La Dottrina della Povertà in Spirito negli Evangelici

La riflessione sul significato della "povertà in spirito", uno dei passi più emblematici e complessi del Vangelo, continua a essere un pilastro fondamentale della teologia cristiana. Questo concetto, centrale nel "discorso della montagna" di Cristo, definisce "beati" i poveri, perché di essi è il regno dei cieli, ovvero il regno di Dio.

Il Significato della Beatitudine

La questione fondamentale è comprendere se questa beatitudine si riferisca alla miseria materiale o a una condizione spirituale più profonda. Se prese alla lettera e non contestualizzate nel messaggio evangelico più ampio, queste affermazioni potrebbero portare a conclusioni fuorvianti: che la povertà in questa vita debba essere consolazione per una futura "vendetta" o che un nuovo assetto sociale, puramente immanente, capovolgerà le attuali posizioni.

illustrazione di Gesù che pronuncia il Discorso della Montagna

Tuttavia, il significato delle parole di Cristo non è questo, poiché egli stesso altrove comanda ai suoi discepoli di prendersi cura dei poveri e di soccorrerli. Al punto che, alla fine dei tempi, il giudizio divino si baserà sull'amore mostrato agli altri e sull'aiuto concreto prestato. Dunque, la povertà non è un valore intrinseco, specialmente se vissuta con astio e desiderio di rivalsa, uno stile di vita lontano dagli insegnamenti di Cristo.

Tre Dimensioni della Povertà Beata

Essere poveri - e di conseguenza beati - implica invece tre dimensioni fondamentali:

  • Sul piano materiale: significa non trattenere egoisticamente ciò che si possiede, ma condividerlo con gli altri. Questo principio si applica non solo al denaro e ai beni terreni, ma anche ai talenti dell'intelligenza e della cultura, che possono essere custoditi con orgoglio, creando distanza dai semplici, o messi a disposizione di tutti per migliorare la vita comune.
  • Sul piano caratteriale: implica sconfessare ogni arrogante autosufficienza, rinunciare a vivere senza o contro gli altri, combattere la tentazione dell'egoismo e dell'isolamento sdegnoso, e accettare di far parte di un'umanità di fratelli e sorelle in cammino, ciascuno con talenti diversi e tutti ugualmente "poveri" di fronte al mistero della vita (cfr. Mt 6,27).
  • Sul piano esistenziale: significa lasciare che Dio regni incontrastato sulla nostra vita: non il denaro, non il successo, non il potere, ma solo Dio. Questo è il vero significato di «perché di essi è il regno dei cieli»: non una rivincita in un'altra dimensione al di là del tempo, ma una situazione concreta nel qui e nell'oggi, in cui la volontà di Dio sia la sola bussola per le scelte di vita.

La povertà è sia materiale e sia spirituale. Omelia sulla povertà.

Alla luce di queste considerazioni, un povero colmo di rancore può non essere beato, mentre un ricco che condivide le sue sostanze può partecipare all'amore e alla libertà di Dio. La beatitudine della povertà può essere reale e concreta anche per chi non crede, nella misura in cui fa della solidarietà con gli altri un principio cardine della propria esistenza.

La Tradizione Biblica e la Povertà in Spirito

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Con queste parole, Gesù si ricollega intenzionalmente ai "poveri del Signore" della tradizione biblica, gli 'anawim, i "curvati", quel "resto di Israele" umile e povero che confidava solo nel Signore Dio (cf. Sof 3,12). Questo abbandono fiducioso in Dio si era progressivamente focalizzato nell'attesa della venuta redentrice del Messia. Gesù appare in questo contesto fin dalla sua nascita, come testimonia il vangelo dell'infanzia secondo Luca (cf. Lc 1-2).

In Maria, la speranza dei "poveri in spirito" di tutto Israele trova il suo compimento: l'umile figlia di Sion ne è consapevole quando intona il canto del Magnificat, rivolgendosi a Dio che "ha rivolto lo sguardo alla bassezza e all'umiliazione della sua serva" (Lc 1,48).

Gesù e i Poveri: Esempio di Condivisione

Per Gesù di Nazareth, questi poveri erano i primi destinatari del Vangelo, della buona notizia del regno di Dio che egli annunciava (cf. Mt 11,5-6; Lc 4,18). Gesù, venuto per rivelare il volto di Dio (cf. Gv 1,18), ha vissuto quale "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e ha testimoniato il regno dei cieli vivendo un'esistenza colma di senso. La sua vita fu spesa per una libera scelta di amare tutti gli uomini suoi fratelli, persino i nemici. Non a caso, nel discorso della montagna, la prima e l'ultima beatitudine - «Beati i perseguitati per la giustizia» - si richiamano nell'identica motivazione: «perché di essi è - non “sarà” - il regno dei cieli» (Mt 5,3.10). Abbandono in Dio e difesa del debole sono gli spazi autentici in cui "Dio regna" già ora.

icona di Maria che recita il Magnificat

È fondamentale precisare che la povertà vissuta e annunciata da Gesù non è mancanza totale (miseria o indigenza), ma è una rinuncia a possedere per sé. Ciò che si ha e si è va sempre condiviso con gli altri e non va considerato un privilegio, ma un bene da condividere. Il vero nome della povertà vissuta da Gesù Cristo, e dunque della povertà cristiana, è condivisione. Per questo il discepolo abbandona casa e campi per seguire Gesù, condividendo con i poveri ciò che possiede, sapendo che Dio è vendicatore dei poveri e rende loro giustizia.

La croce stessa rivela la vera povertà di Gesù: nessuno a difenderlo, nessuno a sostenerlo, un uomo solo e povero come il Servo sofferente di Isaia. Gesù fu "il povero del Signore", dalla nascita fino alla morte, libero come solo chi è povero nel cuore può esserlo, capace di accogliere le umiliazioni, sottomettendosi per amore a tutti, senza rispondere alla violenza con la violenza.

Il Povero come Sacramento di Cristo

Nella sua prassi di vita, Gesù ha saputo ascoltare il grido del povero concreto. Dopo di lui, il povero che manca del necessario per vivere con dignità è "sacramento" di Cristo, perché con lui Gesù ha voluto identificarsi nel discorso sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46). Il povero è anche "segno" dell'ingiustizia nel mondo e del venir meno al comandamento dell'amore per il prossimo. Gesù ci ha insegnato che il giudizio finale si consuma nella nostra vita ogni giorno. Aver dato da mangiare a un affamato, da bere a un assetato, accolto uno straniero, vestito un ignudo, avuto cura di un malato, visitato un carcerato, è aver fatto ciò che il Signore desidera, anzi, è averlo fatto a Lui stesso. In quel giorno vedremo i volti dei poveri e dei bisognosi nel volto di Cristo, ma saremo stati noi, qui e ora, a decidere il nostro destino ultimo.

La "Povertà in Spirito" e l'Umiltà

Ilario di Poitiers affermava che "gli umili in spirito sono coloro che si ricordano di essere umani". Questa "radicale desistenza", come la definisce un autore moderno, è la sconfessione di ogni arrogante sufficienza, di ogni pretesa di dominare, di ogni egoistico possesso materiale o spirituale. Solo attraverso l'assunzione della semplicità e la disponibilità a rendere ogni giorno povero il nostro cuore, "sulle tracce di Cristo", la povertà diventa creatrice e felice.

Maria primeggia tra gli "umili" e i "poveri del Signore", come ha cantato nel Magnificat: "Il Signore ha guardato l'umiltà - cioè la piccolezza, la “tapeinosin” - della sua serva". Le Beatitudini non sono ricette di santità per pochi, ma un programma di vita per chi segue Gesù Cristo, un cammino da percorrere nello Spirito Santo, un habitus dello Spirito per ridare la gioia. Sono inviti-congratulazioni ad essere felici (μακάριοι, makàroi), i cui destinatari sono i poveri di Jhwh (anawim), semplici e obbedienti alla Sua Parola.

Interpretazioni Teologiche della Povertà in Spirito

Mentre Luca (6,20) afferma: "Beati voi poveri (ptokòi), perché vostro è il regno di Dio", Matteo (5,3) precisa: "Beati i poveri in spirito, perché vostro è il regno dei cieli". Questa costruzione indica che le qualità risiedono nel cuore, nello spirito, e sono possedute realmente, non solo desiderate.

schema che illustra le diverse interpretazioni della povertà evangelica

La povertà è un aspetto sostanziale del Vangelo, ma è difficile determinarne il punto di applicazione. La prima soluzione estrema è definirla esclusivamente come atteggiamento interiore di distacco. Papa San Leone Magno spiegava che "Beati i poveri in spirito" insegna che sarà ricompensato con il Regno chi è raccomandato da un cuore umile più che dalla mancanza di mezzi. I poveri raggiungono più facilmente questa umiltà, mentre la ricchezza spesso si accompagna alla superbia. L'errore sta nel voler spiegare la povertà evangelica partendo da prospettive umane. Il "povero" (ptokòs greco / pauper dalla radice pau poco) non è il rassegnato all'indigenza o alla miseria.

La povertà si definisce essenzialmente nella sua relazione con Dio, non anzitutto in relazione ai beni materiali o agli altri uomini. Il povero è colui che pone la volontà di Dio al di sopra di tutto, esprimendo sfiducia nei beni materiali e nelle risorse personali, e insieme bisogno e desiderio di Dio e dei beni superiori. La povertà evangelica è libera da tutto, tranne che dalla volontà di Dio. Il biblista A. Gelin ammette che la prima beatitudine, nella sua formulazione originaria, non poteva parlare che di "poveri", senza la precisazione "di spirito". Egli spiega che nessuna categoria sociale è canonizzata, solo una situazione "spirituale" può accogliere un dono spirituale; solo la fede confidente apre l'uomo alla grazia di Dio. Questa apertura a Dio si chiama povertà spirituale. Che la povertà reale sia una strada privilegiata verso la povertà dell'anima è vero e ripetuto nel Vangelo.

La Povertà Teologale e Materiale

La povertà di spirito ha un'accezione più estesa della povertà materiale, ma non può totalmente prescindere da questa. Se la povertà evangelica consiste nell'essere liberi dai beni terreni, occorre conquistare questa libertà, contrastando l'attaccamento a conoscenze, reputazione, piaceri, denaro e ambizione. L'effettiva privazione di queste cose diventerà quindi un'ascesi necessaria. Nella vita consacrata, tale liberazione dalle preoccupazioni terrene apparirà come una forma eminente della povertà evangelica.

La povertà è sia materiale e sia spirituale. Omelia sulla povertà.

Il Verbo di Dio, venendo nel mondo, non ha scelto per sé onori, ricchezze e prosperità, ma obbrobri, umiliazioni e privazioni. È comprensibile che, attraverso i secoli, gli amici di Cristo abbiano desiderato condividere la sua sorte per essere più simili a Lui. Enzo Bianchi sottolinea che la povertà non è una mancanza, ma una qualità dello spirito, un'audacia che porta a semplificare la vita, a gettare la maschera e a riconoscere la propria nudità, scoprendosi depositari di una catena infinita di doni, e diventando una benedizione per gli altri.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». Cristo qui parla di una povertà che va più in profondità di tutte le forme di povertà tradizionalmente intese; è una povertà fondamentale, un'esperienza umana universale che è oggetto della beatitudine evangelica. Essere "poveri in spirito" significa confrontarsi con il vuoto fondamentale che giace nel profondo del nostro essere, cioè la consapevolezza della nostra condizione di semplici creature. Non ci siamo creati da soli, né possiamo sostenere il nostro stesso essere. Tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che siamo, viene da Dio e un giorno ci sarà portato via. Questa è la povertà primordiale, il cuore del Vangelo. Solo allora, quando ci troviamo faccia a faccia con questa consapevolezza, possiamo veramente dipendere e confidare in Dio, che ci condurrà al Suo Regno.

Questa povertà primordiale è la "piccolezza" che Santa Teresa di Lisieux insegna nella sua Piccola Via: "Rimanere 'piccoli' significa riconoscere il proprio nulla, attendere tutto dalla Bontà di Dio… Dal momento in cui Egli ci vede pienamente convinti del nostro nulla, e ci sente gridare: ‘Il mio piede inciampa, Signore, ma la Tua Misericordia è la mia forza’, Egli ci tende la Sua mano".

La Povertà "Teologale" e le Giornate Mondiali dei Poveri

La Chiesa, a partire dalla maturazione di questo aspetto della rivelazione divina, ha compiuto un'opzione preferenziale per i poveri. San Giovanni Paolo II ha reso universale questa opzione nella sua enciclica Sollicitudo rei socialis (1987), invitando a un amore preferenziale per i poveri. Questa opzione si riferisce ai poveri concreti, quelli che la società considera poveri. Tuttavia, a volte si cede alla tentazione di spiritualizzare la povertà, adattandola alle proprie possibilità, quasi senza rendersi conto che si insinua uno scandalo di fronte alla sentenza di Gesù che afferma la quasi impossibilità per i ricchi di entrare nel Regno di Dio (cfr. Mt 19, 23).

Il teologo argentino Rafael Tello, seguendo l'esegesi di Pierre Bonnard, indica che l'espressione "poveri in spirito" si riferisce agli 'anawim, coloro che per una lunga esperienza di miseria economica e sociale hanno imparato a contare soltanto sulla salvezza di Dio. Si tratta di una povertà radicale che abbraccia tutte le dimensioni dell'umano, non volontaria ma imposta, che limita ogni speranza nell'umano e dispone lo spirito a sperare solo in Dio. Questa lettura coincide con la testimonianza di altri studiosi: la gioia proviene da Cristo che si rivolge a loro.

foto di Papa Francesco durante la Giornata Mondiale dei Poveri

Se Luca si riferisce ai poveri materiali, Matteo nelle sue beatitudini scava in quella povertà radicale nella quale, partendo dall'impotenza di sviluppare la vita, e demolita ogni possibilità di autosufficienza, lo spirito umano si riconosce assolutamente bisognoso di Dio. A loro, a quanti non hanno nient'altro da sperare, sono destinate tutte le promesse di Dio. La "spiritualizzazione" di questa beatitudine compiuta da Matteo non si può in alcun modo intendere come una relativizzazione della povertà materiale.

Tello riconosce l'esistenza di una povertà spirituale come elaborazione teologica, ma sostiene che la principale accezione della povertà spirituale si deve riferire a una povertà che chiama "teologale", un'umiltà data dallo Spirito Santo che ci porta a riconoscere il nostro "nulla creaturale". Questa fu la povertà della Vergine Maria. Questa povertà si esprime connaturalmente meglio in condizioni di povertà materiale: poveri che sono scelti dallo Spirito Santo per completare la Passione di Cristo. Pertanto, per Tello, prima c'è la povertà teologale, poi quella materiale e, in terzo luogo, come elaborazione umana successiva, la povertà spirituale, che è quella che più può distanziarsi dalla povertà materiale, come nel caso dei religiosi. Tuttavia, intendere la beatitudine di Matteo in questo senso umano sarebbe un approccio riduttivo.

Il magistero di Papa Francesco ci ammonisce a non diluire il rapporto tra la nostra fede e i poveri concreti. Possa la Giornata mondiale dei poveri servirci a donarci di più a un Cristo che ci viene incontro nascosto nelle vite di quanti il mondo disprezza.

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