarazioni di Remo Orlandini, quest'ultimo coordinatore per Borghese verso collegamenti all'estero e in Italia. Durante un colloquio, Orlandini fece il nome di Vito Miceli, come una figura coinvolta direttamente come Borghese. A questo punto Maletti fu costretto a scavalcare Miceli e a parlare direttamente con Andreotti. Miceli si giustificò affermando che doveva acquisire delle informazioni. Venne subito destituito insieme ad altri 20 generali e ammiragli, senza particolari spiegazioni.
L'informativa Labruna-Maletti venne poi trasmessa da Andreotti alla procura della Repubblica di Roma (luglio 1974), ma non si trattò di un impulso alle indagini, bensì di un tentativo di ostacolare quelle coeve dei giudici di Torino e Padova, effettivamente culminato nell'ordinanza del giudice istruttore capitolino Filippo Fiore, che statuiva - riguardo Miceli - che «non era partecipe delle cose criminose», declassandone l'apporto al rango di mero favoreggiamento. Vi sono del resto fondati motivi per ritenere intrinsecamente finalizzata al depistaggio l'intera "inchiesta Maletti" sul golpe Borghese: infatti, scaturiva per lo più dalle dichiarazioni di Orlandini, dissimulando invece la conoscenza che il SID - autonomamente e ben prima - aveva su tutta la questione. Si preferì, all'evidenza, abbandonare al proprio destino (peraltro non particolarmente tragico) gli esecutori materiali dell'operazione, omettendo ogni riferimento ai generosi finanziatori (industriali nazionali e d'oltreoceano). Il giudizio d'appello del 1984 completò l'opera, mandando assolti con la formula "perché il fatto non sussiste" persino gli imputati che avevano ammesso di aver preso parte al noto evento.
Nel 1991 si scoprì che le registrazioni consegnate nel 1974 da Andreotti alla magistratura non erano la versione integrale. Le parti cancellate includevano il nome di Giovanni Torrisi, successivamente capo di stato maggiore della Difesa tra il 1980 e il 1981; inoltre venivano fatti riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. L'esistenza di tale patto sarebbe poi stata confermata da vari pentiti di mafia tra i quali Tommaso Buscetta.
Legami con la Mafia e la Massoneria
Grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta e Antonino Calderone sono emersi anche i legami tra il progetto golpista e l'organizzazione mafiosa. I due collaboratori hanno rievocato la vicenda nel corso del cosiddetto processo Andreotti. Nel 1970, nello stesso periodo in cui si svolgevano i campionati mondiali di calcio in Messico, Buscetta si era recato a Catania insieme a Salvatore Greco "Ciaschiteddu" per incontrare Giuseppe Calderone e Giuseppe Di Cristina. Oggetto di questo incontro era la discussione della proposta di partecipazione a un "golpe", avanzata dal principe Borghese. Il progetto di "golpe" prevedeva un ruolo attivo degli affiliati a Cosa Nostra, a cui Buscetta sarebbe stata affidata la "gestione" del territorio ricompreso nel mandamento di ciascuna famiglia mafiosa, per «calmare e far vedere al popolo siciliano che noi eravamo d'accordo, ognuno per la sua sfera di influenza che avevamo nelle nostre terre». In contropartita, il principe Borghese aveva offerto la revisione di molti processi in corso a carico di esponenti dell'organizzazione criminale, facendo un particolare riferimento al "processo Rimi". Al progetto di "golpe" era interessata la Massoneria, e l'allora Capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, anch'egli massone, era informato del tentativo insurrezionale e avrebbe avuto il compito di arrestare il Prefetto di Palermo.

La Dimensione Internazionale e le Rivelazioni del 1995
Si è già accennato alla supposta dimensione internazionale dell'abortito colpo di Stato del '70. Documenti de-classificati negli anni 1990 dagli USA sembrano confortare tale supposizione. In particolare, Miceli aveva incontrato l'addetto militare presso l'ambasciata americana, James Clavio, sottoponendo a questo consigliere diplomatico il nastro di una registrazione in cui un presunto uomo politico italiano (ignoto) faceva oscuramente riferimento a un "colpo militare" che poteva svolgersi "intorno a ferragosto". Un "testamento spirituale", attribuito a Borghese e la cui genuinità è ancora da accertare, potrebbe portare un'inedita luce sulla complessa vicenda dell'Immacolata. Questo scritto di natura apologetica confermerebbe la tesi dell'apporto fattivo statunitense, con Angleton che si sarebbe adoperato per mettere in contatto Borghese con uomini del Dipartimento di Stato e della NATO.
Solo nel 1995, il magistrato Guido Salvini sosterrà l'esistenza di un apparato eversivo complesso, diffuso sull'intero territorio nazionale, affiancato dalla criminalità organizzata, in cui erano coinvolte personalità quali l'onnipresente Licio Gelli, il generale Francesco Mereu (capo di stato maggiore esercito) e l'ammiraglio Giovanni Torrisi (capo del SIOS marina), tutti affiliati alla P2. Torrisi sarebbe stato in contatto con tale dottor Salvatore Drago, un medico "piduista" in servizio al Ministero dell'Interno, che godeva di buone conoscenze in ambienti mafiosi.
Il Contesto Politico e le Commissioni Parlamentari: La Visione di Arnaldo Forlani
Le complesse dinamiche del Golpe Borghese e del contesto politico italiano dell'epoca sono state oggetto di ampie discussioni e inchieste parlamentari. In un'audizione, l'onorevole Arnaldo Forlani, politico di spicco della Democrazia Cristiana, ha fornito la sua prospettiva su questi eventi, confermando la serietà del tentativo eversivo.
La Gravità del Golpe e la Reazione dello Stato
Forlani ha sottolineato come Giulio Andreotti avesse chiarito che il golpe Borghese fu una cosa seria, non un'azione velleitaria. Il fatto che Roma non venne contrastata da subito e che l'operazione fosse dotata di "organizzative e finanziarie consistenti" indica una preparazione profonda. Forlani ebbe colloqui con vari segretari di partito, incluso Almirante del Movimento Sociale Italiano, per discutere della situazione e rassicurare sul mantenimento del sistema democratico.
La mobilitazione di interi reparti dell'esercito italiano e dei carabinieri in ogni parte d'Italia, testimoniata da militari come Amos Spiazzi, evidenzia la consapevolezza dello Stato della minaccia imminente. Nonostante ciò, Forlani ha espresso una percezione di "certa inefficienza" nella reazione immediata, o quantomeno una difficoltà a controllare in modo puntuale tutti gli aspetti di una situazione così complessa e a tratti "schizofrenica", data la pluralità di interventi e gli elementi di ambiguità.
Il Ruolo dei Servizi Segreti e la P2
Nel corso delle audizioni, è emerso ripetutamente il tema del ruolo dei Servizi di sicurezza e della loggia P2. Forlani, pur non avendo avuto accesso diretto a tutte le "carte", ha riconosciuto che l'efficienza dei Servizi non era sempre quella desiderata e che, talvolta, potevano esserci state "tolleranze con connivenza e indulgenze". L'onorevole ha anche commentato il fenomeno della P2, definendola un elemento di "rottura del patto di fiducia" tra le istituzioni e i cittadini, sottolineando come la presenza di militari e alti ufficiali della P2 ai vertici delle Forze Armate e dei Servizi fosse un fatto grave che minava la lealtà allo Stato.
In particolare, le registrazioni consegnate da Andreotti nel 1974, e le loro successive omissioni scoperte nel 1991, hanno evidenziato come nomi importanti come Giovanni Torrisi e Licio Gelli fossero stati inizialmente nascosti. Le rivelazioni di Salvini nel 1995, che hanno riaffermato l'esistenza di un "apparato eversivo complesso" con legami alla P2 e alla criminalità organizzata, confermano la visione di un quadro più ampio e sistemico rispetto a un'azione isolata.

La "Strategia della Tensione" e l'Impotenza dello Stato
La discussione ha toccato anche la cosiddetta "strategia della tensione", un periodo caratterizzato da attentati e destabilizzazione. Forlani ha condiviso la visione di una "impotenza dello Stato" di fronte a fenomeni eversivi di destra e di sinistra, e una "mancanza di trasparenza" che impediva la piena comprensione dei fatti. Ha evidenziato come il sistema politico dell'epoca fosse costretto a operare "all'interno di quei fatti", spesso agendo in un contesto di "incompetenza" e informazioni contraddittorie, senza una chiara consapevolezza delle reali dimensioni della minaccia.
Nonostante le difficoltà, la classe politica e le istituzioni si sono mosse con l'intento di "consolidamento della democrazia in Italia", affrontando un "periodo tragico e difficilissimo". Forlani ha concluso ribadendo la complessità del periodo storico, dove "la lotta politica ha la sua specificità e i suoi contrasti" ma al contempo un "fondo che non è mai venuta meno" di attaccamento alle istituzioni democratiche.
La Figura dei Fratelli Pellegrino e il Legame con il 1995
In un contesto storico tanto denso di tensioni politiche, le vite di Eugenio e Francesco Pellegrino, due gesuiti nati a Cosenza il 22 marzo 1907 da Vincenzo Pellegrino e Teresa Chiappetta, offrono una prospettiva di dedizione e fede. I gemelli Pellegrino, battezzati nella Cattedrale di Cosenza e poi cresimati dall’Arcivescovo Tommaso Trussoni nel maggio del 1914, diedero grande lustro alla Compagnia di Gesù, nella quale entrarono il 24 marzo 1922 a Napoli.
Percorsi di Fede e Apostolato
Dopo aver studiato filosofia a Chieri e teologia a villa San Luigi a Posillipo, ricevettero l’ordinazione sacerdotale il 29 luglio del 1934. La loro carriera si svolse prevalentemente a Roma, dove furono chiamati dal padre generale della compagnia, padre Włodzimierz Ledóchowski.
- Padre Francesco Pellegrino fu destinato al Russicum di Roma come redattore delle Lettres de Rome, organo informativo del segretariato per l’ateismo. Si adoperò molto con scritti e conferenze per evidenziare le problematiche dell’ideologia comunista, attività che gli valse l'inserimento nelle liste sovietiche delle persone considerate pericolose. Successivamente, fu aggregato al gruppo dei padri della Radio Vaticana e dal 1953 fu nominato direttore dei programmi di Radio Vaticana, e dal 1956 al 1975 gli fu affidata completamente tutta la programmazione italiana. La radio divenne per lui «un mezzo di apostolato, un pulpito da cui parlare ad un numero indecifrato di ascoltatori». Tra le sue radiocronache più importanti, spiccano quelle relative alla malattia e scomparsa di Papa Pio XII e tutte le fasi dei pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI. La sua prima radiocronaca fu proprio l’incoronazione di papa Pio XII, il 12 marzo 1939.
- Padre Eugenio Pellegrino si distinse come direttore del movimento e del bollettino mensile della Lega missionaria studenti. Si adoperò concretamente per le missioni della Chiesa con settimane di studio, congressi in diverse città d’Italia e incontri di giovani a Roma, interessandosi dell’India e dell’Africa. Durante l’occupazione tedesca, fu costretto a sospendere le pubblicazioni mensili ma si dedicò a una serie di fascicoli sulla storia dell’attività missionaria della chiesa in Africa, che divenne una vera e propria Enciclopedia missionaria. Dopo la guerra, riprese le attività di sensibilizzazione missionaria, lavorando sulle coscienze dei cattolici per tenere alta l’attenzione missionaria. Il bollettino si trasformò nella rivista Gentes, che offrì anche ai Governi e alle sedi diplomatiche materiale per conoscere più da vicino le realtà dei territori oltre la cortina, fornendo informazioni di prima mano sulla Cina e la Corea. Nel 1950, fu chiamato dalla presidenza del Consiglio dei Ministri per fornire copia dei suoi studi a tutti i senatori e deputati della Repubblica italiana. Il suo lavoro di difesa apologetica della Chiesa e del Santo Padre, come "Mao cerca un papa" sulla situazione dei cristiani perseguitati in Cina, resta famoso.

Il Legame Fraterno e l'Eredità
Tra i due fratelli Pellegrino ci fu un legame fortissimo, non solo di sangue ma anche di fede e di cammino comune. Vivevano in simbiosi e condividevano tutte le scelte. La morte di Eugenio, il 16 settembre del 1957, fu per Francesco un grande colpo che lo accompagnò fino al suo ingresso nella casa del padre il 12 marzo del 1976. Nel necrologio apparso su l’Osservatore Romano per la morte di Francesco si legge: «un grave lutto ha colpito la Radio Vaticana: è deceduto padre Francesco Pellegrino, uno dei più validi e noti esponenti dell’emittente della Santa Sede, che per trent’anni ha speso le sue energie in un appassionato e intelligente servizio». Anche Benedetto Croce, pur non condividendone le idee, ne apprezzò la competenza e la lealtà.
L'ultimo lavoro di padre Eugenio fu su un missionario indiano del XVII secolo, padre Giuseppe Vaz, per il quale nutriva una speciale venerazione e per la cui guarigione scrisse una preghiera. Avrebbe tanto desiderato vederlo agli onori degli altari, e questo desiderio si realizzò postumo: sarà Papa Giovanni Paolo II a beatificarlo il 21 gennaio 1995 a Colombo, nello Sri Lanka. Successivamente, Papa Francesco ne promulgò il Decreto per la Canonizzazione il 17 settembre 2014, consacrando definitivamente la sua figura nella Chiesa.
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