La storia di Federico Arcangelo Marra, noto come Don Enrico Smaldone, è la narrazione di una vita dedicata ai più bisognosi. Nato e cresciuto nel cuore pulsante del Quartiere Ardinghi, la sua esistenza è stata un faro di speranza e un motore di cambiamento sociale, culminata nella fondazione della celebre "Città dei Ragazzi".
Infanzia e Vocazione Sacerdotale
Federico Arcangelo Marra fu battezzato nella parrocchia di S. Benedetto e della SS. Annunziata dal parroco don Luigi Smaldone. Era un bambino vivace ed allegro, cresciuto nello storico Quartiere Ardinghi. Trascorreva il tempo tra la casa, la scuola e la bottega nella quale tentava di imparare, senza troppo successo, il mestiere di calzolaio. Il piccolo Enrico preferiva di gran lunga giocare nel vastissimo largo dell’Annunziata. Fu lo zio, don Pietro Smaldone, ad avviarlo sulla strada del seminario.
Il 13 luglio del 1941, all’età di 26 anni, fu ordinato sacerdote dal vescovo mons. Teodorico De Angelis. In quel periodo imperversava il secondo conflitto mondiale, un tempo segnato dalla grave mancanza di cibo e denaro.

La Nascita di un Sogno: L'Idea della Città dei Ragazzi
Don Enrico, giovane presbitero, era Rettore della chiesa di Santa Caterina nel quartiere in cui era nato. Spesso sedeva sulle scale e, in silenzio, scrutava la miseria dei numerosi ragazzi che trascorrevano gran parte della giornata per strada, abbandonati a se stessi e al degrado di quegli anni tormentati. Questa visione lo spingeva a chiedersi: "Cosa fare per strapparli al pericolo di quelle giornate monotone e senza colore?"
Nell’aprile del 1945, coinvolgendo gli amici dell’infanzia, fondò un gruppo scout tra i più importanti dell’Italia meridionale, che guidò con entusiasmo e passione. Tuttavia, l'anno decisivo per l'ispirazione della Città dei Ragazzi fu il 1949.
Il 6 gennaio di quell'anno, l’amico don Gennaro La Mura, proprietario del Cinema Minerva di Angri, lo invitò insieme ai suoi esploratori a vedere il film “Gli uomini della Città dei Ragazzi”. Sullo schermo, in bianco e nero, le immagini raccontavano la storia di padre Flanagan, il sacerdote che nel Nebraska aveva fondato una casa per ragazzi a rischio.
Marie Louise Von Franz: Le visioni di Nicolao della Flüe, un film di Guido Ferrari, 1987
Don Enrico annoterà nel suo diario: «Tornai a casa sconvolto. E questo turbamento mi durò per giorni. Meditai a lungo. Quando una mattina picchia alla mia porta un bimbo di otto o nove anni. Lacero, sporco, i capelli arruffati: portava in viso i segni della sofferenza. Gli offrii l’altra metà del caffè che stavo sorbendo e un pezzo di pane. E, quando lo invitai a parlare, seppi tutto di lui. La mamma gli era morta quando lui aveva solo tre anni. Il padre era da tempo all’ospedale. In chiesa era entrato solo qualche volta. I santi li conosceva soltanto attraverso la bestemmia che sentiva pronunciare dai suoi compagni di marciapiede e che, qualche volta, ripeteva anche lui. Quando il bambino mi lasciò per andare via, pensai a tante tenere vite che il disordine morale, conseguenza della guerra, non ha risparmiato. Pensai ai fanciulli della strada cui non brilla il sorriso della mamma, privi della protezione del padre, raminghi nella vita. Il loro passato è un angoscioso ricordo; il presente, squallore e miseria.» Questo incontro rafforzò la sua determinazione a creare un rifugio per questi giovani.
La Costruzione della Città dei Ragazzi: Cronologia e Supporto
Per ricostruire l’indole appassionata di don Enrico è sufficiente ricordare, in ordine cronologico, alcune date che hanno segnato dei passaggi significativi nella realizzazione della Città dei Ragazzi:
- 1949: L'anno decisivo. Il 6 gennaio don Enrico assiste alla proiezione del film che racconta la vicenda di padre Flanagan e decide di costruire anche ad Angri una Città dei Ragazzi.
- 13 febbraio 1949: Appena un mese dopo! Un corteo in festa arriva nel fondo di 5.000 metri quadrati donato dal dott. Giuseppe Adinolfi e fissa un cartello con la scritta “Qui sorge La Città dei Ragazzi”.
- 10 marzo 1949: Stila il “Metodo pedagogico” da adottare nella Città.
- 10 luglio 1949: Posa della prima pietra.
- 4 marzo 1951: Insieme a tre bambini si trasferisce dalla casa paterna alla casetta in blocchi, con il tetto di tegole, che gli operai della ditta Lamaro avevano costruito per custodire gli attrezzi.
Quando la ditta Lamaro sospese i lavori per mancanza di fondi, don Enrico, con la sua geniale fantasia e grazie anche all’aiuto dell’amico Federico Russo, redattore in America del Progresso Italo Americano, raccolse altro denaro e i lavori ripresero. Coinvolse i camionisti di Angri che si recavano sul Vesuvio a caricare pietre per La Città. Gli operai delle Manifatture Cotoniere Meridionali rinunciarono due volte al mese alla mensa a favore dell’opera di don Enrico. Anche l’ELVEA fu coinvolta in questa gara di solidarietà.

Espansione e Sviluppo della Città dei Ragazzi
Ad agosto del 1951, nella Città fu impiantata una falegnameria. Furono i ragazzi stessi a realizzare gli infissi per la struttura. Il 25 dicembre del 1953, la Città ospitava già decine di ragazzi che a Natale ricevettero la visita del vescovo diocesano Fortunato Zoppas.
Agli inizi degli anni Sessanta, fu impiantata anche un’officina meccanica. Al primo piano dell’edificio si aggiunse un secondo e un terzo, con un dormitorio, una cucina, un refettorio e una chiesa. Don Enrico, dal fisico esile e gracile, consumava ogni energia per i suoi ragazzi. Nella costruzione del primo edificio, indossava una tuta arancione e un cappellino ed era il primo ad affiancare i piccoli abitanti per dare una mano agli operai della ditta Lamaro. Così lo trovò il vescovo Zoppas in visita alla Città. Le sue giornate iniziavano all’alba e finivano sempre più tardi, piene di impegni e responsabilità.

L'Eredità di Don Enrico
Gennaio 1967 segnò un triste cambiamento nella storia della Città. Un lunedì mattina don Enrico ebbe la febbre. Era il primo segno di un male incurabile che repentinamente gli aprì le porte del Paradiso il 29 gennaio, nella notte tra il sabato e la domenica, poco più che cinquantenne. La sua opera, però, continua a vivere, testimoniando la forza della solidarietà e l'impatto trasformativo di un uomo dedicato al bene comune.