Il Significato Iconografico di Gesù che Tende la Mano

L'immagine di Gesù che tende la mano è tra le più potenti e ricorrenti nell'iconografia cristiana, simboleggiando salvezza, protezione, cura e trasmissione della grazia divina. Essa trova le sue radici profonde nelle Scritture, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento, e si manifesta come espressione tangibile dell'amore e della potenza di Dio.

Un episodio evangelico emblematico, che per noi persone moderne rappresenta una sfida alla comprensione razionale, è quello di Gesù che cammina sulle acque. In questo contesto, Pietro, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». Il nostro rapporto con la natura è talmente stringente e oggettivo da annullare qualsiasi possibile ipotesi di lettura degli eventi naturali che non sia scientifica, e per noi camminare sulle acque semplicemente non è possibile.

Possiamo però cogliere il fluire di questo racconto di dubbio e di fede osservando che il capitolo si è aperto con il trauma dell’esecuzione di Giovanni Battista - punto di riferimento per i seguaci del Nazareno - e ricordando che poche righe prima leggevamo della moltiplicazione dei pani e dei pesci - Gesù che sfama corpo e spirito di una moltitudine. Pietro chiede dunque a Gesù di sostenerlo nel suo essere seguace fino in fondo, nonostante tutto, dolori dubbi o entusiastiche certezze, e scopre ciò che anche noi sperimentiamo: Gesù c’è, alla fine colui che dubita è proprio il discepolo. Questo brano si chiude con una domanda: di cosa, di chi dubita Pietro? Che la fede gli permetta di camminare sulle acque? Della capacità di Gesù di sostenerlo? Oppure di se stesso? Forse gli scossoni a cui ha appena assistito lasceranno indenne la sua fiducia che l’incontro con Gesù sia anche l’incontro con il Cristo?

Sappiamo che Pietro è lo specchio di molti credenti: oscilla tra il riconoscere Gesù come Messia e il rinnegarlo tre volte prima che il gallo canti - cioè in modo fermo prima che la foschia lasci spazio alla concretezza del giorno della croce. Non ci vediamo riflessi in questa pagina? Vorremmo camminare nella tempesta della vita verso Gesù, sicuri e impavidi, ma ci rendiamo conto di quel che stiamo realmente per fare. Allora affondiamo, gridiamo verso Gesù che sembra lontano. Ma lui tende la mano, c’è, ci afferra, ci salva.

Gesù che tende la mano a Pietro mentre cammina sulle acque in tempesta

La Mano Divina nell'Antico Testamento: Creazione, Cura e Salvezza

La mano di Dio è un motivo iconografico e teologico di straordinaria ricchezza nell'Antico Testamento, rappresentando la sua potenza e il suo intervento diretto nella storia umana:

  • Creazione: La mano di Dio crea: «Tutte queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie» (Is 66,1-2); «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte» (Gb 10,8). Questo gesto evoca mani divine al lavoro, che plasmano con cura l'umanità. In seguito, i profeti hanno parlato di Dio come di un vasaio che lavora l'argilla. Questa immagine suggerisce mani attente, pazienti e dedicate.
  • Cura e Provvidenza: Con le sue mani si prende cura: «Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la tua mano, si saziano di beni» (Sal 104,27-28).
  • Salvezza e Liberazione: Salva: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso» (Dt 5,15; cfr. 4,34; Es 13,3-14; Sal 17,7; 104,7).
  • Protezione e Sostegno: Offre protezione: «La mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza» (Sal 89,22). Le sue mani rialzano chi è caduto: «Se egli cade, non rimane a terra, perché il Signore sostiene la sua mano» (Sal 37,24).
  • Mandato Divino: La mano di Dio è garanzia di mandato divino «Poiché la mano del Signore, suo Dio, era su di lui» (Esd 7,6.9). Il profeta Ezechiele, in particolare, esprime la guida, l'assistenza e la cura di Dio nella sua missione: «La mano di Dio su di me» (cfr. Ez 2,9; 8,1-3.6; 33,22; 37,1-2). La mano del Signore fu pure sopra Eliseo (2Re 3,15) e anche Isaia ne fece esperienza (Is 8,11).
  • Giustizia e Misericordia: La mano di Dio è, pure, simbolo della sua giustizia punitiva: «Per questo è divampato lo sdegno del Signore contro il suo popolo, su di esso ha steso la sua mano per colpire» (Is 5,25; cfr. Sal 21,9; 32,4; Rut 1,3). Tuttavia, la mano del Signore, quando colpisce il fedele, non lo distrugge, perché è mano misericordiosa. Conclude il re Davide: «Ebbene cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!» (2Sam 24,14; cfr. 1Sam 5,9; 28,17; Gb 1,11; 19,21; Sir 2,18).
Rappresentazione della mano di Dio che crea il mondo o interviene nella storia biblica

Le Mani di Gesù nel Nuovo Testamento: Guarigione, Benedizione e Protezione

Nel Nuovo Testamento, il richiamo alle mani di Gesù risuona con una specificità potente e rivelatrice. Il termine "Le sue mani" nella cristianità assume molteplici significati. Rappresenta la potenza divina, la protezione di Gesù e l'aiuto essenziale per superare le sfide. Simboleggia le azioni di Gesù, come guarire i malati, e le azioni di Dio, come la creazione.

  • Guarigione e Trasformazione: Il richiamo alle mani sananti di Gesù risuona 39 volte. In tutta la sua vita pubblica, Gesù usa le mani per guarire. Tocca i malati, i ciechi, i lebbrosi (Mc 1,40.41; Mc 5,21-43; Mc 1,31; Mt 8,15; Mc 7,33, Mc 8,23.25). Dove gli altri si tirano indietro, lui tende la mano. Il potere di questo gesto è travolgente: Gesù tocca gli intoccabili, restituendo dignità attraverso la vicinanza. Le sue mani non condannano, ma sollevano, ricordando a tutti il loro valore, la loro bellezza, la loro possibilità di essere restituiti.
  • Benedizione e Autorità: Egli riceve il potere del Padre nelle sue mani (Gv 3,35). Con la mano benedice i bambini e i discepoli (Mt 19,13; Lc 24,50). La forma di benedizione più semplice è l’imposizione delle mani, una pratica perlopiù associata alla cristianità.
  • Protezione: Con le sue mani protegge le pecore dai nemici (Gv 10,28-29), offrendo sicurezza e riparo.
  • Compassione e Tenerezza: Le sue mani accarezzano (Mc 10,13) e toccano il morto per risuscitarlo (cfr. Lc 7,14-15; Mc 5,41-42; Gv 11,43-44), dimostrando la sua infinita compassione e la sua capacità di riportare alla vita.
Gesù che guarisce un malato con l'imposizione delle mani

La Destra di Dio: Simbolo di Potenza e Autorità

La mano di Dio è qualificata anche come "mano destra". La destra indica la potenza e l'abilità di Dio, la dolcezza e l'elezione, la capacità di uccidere e di guarire: «La tua destra, Signore, terribile per la potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico» (Es 15,6). È il lato dell'onore, della forza e dell'autorità divina, spesso associato al luogo di Cristo in cielo, alla destra del Padre.

Mani, Estensione del Cuore: Un Approccio Teologico

Nella Bibbia, le mani non sono mai insignificanti. Agiscono, pregano, benedicono, sollevano. Esprimono ciò che c'è nel cuore. Dio stesso a volte appare con mani umane, per toccare, plasmare e accompagnare. Le mani sono potenti e fragili allo stesso tempo, fatte per lavorare, consolare e guarire. Esse sono al centro di molte scene bibliche, piene di tenerezza o di forza.

Creazione e Guida Divina

Dalle prime pagine della Genesi, Dio crea l'uomo plasmandolo dal suolo. Questo gesto evoca mani divine al lavoro, che plasmano con cura l'umanità. In seguito, i profeti hanno parlato di Dio come di un vasaio che lavora l'argilla. Questa immagine suggerisce mani attente, pazienti e dedicate. Mosè impone le mani a Giosuè per designarlo come suo successore. I sacerdoti benedicono il popolo con le mani alzate. Il gesto delle mani esprime autorità e trasmissione, ma anche tenerezza. Nei salmi, la mano destra di Dio è fonte di forza e di salvezza. Essa guida, protegge e rassicura: "Io sono sempre con te, tu hai afferrato la mia destra" (Salmo 73).

Le Mani Aperte: Fede, Preghiera e Giustizia

La Bibbia dà valore alle mani aperte. L'elemosina, la condivisione, il dono sono possibili solo con mani che non si trattengono. Dio benedice coloro che aprono le mani ai poveri, ai fratelli e alle sorelle. I profeti, come Isaia, denunciano le mani macchiate di sangue o chiuse alla giustizia. La vera fede si riconosce nelle mani che costruiscono la pace, che si prendono cura, che non colpiscono.

Le mani aperte sono anche un segno di preghiera. Nei salmi, i fedeli dicono: "Alzo le mani verso di te, o Signore". È un gesto di offerta, di fiducia, di vulnerabilità. Pregare con le mani alzate significa dire a Dio: "Sono davanti a te disarmato, smascherato". È accogliere la sua luce, la sua forza, il suo respiro.

Le Mani Offerte sulla Croce e la Riconoscenza di Cristo Risorto

Il culmine della teologia delle mani nella Bibbia si trova nella Passione. Gesù tende le mani, non per difendersi, ma per offrirle. Sulla croce, le sue mani sono trafitte, inchiodate e offerte. Diventano il segno assoluto dell'amore fino alla fine. Non tiene nulla per sé. Dopo la risurrezione, è proprio mostrando le mani che Gesù viene riconosciuto. A Tommaso dice: "Metti qui il tuo dito, guarda le mie mani". Queste mani non sono dimenticate. Portano i segni dell'amore. Raccontano la verità della sua vita donata. I discepoli le vedono e credono. Diventano la prova vivente che l'amore ha superato la morte.

Gesù crocifisso con le mani trafitte, oppure Gesù risorto che mostra le mani a Tommaso

Le Nostre Mani a Immagine delle Sue

La Bibbia non ci mostra solo mani divine. Ci invita anche a fare delle nostre mani strumenti d'amore. Paolo parla spesso di lavorare con le sue mani per provvedere a se stesso. Ci incoraggia a fare del bene con le nostre mani, a benedire piuttosto che maledire, a costruire l'unità.

Le nostre mani hanno una vocazione. Possono consolare, sostenere, costruire, servire. Possono anche ferire, respingere, dominare. Tutto dipende dallo spirito che le anima. La fede cristiana invita a una conversione che si estende alle nostre azioni quotidiane. Una mano tesa può cambiare la vita. Una carezza, una stretta di mano, un aiuto discreto possono parlare più di mille parole. Imparare ad amare come lui significa anche imparare a mettere le mani sugli altri con dolcezza, con giustizia, con fede. Perché spesso sono i gesti più semplici a esprimere la profondità dei nostri cuori.

La Crisi della Fede e il Grido di Salvezza: L'Esempio di Pietro

Il Vangelo di Matteo racconta l'episodio cruciale: «Gesù parlò loro dicendo: “Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”. Ed egli disse: “Vieni!”. Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Appena saliti sulla barca, il vento cessò.

Quello che colpisce in questo episodio è la reazione di Pietro allo sprofondamento. Solo grazie al potere di Cristo, Pietro poté camminare sulle acque. Per questo, dubitando di Lui, si è messo ad affondare nel lago. Ma la cosa a cui non si pensa spesso è che Pietro sapeva nuotare. Non reagì con una reazione istintiva, perché per un pescatore di lunga esperienza la reazione istintiva sarebbe stata di mettersi a nuotare, di tenersi almeno a galla.

Ciò vuol dire che Pietro, fin dal primo giorno in cui ha incontrato Gesù e ha lasciato tutto per seguirlo, fin dalla sua “prima Galilea dell’incontro”, direbbe il Papa, è entrato, per così dire, in un’altra dimensione della vita. Continuava a utilizzare tutte le sue qualità e capacità naturali, culturali o professionali, continuava a reagire, nel bene e nel male, con il suo temperamento, ma il fulcro della sua vita era cambiato. Aveva riconosciuto e integrato che il centro della sua vita fosse Colui che “è il centro del cosmo e della storia” (Redemptor Hominis, 1). Non poteva, non poteva più contare su nessun altro centro, su nessun’altra consistenza nella sua vita.

Certo, spesso Pietro e gli altri, come tutti noi, tornavano ai soliti istinti, a una vita, a reazioni, a sentimenti, a idee, tipici di chi non aveva incontrato Gesù. La conversione della fede è quella che, nel prendere coscienza dei rinnegamenti di Cristo che consumiamo lungo tutto il giorno, torna a Lui chiedendo che riprenda per noi, nel nostro cuore, in tutta la nostra vita, il posto di Signore e Salvatore. Il modo migliore per farlo è gridare come Pietro: “Signore, salvami!” (Mt 14,30), che significa: “Oh Cristo, io so che tu sei il mio Signore e Salvatore!"

Immaginiamo come Pietro ha dovuto ripensare a questo episodio. Magari si è chiesto anche lui: “Ma com’è che non ho pensato neanche un attimo che potevo nuotare?” Eppure doveva sentirsi lieto di non aver reagito istintivamente, di aver gridato “Signore, salvami!”, perché questo gli ha permesso di sperimentare la cosa più bella che si possa sperimentare con Cristo: la sua salvezza.

«Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: “Signore, salvami!”. Verrebbe da dire: benedetta la poca fede, benedetto il momento di dubbio e di paura, benedetto il mare agitato e il vento, se tutto questo ci porta a gridare che Gesù ci salvi, e soprattutto se questo permette a Gesù di stendere la sua mano verso di noi e afferrarci! Che importa il rimprovero - che poi è anche un rimprovero pieno di tenerezza, come di un papà al suo bambino - se Gesù lo fa tenendo Pietro per mano, tenendolo afferrato a Lui, ancora in mezzo al mare in tempesta.

Mi rendo conto che in fondo cerchiamo sempre di avere una fede che domina il mare e la tempesta, che domina tutto. Qui Gesù rimprovera a Pietro di avere poca fede, letteralmente di essere un uomo “di piccola fede - Ὀλιγόπιστε”. Non può essere capito anche positivamente come richiamo ad avere una fede da piccoli, una fede che proprio dentro quello che non riusciamo mai a dominare, a cominciare da noi stessi, dai nostri sentimenti, dal nostro orgoglio, dalla nostra meschinità, che proprio in mezzo a tutto questo questa fede da piccoli grida a Gesù e si lascia afferrare da Lui? Un bambino in pericolo fa come Pietro: grida e si lascia prendere. La fede che ci è chiesta non è quella di saper dominare tutto, ma di lasciarci afferrare e salvare da Cristo in tutto. Poi è Lui che domina tutto, che calma il mare, che fa arrivare a riva.

Ciò che corrisponde totalmente al nostro cuore non è che otteniamo tutto quello di cui sentiamo il bisogno ma che, sperimentando come Gesù sta con noi nel bisogno, come Gesù ci prende per mano, ci accorgiamo che è solo di Lui che abbiamo bisogno. Il tempo dell’Avvento ci rieduca al desiderio di Cristo, alla domanda, al grido che Lui venga a salvarci. È un’arte, quella di pregare domandando, che tutta la vita concorre ad esercitare.

La "Galilea Quotidiana" e la Presenza di Cristo

Ognuno di noi, in qualsiasi situazione si trovi, deve chiedersi se e come ha fatto l’esperienza di essere preso per mano da Gesù come risposta al suo bisogno di Salvezza. Questa è la “Galilea” di ognuno di noi, che va sempre come ridestata nel fascino che ci ha conquistato un giorno. Non si tratta di vivere di miracoli, di rinunciare a quello che possiamo fare noi. San Pietro, se quel giorno non ha pensato di saper nuotare, e si è risollevato grazie alla mano di Gesù, non ha rinunciato a saper nuotare né a tutte le sue capacità umane e professionali.

La fede non è un’alternativa alla responsabilità che abbiamo nei confronti della vita. La fede assume tutte le responsabilità tenendo per mano Cristo, per cui l’esperienza della sua tenera compagnia che riempie e soddisfa il cuore entra in tutte le pieghe della vita donandoci di viverle al centuplo.

Come dare fiducia a Dio?

La Mano di Cristo nella Missione e nella Chiesa

L’evangelista Luca nel descrivere la presenza di Dio in Atti 11:21 qualifica questa presenza, illustrandola con un’immagine: “la mano del Signore”. Questa mano è un’estensione del corpo che dal cielo protegge e dirige, tutelando. La delucidazione faceva chiaro riferimento a ciò che disse Gesù Cristo il Salvatore nell’Evangelo di Giovanni (10:28) “nessuno le rapirà dalla mia mano”, elargendo in questo modo l’idea di protezione verso i credenti. La mano del Signore era finalizzata a che “il lieto messaggio” (Atti 11:20) o Evangelo del Signore Gesù non creasse confusione sull’identità di chi era il Signore e che producesse credere, ovvero fede e conversione. E ancora Atti 11:23 si vedesse la grazia di Dio.

Quello che deve riaccadere è il grido di Pietro, “Signore, salvami!”, e che ci lasciamo afferrare dal tocco immediato della presenza incarnata di Cristo, dalla sua mano, cioè la Chiesa, la comunità, le persone la cui comunione trasmette ad ognuno di noi e fra di noi la tenerezza di Cristo che accompagna la vita. Una compagnia è matura, è vera, è cristiana, se ci aiuta in questo, creando per noi e con noi lo spazio della gratuità, che è spazio di domanda di salvezza e di appartenenza al Signore e Salvatore della vita.

Infatti, ogni volta che incontriamo la Chiesa, che ci incontriamo come Chiesa, sempre ci accorgiamo che siamo aiutati e ripresi, corretti e sorretti nel domandare e nello starci a camminare con Cristo, attaccati a Lui, dentro la vita. Per questo, desiderare che questa esperienza diventi costante, la vita della vita, non sarebbe vero senza tornare al luogo e alla compagnia che ce l’ha trasmessa all’inizio. Non tornarci, vorrebbe dire non esserci accorti che abbiamo incontrato Cristo. Come se Pietro non si fosse più ricordato che quel giorno, a salvarlo dal mare in tempesta, era Gesù e non la sua abilità natatoria o la barca.

Il Risorto ha rimandato i discepoli in Galilea non per ritrovare le belle colline verdi e il lago azzurro, ma per ritrovare il rapporto con Lui, vivo e presente. Non ci chiede di appartenere alla Chiesa o a una comunità per ragioni estetiche, sentimentali, ma per sperimentare la sua Salvezza, per lasciarci sempre di nuovo afferrare dalla sua mano. La bellezza della Galilea, della Chiesa, della nostra comunità, è l’onnipotente tenerezza di Cristo. Dovremmo andare con questo desiderio ad ognuno dei nostri incontri, di qualsiasi tipo, liturgico o di condivisione. Vivere questo, rinnovare questa esperienza, nella fedeltà allo spazio di gratuità della domanda e della condivisione, della comunione, è la condizione e la sostanza della missione.

Pietro e il Paralitico: Trasmettere la Salvezza

Immaginiamo come ha vissuto Pietro la sua missione, in Gerusalemme, ad Antiochia, a Roma. Come quando si è trovato con Giovanni di fronte al paralitico: «4Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi”. 5Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. 6Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, alzati e cammina!”. 7Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Pietro ha fissato quell’uomo, gli ha annunciato Cristo nella sua povertà e impotenza, e poi lo ha preso per mano e l’ha sollevato. Insomma, gli ha trasmesso tutta l’esperienza che lui ha fatto quel giorno quando Gesù l’ha tirato fuori dalle acque. Ha teso al paralitico la mano di Cristo che salvava lui, a cui lui rimaneva aggrappato, e in questo sguardo, questo gesto, questa tenerezza, ha trasmesso al paralitico Cristo stesso.

Pietro che prende per mano il paralitico e lo solleva

Non c’è nessuno sforzo nella missione di Pietro. Lui infatti appare spesso tranquillamente appisolato. Non perdeva il sonno preoccupandosi della missione. Perché? Ma perché chi salva è Cristo, la salvezza è la Sua, è Lui. Per cui, anche fra di noi non ci deve essere l’affanno di cosa dobbiamo fare per trasmettere la Salvezza di Cristo. Dobbiamo solo accoglierla, sperimentarla e trasmettere a tutti coloro che incontriamo nella vita lo stupore, la gratitudine, di essere salvati così, con tanta compassione per la nostra miseria, con tanta tenerezza per la nostra fragilità. Quando facciamo questa esperienza, non ci stupiamo più di essere strumenti della Salvezza per gli altri.

La "Mano del Signore" come Presenza nella Comunità

Da dove ricominciare? Nell’episodio di Pietro che cammina sulle acque, il punto cruciale per la sua libertà è stato quello di gridare: “Signore, salvami!” Lì la Salvezza ha potuto entrare nella sua vita. Questo vale anche per noi. Ma forse per noi c’è un grido ancora più fondamentale, più consono alla poca evidenza con cui guardiamo alla presenza di Cristo. Un grido che la Chiesa non si stanca di ricominciare sempre ad insegnarci, come una madre non si stanca di insegnare al bambino a chiamarla se ha bisogno. Questo grido invoca una presenza. Invoca la Salvezza come presenza.

L’evangelista Luca nel descrivere la presenza di Dio in Atti 11:21 qualifica questa presenza, illustrandola con un’immagine: “la mano del Signore”. In Atti 12:7 l’episodio ci racconta proprio di una cella, impenetrabile, profonda, oscura, di un luogo lugubre quasi mortale. In questo brutto posto, all’improvviso, appare un angelo: come dire, la Parola dell’Evangelo arriva con leggerezza sulle ali invisibili di un messaggero fantastico, per portare pace, calma e riflessione. Arriva anche luce nel luogo oscuro. “Alzati, presto!”, è l’invito dell’angelo; da una posizione di prigioniero, alzati da questa dignità precaria di carcerato, in fretta, subito e senza indugio.

Nel verso 7 di Atti 12, il racconto prosegue con delle catene che cadono da delle mani, è il primo atto alla risposta di fede al comando dell’angelo. Succede come nel miracolo del paralitico (Giov. 5:8) “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina, In quell’istante quell’uomo fu guarito e preso il lettuccio si mise a camminare”. È sempre lo stesso metodo che viene adoperato dal Signore Gesù Cristo. Al suo “alzati”, la nostra balbettante risposta deve essere fiduciosa alla sua parola. Rispondere “sì” al suo invito di uscire dalla prigione del nostro essere peccaminoso, è il formarsi della fede, per respirare la libertà di Cristo. L’epistola Agli Efesini (5:14) proclama “risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti e Cristo ti inonderà di luce”. Le catene limitative della libertà alla replica della fede vera cadono in frantumi.

L’analisi della riacquistata libertà di Pietro è molto semplice; Atti 12:11 specifica: “so di sicuro che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha liberato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si attendeva il popolo dei Giudei”. Nuovamente emerge il nome dell’arto per classificare i persecutori, gli avversari, messi in grado di non nuocere dalla sapienza e dall’economia di Dio, che dispone con la sua potente mano. Ancora in Atti 12:17 c’è un cenno eloquente con una mano per far tacere e per raccontare non solamente la storia della liberazione, ma il modo che il Signore aveva liberato Pietro. Un grande esempio è seguire la testimonianza dell’apostolo, ma soprattutto divulgare il modo in cui Gesù salva i peccatori ancor oggi ignorato dai più.

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