La Crocifissione di Gesù, culminata con la sua morte, rappresenta l'evento finale del suo ministero pubblico e della sua passione. Questo evento non descrive unicamente un fatto storico, ma fornisce anche la spiegazione del suo significato redentivo, poiché Gesù non è solo il rabbino di Nazaret, ma anche il Messia.
Origini e tipologie della crocifissione
L'etimologia e i suoi significati
La parola "croce" deriva probabilmente dal sanscrito krugga, che significa "bastone" o "pastorale". I Greci la chiamavano "palo" e gli Ebrei "albero"; tutti questi nomi indicano l'origine antica della croce come supplizio, alla quale i condannati venivano confitti o impalati.
Lo strumento della crocifissione: palo o croce?
Il dibattito sullo strumento esatto della crocifissione di Gesù è ancora aperto. La parola greca σταυρός (stauròs) nel greco moderno significa "croce", mentre nel greco classico poteva indicare sia "palo" che "croce". Nel greco biblico, il Vocabolario del Nuovo Testamento la definisce come "una croce, uno strumento di punizione crudele ed ignominiosa", ma anche come "un palo retto, generalmente puntuto, usato in recinti o palizzate".
I Romani usavano il termine latino crux, distinguendo tra crux simplex (un semplice palo verticale) e crux composita (un palo verticale con una trave trasversale). Gli Atti degli Apostoli (At 5:30; 10:39; 13:29), così come Gal 3:13 e 1Pt 2:24, usano la parola ξύλον (csǜlon), che significa "albero" o "legno", per descrivere lo strumento della morte di Gesù. Questo "albero" o infelix lignum era spesso dedicato alle divinità dell'aldilà e privo di valore, quindi adatto per le esecuzioni capitali.
W. E. Vine, nel suo An Expository Dictionary of New Testament Words, sostiene che stauros e il verbo stauroō (fissare a un'asta o palo) in origine andavano distinti dalla forma ecclesiastica di una croce a due bracci. La forma della croce, come la conosciamo, avrebbe origini nell'antica Caldea come simbolo del dio Tammuz (a forma del mistico Tau) e sarebbe stata adottata dal Cristianesimo a partire dalla metà del III secolo d.C., per accrescere il prestigio dei sistemi ecclesiastici apostati, permettendo ai pagani di mantenere i loro simboli. Questo porterebbe alla conclusione che la croce sia un simbolo pagano, anche associato a simboli di resurrezione e nuova vita presenti nel paganesimo.

I Testimoni di Geova, ad esempio, hanno sostenuto strenuamente la convinzione che Gesù sia stato ucciso su un palo, citando dizionari come il Dizionario illustrato Greco Italiano di Liddell-Scott. Tuttavia, la casa editrice Le Monnier ha criticato queste citazioni come parziali e ingannevoli, in quanto il dizionario riporta molteplici accezioni del termine (trave, croce, legno, bastone, gogna, ecc.), senza prendere una posizione teologica.
Nonostante le incertezze sulla forma esatta, sia che si trattasse di un palo o di una croce composita, parlare di "croce" o di Gesù crocifisso non è errato.
Le pratiche e il contesto storico della crocifissione
La pena capitale in epoca romana
La crocifissione era una forma di tortura e di esecuzione capitale conosciuta fin dai Cartaginesi e dai Persiani. I Romani la riservavano ai delinquenti delle classi "umili", stranieri e schiavi, considerandola il supplizio "più crudele e atroce" e "il massimo e vertice delle pene" (Cicerone, In Verrem II,5). Cicerone, nel 63 a.C., la definì indegna di un cittadino romano, chiedendo che le sofferenze della crocifissione e il suo nome fossero tenuti lontani "non solo dal corpo dei cittadini romani, ma perfino dai loro pensieri, dai loro occhi e orecchie".
Nelle province dell'impero, in particolare in Giudea, le crocifissioni venivano utilizzate come strumento di repressione e dissuasione, soprattutto contro ribelli antiromani o briganti pericolosi, per mantenere il controllo sociale e politico. Flavio Giuseppe conferma l'uso della crocifissione già in epoca asmonea e ne documenta un'intensificazione durante il dominio romano, con esecuzioni collettive e individuali di ribelli ebrei.
Le fasi della passione di Gesù
La vicenda terrena di Gesù si conclude con la sua morte in croce. Il racconto dei quattro Vangeli, pur reticente sui particolari esecutivi, concorda sul fatto che «Poi lo crocifissero» (Mc 15,24; Mt 27,35; Lc 23,33; Gv 19,18). Anche nella predicazione cristiana del Nuovo Testamento, la morte di Gesù sulla croce è presentata come l'ultimo atto della sua passione.
La flagellazione
La crocifissione era preceduta dalla flagellazione, una forma di tortura e punizione preliminare. Nei Vangeli di Marco, Matteo e Giovanni, la flagellazione è appena accennata come punizione previa alla crocifissione. Luca, invece, non ne parla esplicitamente al momento della condanna di Gesù. La flagellazione romana, o verberatio, prevedeva che il condannato fosse spogliato, legato a un palo biforcuto e percosso a sangue con il flagrum o flagellum, uno strumento con strisce di cuoio e palline di metallo o ossicini di montone, che provocava profonde lacerazioni e debilitava l'organismo.
La parodia dell'incoronazione
Dopo la flagellazione, i Vangeli di Marco, Matteo e Giovanni narrano la parodia dell'incoronazione, inscenata dai soldati nel cortile del pretorio. Questo episodio di dileggio è descritto con abbondanza di particolari, mentre Luca lo omette. I soldati rivestirono Gesù con uno straccio di porpora, gli cinsero la testa con una corona di spine e lo salutarono in tono beffardo: «Salve, re dei Giudei» (Mc 15,16-18; Mt 27,29). La derisione si trasformò in tortura con percosse e oltraggi. Questo episodio ha uno scopo "parenetico" per i Vangeli, un monito che la regalità di Gesù si attua attraverso la via dell'anti-potere.
Nonostante l'intento parenetico, l'episodio della parodia dell'investitura regale è storicamente attendibile, poiché difficilmente la tradizione cristiana avrebbe inventato particolari così umilianti per una figura venerata. Fonti antiche, come Filone, narrano analoghe parodie regali di prigionieri, suggerendo che la derisione dei soldati potesse essere stata incentivata da motivi etnico-religiosi.
Il percorso verso il Golgota
Dopo la flagellazione e il dileggio, Gesù fu condotto fuori per essere crocifisso (Mc 15,20; Mt 27,31; Lc 23,26). Il percorso dal luogo della condanna a quello dell'esecuzione offrì lo spunto per l'episodio di Simone di Cirene, costretto a portare la croce di Gesù (Mc 15,21; Mt 27,32; Lc 23,26). Normalmente il condannato portava la trave trasversale (patibulum) fino al luogo dell'esecuzione, dove era già infisso il palo verticale (stipes). L'episodio di Simone ha un significato paradigmatico: chi vuole seguire Gesù deve prendere e portare la sua croce (cf. Mc 8,34; Lc 9,23). La debolezza estrema di Gesù, che non riusciva a portare il patibulum, è confermata dalla rapidità della sua morte in croce.
Il quarto Vangelo, invece, enfatizza la figura di Gesù che "da solo" porta la croce (Gv 19,17), sottolineando la sua consapevolezza e libertà nel dramma della passione.
Il luogo della crocifissione
L'esecuzione doveva avvenire con la massima pubblicità e in luogo aperto, alla vista di tutti. A Gerusalemme, il luogo della crocifissione era il Golgota, interpretato come "luogo del cranio" (in latino Calvarius). Il vocabolo aramaico Golgolà (o Golgolthà) corrisponde all'ebraico Gulgoleth. Sondaggi archeologici recenti hanno rivelato l'esistenza di una cava di pietra abbandonata, dove si eleva per circa cinque metri il luogo della crocifissione, appena fuori della porta della città. Questo particolare è indicato nei Vangeli e nella Lettera agli Ebrei (Eb 13,12). L'attuale complesso del Santo Sepolcro, pur sorgendo dentro le mura della città vecchia, è confermato dai reperti archeologici come ubicato fuori dal secondo muro di Gerusalemme, come descritto da Flavio Giuseppe.
Gesù tra i "malfattori"
Secondo il racconto di Luca, assieme a Gesù furono condotti al luogo della crocifissione anche due kakoúrgoi, "malfattori", che furono crocifissi con lui, uno a destra e l'altro a sinistra (Lc 23,32.33; cf. Gv 19,18). Marco e Matteo li chiamano le'stái, "briganti" (cf. Mt 27,44), un termine che Flavio Giuseppe usava per designare ladri, rapinatori, assassini e, in particolare, i "ribelli" antiromani. La sua collocazione al centro dei due crocifissi richiama l'episodio dei figli di Zebedeo che chiedono di sedere alla sua destra e alla sua sinistra nella sua gloria (Mc 10,37; Mt 20,21). L'immagine di Gesù crocifisso tra due briganti, dato il significato decisamente negativo e politicamente pericoloso dell'appellativo le'stés, non può essere un prodotto della predicazione cristiana, ma suggerisce una base storica.
La modalità dell'inchiodatura
Sebbene i Vangeli non descrivano dettagliatamente la crocifissione, i lettori cristiani del primo secolo evocavano l'immagine del condannato appeso a due pali incrociati. Un indizio sulle modalità proviene dall'affermazione dubitativa di Tommaso, che voleva accertare la morte di Gesù guardando «il segno dei chiodi nelle sue mani» (Gv 20,25), indicando inchiodamenti plurimi. Il ritrovamento dei resti di un crocifisso in un cimitero del II secolo a Giv'at ha-Mivtar, nel 1968, ha permesso di ricostruire la posizione di un crocifisso, sebbene l'iniziale ricostruzione del 1978 di Eytan Zias fosse imprecisa a causa degli scarsi resti ossei.

Il significato teologico e simbolico della Crocifissione
La croce come scandalo e trionfo
La morte di Gesù in croce è uno scandalo che offende molti ebrei legati ai codici di santità/purezza, in quanto un uomo impiccato a un albero era considerato "maledetto" (Deuteronomio 21.23) e il suo cadavere insepolto era in un luogo "immondo", "fuori luogo". Paolo aveva compreso che la crocifissione era stata «una pietra di scandalo per gli ebrei» (1 Cor 1.23) e la reinterpretò come dimostrazione della sapienza e del trionfo di Dio. La morte di Gesù, pur rimanendo un atto di trasgressione dei codici di purezza, non attraverso le sue proprie azioni, trasforma la mostruosa morte in uno scandalo che rende meno definite le categorie di purezza/impurità. La crocifissione spezza il corpo di Gesù, allo stesso modo in cui Egli spezza il pane per condividerlo con i suoi discepoli.
Per i cristiani, la croce è il contrassegno della vita e della salvezza. Quotidianamente, il cristiano è chiamato a conformare la sua vita a quella crocifissa di Cristo. Nei Vangeli sinottici, la parola "croce" è usata metaforicamente cinque volte («prendere e portare la croce») per indicare gli avvenimenti che causano dolore, sofferenza e mettono alla prova.
La rappresentazione artistica della Crocifissione
Il tema della Crocifissione ha profondamente influenzato l'arte. Nelle prime opere paleocristiane (III secolo), erano presenti solo raffigurazioni della croce greca e, dal IV secolo, il cristogramma (ΧΡ). Dalla metà del IV secolo, compaiono la croce Eusebiana e la croce gemmata, e per la morte di Cristo si utilizza anche la raffigurazione dell'Agnello Mistico. In generale, gli artisti preferivano la rappresentazione simbolica a quella realistica.
La prima comparsa del tema della Crocifissione nell'arte risale al V secolo, con una scultura sulla Porta Lignea della Chiesa di Santa Sabina a Roma. Il primo affresco è successivo e si trova anch'esso a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Antiqua.
Il Christus Triumphans
Con origini bizantine, il Christus Triumphans rappresenta il trionfo sulla morte. Cristo ha gli occhi aperti, il capo eretto (talvolta cinto da una corona regale), e sul corpo non sono visibili segni di sofferenza. I piedi sono paralleli, conferendo a Gesù una postura eretta e maestosa. Il corpo è trafitto da quattro chiodi (due nelle mani e due nei piedi). Il volto rilassato e il corpo senza spasimi simboleggiano la vittoria di Cristo sulla morte. Per questo, sul suo capo non è raffigurata la corona di spine, ma un'aureola dorata. Questo particolare dei piedi inchiodati separatamente si perderà a partire dal XIV secolo.

Il Christus Patiens
Il Christus Patiens comincia a diffondersi a partire dal X secolo. Gesù è rappresentato morente o morto, con un'espressione contratta dal dolore. Ha la corona di spine, il volto agonizzante e rigato di sangue. Le gambe sono piegate, i piedi sovrapposti e trafitti da un solo chiodo, il diaframma irrigidito per l'intensa sofferenza. Uno dei primi esempi è il Crocifisso di Gero, conservato nel duomo di Colonia.
Ai lati del Crocifisso possono comparire la Vergine Maria, Maria Maddalena, l'apostolo Giovanni, i Santi, i soldati romani, gli scribi, i sacerdoti, i membri del Sinedrio, ecc. Con la pittura del Quattrocento e del Cinquecento, la rappresentazione della Crocifissione allarga il racconto, intensificando il senso umano del dramma vissuto da Gesù con una partecipazione corale. Intorno alla croce compaiono scene piene di personaggi di tutte le classi sociali, a sottolineare la dimensione universale dell'evento salvifico.

Il Crocifisso di San Damiano: un'icona di luce e vita
Il Crocifisso di San Damiano, un'icona del XII secolo conservata nella Basilica di Santa Chiara ad Assisi, è un esempio significativo di rappresentazione artistica che trascende il "macabro significato" della crocifissione. Questa icona non rappresenta la morte in sé, ma il passaggio alla vita, la lotta tra la luce e le tenebre, e il trionfo celeste.
- Colori dominanti: Il rosso e l'oro simboleggiano la passione implicita e il trionfo di Cristo. Il Crocifisso non è morto ma "risorto".
- Occhi aperti: Nonostante il capo reclinato, gli occhi aperti indicano che Gesù è il Vivente.
- Sfondo: Il nero della croce, unito al colore oro, è simbolo dell'eternità divina, un inno alla Vita.
- La tomba: La tomba di Cristo è chiusa alla base, e lo spazio libero costituisce una sorta di entrata verso il Regno di Dio, nel quale introduce la Fede.
- Corona di gloria: Sul suo capo è presente una corona di gloria, che racchiude le linee della croce.
- Personaggi: Ai piedi della croce si trovano Maria SS., San Giovanni, Maria Maddalena, Maria di Cleofa e il Centurione, simbolo della Comunione dei Santi di ogni tempo.
- Altri dettagli: La ferita del costato da cui scende il sangue della nuova alleanza, l'iscrizione "Gesù Nazareno, Re dei Giudei" in ebraico, latino e greco (che testimonia la sua regalità), e la raffigurazione di un gallo, simbolo del sole nascente.
Interpretazioni contemporanee della Crocifissione
La Crocifissione e la comunità Queer
Robert E. Goss, sacerdote gesuita dimissionario e pastore nella Fellowship Universale di Metropolitan Community Churches (MCC), ha offerto riflessioni bibliche in chiave Queer. Egli osserva come la morte di Matthew Shepard, un giovane omosessuale assassinato, sia stata percepita da molti americani come una ripetizione del Cristo crocifisso. Matthew fu picchiato e appeso a una recinzione, con le braccia allargate in una "grottesca crocifissione", morendo in agonia come un altro giovane torturato e inchiodato a una croce di legno fuori Gerusalemme.
La comunità Queer ha trasferito l'immagine del Cristo crocifisso al corpo di Matthew, appeso a una recinzione, per evidenziare la continuità della sofferenza e della trasgressione. Lo scandalo, in questa prospettiva, sta nel fatto che il giovane omosessuale assassinato si trasforma in "portatore di una memoria sacra", mentre i nemici commettono violenza in nome della croce. Il critico culturale Edward Ingebretsen riconosce che il corpo insanguinato di Cristo è stato traslato nel corpo crocifisso di Matthew, riaprendo una crisi sul significato della morte di Gesù e sulla natura del sacro.
La croce come simbolo e idolatria
Nonostante la croce sia stata associata al Cristianesimo, non fu un simbolo dei primi discepoli di Gesù, che la aborrivano come simbolo pagano. Chi mai si appenderebbe al collo la riproduzione di una sedia elettrica se un suo caro fosse stato giustiziato così, pur essendo innocente? Il simbolo della croce è molto più antico della prima congregazione dei discepoli di Gesù e presenta una serie di significati mistici e magici in diverse culture antiche, dall'Egitto ai Fenici. La sua diffusione nel Cristianesimo è correlata all'adozione di dottrine pagane, come quella della Trinità.
Tertulliano attesta che i cristiani si segnavano la fronte con un piccolo segno della croce, usandola come forma di esorcismo. Tuttavia, la croce di derivazione pagana, al pari di altri culti del dio Sole (come la domenica e le feste di Pasqua e Natale), rende il suo uso nel culto una forma grave di idolatria. Filosoficamente, è discutibile attribuire a Gesù, attraverso tale simbolismo, prerogative dirette di Dio, come la resurrezione, che è un atto di autorità divina. Dio solo è immortale (1Tm 6:16) e l'unico oggetto di adorazione e preghiera (Lc 4:8; Gv 4:23; Ap 19:10; 22:9). La croce, come le immagini e le statue religiose, non è uno strumento innocuo o una decorazione, ma un simbolo che può condurre all'idolatria.
In sintesi, «Noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1:23-25). Gesù indicò lo stauròs per rappresentare la sofferenza e la vergogna che avrebbero patito i suoi seguaci. Al di là della certezza che la croce non vada utilizzata in alcun modo nell'adorazione, rimane il fatto che Gesù morì su uno strumento di morte e vergogna, la cui forma esatta (croce o palo) non è accertabile con sicurezza dalle prove disponibili.
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