Il Contesto dell'Ultima Cena e l'Istituzione dell'Eucaristia
La formula "Fate questo in memoria di me" è parte integrante delle parole pronunciate da Gesù durante l'ultima Cena del Giovedì Santo, parole che sono comuni a tutte le Preghiere Eucaristiche. Sebbene la formula introduttiva alle santissime parole di Gesù vari, il sacerdote le ripete ogni volta che celebra. Le ripete ogni giorno perché ha il compito di rinnovare continuamente il mistero della donazione del Signore. Ogni giorno il Signore Gesù si offre in sacrificio per la Chiesa e per il mondo intero e ogni giorno il sacerdote è chiamato a svolgere questo servizio di presenza permanente. È il servizio della vita.
La vigilia della sua passione, un riferimento cronologico e temporale, il Giovedì Santo precede la passione della Croce, l'atto supremo di un amore incondizionato. Ogni Eucarestia è una vigilia, nel senso che introduce nel mistero d'amore. Ogni Eucarestia è la porta d'accesso nel mistero insondabile dell'amore di Dio che si manifesta nella passione del suo Figlio e nostro Fratello Gesù. Ogni volta che celebriamo il Sacramento eucaristico noi siamo immersi nel tempo infinito dell'amore del Padre.
I Gestii Simbolici di Gesù
"Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili". Questo gesto è un atto di donazione, poiché Gesù prende il pane e tende le sue mani in avanti per offrircelo e non per trattenerlo. Le "mani sante e venerabili" sono, per il sacerdote, le mani che egli presta a Dio per introdurre nel mondo il mistero d'amore.
"E alzando gli occhi al cielo a te Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione". Questo momento dell'offerta, che si realizza il Giovedì Santo, è un momento di intensa intimità tra Dio e Gesù, e in questa intimità entriamo anche noi come in un vortice d'amore. Gesù alza gli occhi per esprimere questa unione inscindibile tra il Padre e lui. Rese grazie con la preghiera di benedizione significa che pregò, visse un momento di dialogo con il Padre, era tutt'uno con Dio. L'atto della donazione è un atto di Dio.
"Spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli". La preghiera non trattiene nulla per sé ma tende alla donazione, all'offerta oblativa di sé. La conseguenza dell'intimità tra il Padre e il Figlio è la condivisione, ossia spezzarsi per donarsi. Spezzò e diede sono un unico atto d’amore, di solidarietà divina, di condivisione. L’Eucarestia è condivisione.
Seguono le intense parole: "Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi". È il momento forte della condivisione, dell'oblazione. Il Signore Gesù si consegna volontariamente nelle mani dell’uomo. È Dio che mette nelle mani dell’uomo il suo cuore di Padre perché possano tutti sperimentare il suo infinito amore.
La Preghiera Eucaristica prosegue con parole simili per l’offerta del vino: "Questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza". Si parla di un'alleanza. Con l’Eucarestia viene a ristabilirsi un patto infranto a causa dell'infedeltà umana. Quell'alleanza rotta con il peccato viene ristabilita per volere di Dio. La conseguenza dell'Eucarestia è la condivisione ma anche la pace. L’Eucarestia è un arcobaleno di pace che parte dal cuore del Padre per radicarsi nel cuore dell'uomo. Quello di Dio è un amore senza confini, che non bada al nostro peccato, alle nostre miserie, alle nostre infedeltà. È un amore che perdona sempre. È un’alleanza nuova ed eterna, cioè ristabilita una volta per sempre. Che l’Eucarestia sia segno di ristabilita fedeltà da parte di Dio, lo comprendiamo dalle parole che seguono dalla bocca di Gesù: "Versato per voi e per tutti in remissione dei peccati". È come dire: questo mio sacrificio d'amore cancella ogni tuo peccato e ristabilisce la pace tra me e te.

"Fate Questo in Memoria di Me": Un Comando Efficace e Attuale
Il comando "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19; 1Cor 11,24), ripetuto ancora oggi al centro di ogni liturgia eucaristica, non chiede di ricordarsi di Gesù come si dovesse ricordare un parente defunto. Ma Gesù ci chiede di rinsaldare ogni volta questo atto di amore, di non rompere l’alleanza stabilita per mezzo di lui con Dio, di non infrangere l’atto di pace che viene a stabilirsi tramite il suo sacrificio di amore. In tal modo la Chiesa dichiara di agire in obbedienza a quanto il Signore stesso ha voluto.
La parola "memoria" qui ha un significato molto diverso da quello che le viene comunemente attribuito nel linguaggio ordinario. Non è un semplice ricordo né una semplice promessa, ma una realtà. La Messa celebra e ripresenta il sacrificio di Gesù, consentendoci in tal modo di parteciparvi, presenti anche noi, sebbene la croce sia stata e resti un evento passato e personale di Gesù. La Messa non è semplicemente un ricordo del sacrificio del Calvario o una spiegazione del suo significato. Essa è molto di più: la parola di Gesù è parola efficace; ciò che egli annuncia si realizza nel momento stesso e per il fatto stesso che egli lo annuncia.
In forza di questa efficacia, i discepoli nell’ultima cena non sono semplicemente davanti alla notizia degli eventi che avverranno al Calvario. Quegli eventi sono già in atto, realmente presenti nella cena: i discepoli li stanno vivendo. Non solo è predetto il futuro, ma è offerto ai discepoli come dono il futuro profetizzato. E così è oggi in ogni Messa. I gesti e le parole di Gesù - quelli dell’ultima cena come, oggi, quelli che il sacerdote compie in suo nome nella Messa - sono efficaci, compiono ciò che dicono, realizzano ciò che significano. Con la cena eucaristica i discepoli di allora e di oggi hanno così veramente accesso a un evento altrimenti inaccessibile: la morte e risurrezione di Cristo. È in questo senso forte che la Chiesa, celebrando l’Eucaristia, "fa memoria" della vita di Gesù, una vita in dono, e in questa memoria trova la forza e la direzione per entrare a sua volta, con tutta se stessa, nella logica del dono.
La Riflessione sulla "Memoria" e la Critica al "Commemorare"
Sorge la domanda: che senso ha commemorare, fare qualcosa in memoria di qualcuno se quel qualcuno è presente tutti i giorni in mezzo a noi, fino alla fine del mondo? Questo può sembrare una contraddizione, una mancanza di fede nei confronti della risurrezione di Gesù e della sua presenza. La commemorazione di qualcuno che non è più presente, come Gesù nei due giorni in cui fu sulla croce o nel sepolcro, avrebbe senso. Ma dal momento che Gesù è risorto il terzo giorno ed è in mezzo a noi fino alla fine del mondo, sembra una contraddizione commemorare Colui che è vivo, richiamando "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?" (Lc. 24,5).
Tuttavia, il comandamento "fate questo in memoria di me" ha un duplice spessore: fare memoria nel sacramento e fare memoria nella vita, rendere presente Gesù nel sacramento e renderlo presente nella carità. La fraternità non è il senso ultimo dell’Eucaristia, che resta sempre il dono e la presenza di Gesù. Ma sono solide se poggiano sul dono e sulla presenza di Gesù, se da quel dono e da quella presenza mutuano la forza e la direzione, se di quel dono e di quella presenza sono la manifestazione visibile, la pregustazione oggi di una pienezza che ci è promessa nel futuro.
Il senso del Memoriale e la Liturgia Eucaristica (dalla tre giorni del 2017)
La Controversia Grammaticale sul Verbo "Fate"
Una persona atea, ex insegnante di lettere e conoscitore di greco e latino, ha contestato la grammatica greca della frase "fate questo in memoria di me", sostenendo che nell'originale greco dei Vangeli ci sarebbe scritto invece "avrete fatto questo in memoria di me", implicando "avrete fatto questo questa volta e mai più", con ciò squalificando la Liturgia Eucaristica e quindi la Santa Messa.
A riguardo, è importante notare che solo in Luca e nella prima lettera ai Corinzi di San Paolo (capitolo 11) sono riportate le parole: "fate questo in memoria di me". Il verbo usato è all’imperativo presente: "poieite" (ποιεῖτε), che significa "fate". Se Gesù avesse detto "quando avrete fatto questo" avrebbe usato una forma verbale differente, "poiesete" (ποιήσετε), come si può leggere in Luca 17,10: "Così anche voi, quando avrete fatto (ὅταν ποιήσητε) tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili»".
San Tommaso d’Aquino, commentando le parole di Gesù riportate in Prima Corinzi 11,24, scrive: "Poi, quando dice: 'che hai dato per voi', accenna al mistero di questo sacramento. Infatti il sacramento è ripresentativo della passione divina, mediante la quale consegnò il suo corpo alla morte per noi... E per mostrare la ragione di essere assidui a questo mistero si aggiunge: 'fate questo in memoria di me', ripensando a questo grande beneficio per il quale mi sono consegnato alla morte per causa vostra."
L'Eucaristia come Sacrificio, Alleanza e Impegno di Vita
Le sofferenze fisiche del Salvatore garantiscono che tramite la Sua misericordia e grazia ogni persona sarà liberata dalle catene della morte e risorgerà trionfante dalla tomba. Con il calice, si ricorda lo spargimento del sangue di Cristo e la profondità della Sua sofferenza spirituale, un’angoscia che ebbe inizio nel giardino di Getsemani. Il Suo sacrificio saldò il debito della "colpa originale" e Cristo soffrì per i peccati e i dolori di tutta l'umanità, offrendo la remissione di tutti i nostri peccati a condizione della nostra obbedienza ai principi e alle ordinanze del Vangelo.
L’Eucaristia è il sacramento con il quale tutta la nostra vita è chiamata a concentrarsi nel gesto di suprema donazione di Gesù, in quel gesto unificarsi e trasfigurarsi, acquistando così un valore e un significato che altrimenti non avrebbe. L’Eucaristia dà senso alla vita: non solo alla vita di ciascuno, ma anche alla storia umana nella sua totalità. La celebrazione eucaristica non è qualcosa che facciamo noi, ma qualcosa che Cristo ha fatto per noi: il dono della sua vita. Da qui scaturisce lo stupore, la lode e la gioia: il terreno buono su cui è possibile coltivare il rendimento di grazie, cioè l’Eucaristia.
Il "mandato eucaristico" ci fa comprendere che la liturgia eucaristica è composta di due momenti: la narrazione messianica e la consacrazione della comunità. Celebrare l’Eucaristia è allora esperienza a molti livelli. È proclamare il manifesto del regno di Dio che fu la ragione di vita di Gesù. Ogni momento del rito descrive un aspetto dell'esperienza di fede di Gesù e quindi descrive la vocazione cristiana e il compito missionario della comunità. Ma è anche luogo e via di comunione con Cristo. Infine è segno dell’alleanza perché proprio mentre rende manifesta la decisione di entrare in comunione con Cristo, da Cristo riceve il dono della "sua" comunione. Questo significa il "per voi" o il "per molti": la sua forza e il suo potere entrano in circolazione con la vita del battezzato.

Il Mistero della Sofferenza e la Legge della Salvezza
Nel racconto della passione di Gesù e nell'esperienza della sua ultima settimana, ci sono due messaggi fondamentali e complementari. Il primo riguarda la necessità di portare insufficienza e sofferenza, violenza e morte. Il secondo messaggio è che portare il male conduce alla vita. Il traguardo a cui siamo chiamati e al quale giorno dopo giorno ci avviciniamo rende ragione di tutta la sofferenza che dobbiamo portare.
La sofferenza nel mondo, le torture, le violenze, la guerra, la fame, le croci innalzate, sono legate alla nostra condizione di creature incomplete, imperfette, che ci impedisce di comprendere bene le cose. È la cecità dell'uomo, l'incapacità di cogliere il bene e la strada della giustizia. Questa condizione è necessaria, perché il nulla non può accogliere il dono pieno di Dio in un solo istante, ma solo a piccoli frammenti, a piccoli passi verso la vita.
Dimenticando la condizione di creature, vorremmo realizzare i traguardi di giustizia e di pace in un istante. Ma c'è una necessità legata al tempo. Gesù ha vissuto questa necessità e l'ha proclamata: "È necessario che il Figlio dell'uomo...". Senza il traguardo a cui tutti siamo chiamati, la vita non avrebbe senso, perché oggi prevale l'insensatezza e l'assurdità. Per questo è necessario "tenere fisso lo sguardo su Gesù" per capire la nostra condizione.
Un'altra grande ragione del male e della sofferenza è il peccato, che rende ancora più assurdo il cammino umano: la violenza e il male che ci facciamo. Ricordare la passione di Gesù significa richiamare una legge fondamentale di salvezza che Gesù ha mostrato e ha vissuto nella sua carne: occorre portare il peccato del mondo. È possibile arrivare a nuovi traguardi di umanità se ci sono persone che lungo la storia portano il peccato del mondo e contrastano con forza tutte le dinamiche di morte, di incompletezza, di imperfezione.
Questo significa esercitare amore dove c'è odio, mansuetudine dove c'è violenza, perdono e misericordia dove c'è peccato, mettere in moto dinamiche di fraternità, comunione e amicizia dove c'è divisione. Questo possiamo fare, ogni giorno. Non cambia la situazione che dipende dal passato, ma possiamo preparare un futuro nuovo, mettere in moto spinte nuove di fraternità e solidarietà. "Fate questo in memoria di me": che non venga smarrita la memoria di una legge fondamentale della salvezza, che non venga perduto l'orientamento che egli ha introdotto nella storia degli uomini. L'Eucarestia che celebriamo, quindi, non è semplicemente il ricordo di ciò che un giorno è accaduto: è la volontà che ancora oggi si rinnovi quell'offerta del corpo che è donato, del sangue che è versato, perché la vita ancora trionfi sulla terra.
La Presenza Reale di Cristo e le Diverse Interpretazioni
L'Eucaristia è il centro dell'esistenza della Chiesa, perché nel segno del pane e del vino si fa realmente presente il Signore. Essa è il luogo per eccellenza della comunione con Dio e fonte e culmine di tutta la vita cristiana. La fede ci dice che i gesti e le parole trasformano la sostanza stessa del pane e del vino, ne toccano misteriosamente la natura profonda, fanno di queste cose materiali una realtà nuova. È presente la persona di Cristo nella sua pienezza e nella sua totalità. Questa presenza rimane disponibile nei segni del pane e del vino anche oltre la celebrazione della Messa, attraverso la devozione e l'adorazione dei fedeli e la visita al Santissimo Sacramento.
Alcune Interpretazioni Differenti
Alcuni movimenti cristiani, come i Testimoni di Geova, interpretano le parole di Gesù "Questo significa il mio corpo" (1 Corinzi 11:24) in senso figurato, non credendo in una trasformazione sostanziale degli elementi. Per loro, il pane non lievitato rappresenta il corpo fisico di Gesù "offerto in vostro favore", mentre il vino rosso nel calice "significa il nuovo patto in virtù del mio sangue", che dev'essere versato a favore di molti per il perdono dei peccati (Marco 14:24; Matteo 26:28). Questa Commemorazione è per loro un evento annuale, da celebrare dopo il tramonto del 14 aprile (data corrispondente alla Pasqua ebraica), come unica ricorrenza comandata da Gesù ai suoi seguaci.
Durante tale celebrazione, un anziano qualificato spiega il significato biblico di questa ricorrenza. Gli emblemi (pane non lievitato e vino rosso) vengono passati tra i presenti, ma la maggioranza si astiene dal consumarli. Solo un numero relativamente piccolo di seguaci di Cristo, coloro che hanno la speranza di regnare con lui in cielo (Luca 12:32; 22:19, 20; Apocalisse 14:1), prendono parte a tale consumo. Tutti gli altri sono considerati "rispettosi osservatori", il cui apprezzamento per il sacrificio di riscatto di Gesù si manifesta nella loro presenza.

L'Eucaristia e la Vita Cristiana Quotidiana
L'Eucaristia è il centro dell'esistenza della Chiesa. Nonostante ciò, attorno alla celebrazione eucaristica spesso si fa il vuoto. Pigrizie, incomprensioni, storture e resistenze rendono difficoltosa e altalenante la partecipazione, specialmente tra i giovani. Molti la giudicano ripetitiva, altri la sentono estranea alla vita, o rimangono delusi da stili formali e burocratici. Le difficoltà tendono a sciogliersi quando si arriva a capire che la celebrazione eucaristica non è qualcosa che facciamo noi, ma qualcosa che Cristo ha fatto per noi: il dono della sua vita. Per una Messa che può apparire insignificante e poco espressiva occorre trovare un rimedio, ma non siamo noi che dobbiamo cambiare la Messa e prestarle l’anima, ma è la Messa che deve cambiare noi.
Questa insistenza sull’importanza della vita non deve essere fraintesa. È vero che se la celebrazione eucaristica non trova la sua espressione nella vita, appare certamente come un segno vuoto: ogni sacramento è sempre orientato alla vita. Ma la non corrispondenza con la vita non basta per rendere falso e vuoto il segno. La verità e l’efficacia del segno sacramentale, infatti, riposano sulle parole di Gesù e sulla sua promessa di essere presente fra noi sino alla fine dei secoli. La verità del sacramento non poggia sulla nostra carità.
Come i molti discepoli che, al sentire Gesù parlare della sua carne da mangiare e del suo sangue da bere, gli voltarono le spalle, i cristiani di oggi sono chiamati a professare la propria fede con Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna" (Gv 6,60-69). Parola di vita eterna è stata l’ultima cena; parola di vita eterna è la celebrazione eucaristica. La comunità fa l’Eucaristia per vivere a sua volta del dono che le viene dall’Eucaristia, dono di comunione con il Signore e con tutti i fratelli.