Giovanni Semeria nacque nel comune di Colla, che in seguito divenne frazione collinare di Sanremo con il nome di Coldirodi. La sua infanzia fu segnata da una perdita precoce: il padre, anch'egli di nome Giovanni e soldato dell'esercito italiano, morì a Brescia qualche mese prima della sua nascita. Impegnato nella Terza campagna del 1866, il padre contrasse il colera mentre soccorreva il fratello, ammalatosi durante l'epidemia che colpì la bassa bresciana.
L'Ascesa dell'Oratore e il Rinnovamento del Pensiero Cristiano
Esponente di spicco del giovane pensiero cristiano, Giovanni Semeria trionfò dai pulpiti delle basiliche romane, non ultima quella di San Lorenzo in Damaso alla Cancelleria nel 1897. La folla si accalcava e invadeva l'abside e i gradini dell'altare maggiore nella speranza di ascoltare colui che stava divenendo uno degli oratori sacri più richiesti e popolari della capitale.
Dal suo punto di vista, la Chiesa reale doveva contrastare con quella ideale e immutabile, in quanto riteneva necessario proporre un Cristianesimo vivo, attento agli uomini e ai loro problemi, senza fermarsi a sistemi astratti di idee. Semeria era convinto che lo stesso tomismo dovesse essere riletto, per il barnabita, alla luce di un "metodo psicologico" e di un "metodo storico", al fine di ricollocarne il pensiero nell'epoca e nelle condizioni storiche che lo avevano generato. L'accoglimento di questo punto di vista avrebbe rappresentato, per la Chiesa, un atto di coraggio e insieme un grande atto di Carità, portando vantaggi alla comunità cristiana assetata di Verità. Egli credeva che, nel clima ideologico estremamente pesante dell'Italia post unitaria, un messaggio cristiano sarebbe stato un "fermento di libertà e di progresso...".
"Non c'è dissidio tra la Chiesa e la scienza", affermava nel 1898, "ci può essere tutt'al più un malinteso". Semeria raccomandava lo studio sia al clero sia agli spiriti liberi che sentivano "doveroso approfondire la conoscenza dei pensatori moderni" per scoprire in essi quella "favilla di vero che vi splende", affinché potessero essere gli artefici di un risveglio autentico del pensiero cristiano, senza nulla togliere alle reali e profonde necessità della dottrina.

L'Impegno per la Cultura Religiosa e le Prime Critiche
Nell'attesa che il clero prendesse coscienza dei grandi stravolgimenti storici e culturali che stavano portando a una generale sfiducia, irreligiosità e razionalismo, Semeria decise di lavorare alla costruzione, dalle fondamenta, di una cultura religiosa per i laici. A tal fine, realizzò una Scuola Superiore di Religione a Genova nel novembre del 1897. In questo modo, oltre a fornire una conoscenza ampia e profonda delle Scritture e dei testi essenziali del Magistero, intendeva dare modo ai cristiani di spaziare verso gli studi storici, letterari e filosofici contemporanei, da Antonio Fogazzaro al Von Hügel, da Giulio Salvadori a Maurice Blondel.
Non mancarono però, insieme ai tanti entusiasmi, le critiche, spesso aspre, de "La Civiltà Cattolica". In una nota del Padre Rosa, pur confermando il favore all'iniziativa decretato dal Pontefice Pio X con l'enciclica De sacra doctrina traenda del 1905, la rivista lamentava un uso improprio e fuorviante delle Scuole ad opera di "Sacerdoti... religiosi, conferenzieri (i quali) ... trasformano la scuola di religione e l'apologetica del Cristianesimo quasi in un'apologia o apoteosi di filosofi e romanzieri... o peggio conducono alla scuola del Santo". L'applicazione del metodo storico al Vangelo fu considerata, dalla rivista dei Gesuiti, semplicemente "ingenua" nel 1905, e le analisi del dogma pericolose e "razionaliste" nel 1906.
Crisi Personale e la Filosofia dell'Azione
L'esilio a Bruxelles, iniziato il 29 settembre 1912, e la vita di trincea durante la Prima Guerra Mondiale, provarono molto il barnabita. Egli cadde in una crisi depressiva che minò seriamente le sue condizioni di salute. Per Semeria, un'educazione sinceramente cristiana non poteva che essere "educazione della volontà", intesa come volontà di servizio e volontà di azione. "Quanti burattini nel mondo morale, amici miei!" diceva a Genova nelle sue prediche nella Chiesa delle Vigne nel 1906, ma solo per poter poi indirizzare l'attenzione dell'uditorio all'impegno e all'azione. Era giunto il momento di sostituire, e subito, la filosofia delle idee con la filosofia dell'azione, la filosofia della vita. Come scrisse in Le beatitudini evangeliche (1937): "Si può simulare la parola, più difficilmente l'opera, impossibile simulare la sofferenza". Non è un caso, quindi, se molti intellettuali cattolici suoi contemporanei si riferivano al religioso barnabita come alla "incarnazione del giovane pensiero cristiano".
Apocalypse - La prima guerra mondiale a colori - Ep. 1 L'inizio della guerra - Documentario ITA
Impegno Sociale e la Questione Femminile
L'impegno culturale, morale, politico e sociale divennero, per il barnabita, i cardini su cui progettare ogni serio processo di rinnovamento, fondato su una sincera sollecitudine che mirasse a promuovere i valori cristiani nella comunità attraverso la famiglia, la vita economica e la partecipazione politica. Semeria sentiva necessaria, infatti, un'esigenza fondamentalmente "apolitica", "super partes", di sincera azione cristiana, che si riproponeva di riformare la cultura dall'interno, piuttosto che sprecare utili energie nel tentativo di disegnare futili e pericolose riforme esteriori.
In quegli anni, la Chiesa era impegnata in una lotta politica e ideologica serrata con uno Stato italiano laico e liberale, con il socialismo in ascesa e con una corsa sempre più forte verso il piacere e il profitto. Ciò la portava a irrigidire la sua posizione teologica e morale, con l'effetto di suscitare non poche resistenze verso quei laici che vedevano, nel confronto intellettuale critico con la nuova cultura, un'opportunità ulteriore di apostolato e di sincera carità cristiana. Padre Minozzi ricorderà più tardi in Ricordando (1984): "Quel disgraziato 'Non expedit' (era una) pesantissima catena ai piedi de' cattolici italiani". Per i seminaristi e il clero, "La vita moderna era, doveva essere tutta maledetta. Non si dovevano guardare né libri, né persone, (era) scomunicato l'universo...".
Riguardo alla figura femminile, Semeria, con il suo invito alle donne "Uscite, uscite.... dalle mura domestiche" (1915), come "il prete di sagrestia", anticipava l'invito alla responsabilità che sarebbe stato motivo dominante della Centesimus annus (1991,37) e del Catechismo della Chiesa Cattolica (1992,1929). Questa responsabilità era fondata sulla credibilità dell'impegno, sulla testimonianza delle opere e proiettata in un progresso che camminasse nel pieno rispetto dell'identica dignità (Gaudium et spes 1965,49; Mulieris dignitatem 1988,6). Nonostante ciò, nel 1904, una nota partì dal Vaticano per i vescovi, invitando gli alti prelati a far tacere le donne nelle adunanze cristiane e a non investirle di cariche che potessero comportare reali responsabilità.
Per Semeria, il "femminismo" era una cosa seria: più che un problema di riscatto, si trattava di un problema di dignità. Se la donna aveva tutto il diritto di farsi sentire, "efficacemente sentire" (1915,18), egli non perdeva occasione per stimolarla all'impegno civile e sociale, e allo studio (1934,91).
La Nascita dell'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia
Giovanni Semeria proseguì nel suo impegno di carità, sia intellettuale che sociale. Dopo aver conosciuto la miseria di Roma e la sofferenza degli operai, visse la tragedia della guerra, trovandosi in trincea al fianco di contadini inviati al fronte come carne da macello. L'esperienza della ricostruzione e l'urgenza di trovare i soldi per dare pane agli orfani che aspettavano un aiuto concreto nelle regioni meridionali gli fecero capire quanto fosse nel giusto quando affermava che, nel bisogno, stanchi di teorie e di chiacchiere, si sente, forte, un'unica necessità: quella di un'azione pratica.
Lavorando al progetto ambizioso di offrire una casa ai suoi orfani di guerra, e con essa un'educazione e una famiglia - quella de "I Discepoli" - a quanti ne erano rimasti privi e piombati nel bisogno, ebbe l'opportunità di confrontarsi con tante storie di miseria, povertà, ignoranza e abbandono totale. Fu così che, frutto della comunione di intenti con Giovanni Minozzi, germogliò, solida, l'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia (O.N.M.I) nel 1921. Un viaggio in America, dall'8 dicembre 1919 al 10 luglio 1920, gli aveva permesso, infatti, di raccogliere circa un milione e duecentomila Lire. L'impegno divenne così, anche grazie alla collaborazione della nuova congregazione fondata dal Minozzi, sempre più deciso, sostenuto e talora addirittura febbrile, poiché era convinto che "la luce c'è, ma non è luce se non a patto di essere calore - e l'insegnamento... si riconosce dai frutti...".

Le sue conferenze continuavano, e gli impegni della sua agenda si moltiplicavano. Agli amici che lo incontravano, nei giorni in cui correva per la Penisola alla ricerca di soldi per i suoi orfani, diceva preoccupato: "Sappiate che non sono più il padre Semeria di una volta che faceva conferenze per gli altri. Ora ho famiglia, tanta famiglia, bisognissima famiglia... aiutatemi" (Cicero pro domo mea 1921). Visitando gli istituti sparsi qua e là per il Sud - in Campania, Basilicata, Puglia, Sicilia - vedeva quali frutti concreti realizzava la dedizione e l'affetto dei primi confratelli e delle suore.
Gli Ultimi Anni e l'Eredità
Apostolo della Carità, Giovanni Semeria passò - secondo un'efficace espressione del Cilento - "dalla carità della scienza alla scienza della carità", senza però rinnegare in alcun modo la sua missione giovanile. Aveva scritto: "Nell'azione s'illumina il pensiero - e non illumina solo il pensiero, comunica efficacia, autorità alla parola....". Ai Discepoli, agli amici e ai collaboratori chiedeva un amore particolare per la carità fatta di opere concrete, un amore fondato sulla dedizione totale. Dal momento che "alla Chiesa, mancano soldati, non terre da conquistare", chiedeva loro di avere sempre il giusto entusiasmo e sufficienti energie per rispondere alle necessità del bisogno. Esclamava, infatti, nel 1905: "Amici ne abbiamo quanto basta per dirigere la nostra operosità...".
Durante un viaggio a Sparanise di Caserta, per assistere i "suoi" orfani, Giovanni Semeria morì. Al suo capezzale si trovavano il suo amico Minozzi, i suoi orfanelli, ma anche suore, ammiratori e amici più cari. Di lui parlò Luigi Sturzo come di una figura di "meridionalista esemplare" (Scritti politici 1982), confermando il giudizio di Giustino Fortunato e della stessa "Civiltà Cattolica" che, dopo le tante amarezze del periodo romano, riferendosi all'azione educativa e sociale svolta dall'Opera Nazionale nelle regioni più abbandonate, scrisse: "Ecco un'opera di vera ricostruzione" (Civiltà Cattolica 1921).
La conferma che la sua carità fosse frutto di una scelta paolina, coerente e sinceramente cristiana, può essere vista nell'impegno morale e cristiano assunto dall'Opera verso le giovani generazioni. Un'Opera di carità che, dal 23 gennaio 1921, in oltre mezzo secolo, si caratterizzò nel servizio a quanti vivono nel bisogno, esprimendo una testimonianza viva di quello che può, e deve essere, un pensiero veramente cristiano e moderno. Oggi, sulla scorta di una riflessione più serena e di un'analisi più attenta dei documenti, la critica storica va sempre più confermando che, fedele alla sua vocazione cristiana, Semeria abbia, piuttosto, dimostrato verso la Chiesa "una fede sincera, un'intensa spiritualità, una vera lealtà" (Martina 1987, Zambarbieri 1975).
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