Monsignor Erio Castellucci: Profilo di un Omileta
Monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e amministratore apostolico della diocesi di Carpi, si distingue per uno stile omiletico di esemplare linearità e accessibilità. Il suo percorso formativo e ministeriale riflette questa chiarezza: ordinato prete della diocesi di Forlì nel 1984, ha conseguito una laurea e un dottorato in teologia dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana. Dal 1988 è stato docente di materie teologiche presso la Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna, ricoprendo il ruolo di preside tra il 2005 e il 2009. Dal 2009 al 2015 è stato parroco a Forlì, senza mai interrompere la docenza in alcuni istituti teologici. La sua nomina a vescovo di Modena-Nonantola da parte di papa Francesco e il successivo incarico a Carpi testimoniano una vita dedicata al servizio della Chiesa.
Nei suoi commenti omiletici, come quelli raccolti nel volume "In ogni cosa rendete grazie. Commenti ai Vangeli festivi. Anno B", Castellucci propone una riflessione pacata, piacevole e alla portata di tutti. L’autore si astiene da toni apocalittici, invettive o erudite disquisizioni, preferendo un approccio che trasmette serenità e un atteggiamento costruttivo, ricco di speranza e apertura al futuro. Un aspetto pregevole è l'attenzione alla dimensione comunitaria del cristiano. Per il vescovo Erio, anche l’insieme dei sentimenti che popolano l’animo umano - gioia, dispiaceri, fatica del vivere, consapevolezza, disillusione - sono preziosi punti di partenza per accostarsi alla Parola.

Omelie Funebri: Esempi di Consolazione e Speranza
Per Monsignor Benito Cocchi: La Memoria di una Vita di Fede e Carità
L'omelia pronunciata da Vescovo Erio Castellucci alle esequie di Monsignor Benito Cocchi a Modena offre un esempio toccante di ricordo e riflessione. Nel giorno in cui la Chiesa universale celebrava l’Ascensione del Signore, il vescovo Benito è salito al Padre. Castellucci, pur avendo avuto meno occasioni di frequentarlo rispetto ad altri, ne ha scattato due "piccole foto" simboliche. La prima risale al 1980, quando don Benito, vescovo da soli cinque anni, fu visitato dai seminaristi del Regionale. Lo descrisse come un uomo dalla fede profonda e concreta, di grande spirito e intelligenza, vivace ed arguto, colto e umilissimo, innamorato di Cristo e della Chiesa, che serviva con grande energia.
L'altra "foto" è di pochi giorni prima della sua morte, quando Castellucci poté pregare al suo capezzale. Guardando il suo viso sofferente ma disteso, pensò a quante persone, in quindici anni di ministero presbiterale e oltre quaranta di ministero episcopale, avevano incrociato quel volto, ricevuto una parola e un sorriso, raccolto un'attenzione da parte sua. Don Benito non è salito al cielo da solo, ma atteso e scortato da una schiera di amici e, soprattutto, dai tanti poveri ed emarginati da lui assistiti anche personalmente. Sapeva vedere la ricchezza del Signore là dove molti scorgevano solo problemi e miserie. Uno dei servizi a lui più congeniali fu quello di guidare la Caritas italiana per sei anni come Presidente. La sua attenzione alla dimensione sociale si espresse anche nell'avviare a Modena la tradizione della Lettera alla città in occasione della festa di San Geminiano, per cui la città gli è riconoscente e lo sente molto vicino.
La vita di ciascuno si snoda tra queste due "foto": tra le esperienze in cui siamo padroni di noi stessi, pieni di energie, e quelle in cui siamo consegnati ad altri, vivendo il tempo della quiete e del silenzio. Gli ultimi anni della vita del vescovo Benito furono velati da una specie di nube, sempre più spessa, che impediva una piena comunicazione, avvolgendolo nel silenzio. Questa nube gli tolse gradualmente la capacità di esprimersi con quella logica che prima padroneggiava così bene, ma non poté spegnere quello sguardo luminoso incorniciato da un largo sorriso. La nube avvolse l’intelligenza, la volontà, i movimenti e la parola, ma non riuscì ad avvolgere gli affetti, che si esprimevano attraverso la vivacità dei suoi occhi, conservata quasi fino agli ultimi giorni.
Il vescovo Cocchi, come molti dicevano, era "troppo buono": non era capace di maledire né incline alla critica. Quando dissentiva, una volta espresso chiaramente il proprio pensiero, piuttosto taceva. Capiva molto di più di quello che lasciava intendere. Il suo interesse per i gufi, di cui aveva una collezione impressionante, derivava dal fatto che questo animale è uno dei simboli della saggezza, ripetendo il detto: "il vecchio gufo più sapeva e più taceva, più taceva e più sapeva". Alla fine, la parola gli fu tolta, forse perché aveva raggiunto una misura alta di saggezza. Non era portato ad esprimere rabbia, usando invece l'arma intelligente dell'ironia e della battuta. Castellucci è certo che, salendo al Padre, egli abbia raccolto tutti in una grande benedizione, anche coloro che lo hanno fatto soffrire.

Per Don Elio: Cordialità, Vicinanza e Fede Granitica
Nell'omelia per il caro vescovo Elio, Castellucci ha scelto di disobbedire a una traccia lasciata dal defunto che non parlava di sé, preferendo invece onorarlo con un ricordo personale. La notizia della sua morte ha suscitato numerose attestazioni di affetto e riconoscenza, nelle quali ricorrevano spesso due idee: cordialità e vicinanza. Don Elio era un uomo veramente cordiale, accogliendo l’interlocutore con un’esclamazione di benvenuto, porgendo la mano e aprendosi in un sorriso. La sua cordialità gli era connaturale, un dono elargito dal Signore senza avarizia, inscindibile dalla sua accogliente umanità.
La "cordialità" è una virtù che contiene la parola "cuore", la quale nella Bibbia esprime non solo la sfera sentimentale, ma anche quella dell’intelligenza e della volontà. Don Elio aveva un cuore grande, non era sentimentale ma metteva autentica passione in tutto ciò che viveva. Possedeva un'ottima intelligenza, sapeva dosare bene la ragione, specialmente nel campo della cultura giuridica e della spiritualità. Aveva una forza di volontà incredibile, attribuendo però sempre alla grazia di Dio tutto ciò che faceva di buono. Solo chi coltiva nel proprio intimo la lode a Dio può guadagnare un tratto umano così bello. Parrocchiani, seminaristi e fedeli della Diocesi di Carpi lo ricordano tutti per la sua cordiale umanità.
Nonostante la sua natura accogliente, don Elio sapeva anche essere severo, sostenendo con fermezza le idee e le decisioni in cui credeva. La sua vita non è stata priva di difficoltà: è stato ripetutamente visitato dalla malattia, ha attraversato fatiche umane e pastorali e vissuto gravi lutti personali. Una delle prove più grandi fu la morte per incidente stradale di tre seminaristi - Paolo, Carlo e Alberto - alla vigilia dell’Assunta di trent’anni fa, proprio nel giorno del suo compleanno. In quell’occasione, la sua fede granitica sostenne tante persone, aiutandole ad affidarsi ai piani insondabili del Signore. La sua consuetudine con la sofferenza, anche fisica, lo rese così sensibile alle condizioni altrui.
"Vicinanza" è la seconda parola più usata per ricordarlo. La familiarità con le fatiche aveva forgiato la sua capacità di farsi prossimo, non solo di essere vicino alla gente, ma di trasmettere fisicamente l’energia della sua presenza. Il giogo di Gesù, che nel Vangelo egli propone come peso leggero da condividere, si è appoggiato sulle spalle di don Elio, ma non l’ha schiacciato. Gli ha piuttosto dato la capacità di sollevare altri dal giogo, di prendere spesso su di sé la situazione dei "piccoli" che richiedono attenzione e cura pastorale: parrocchiani, alunni, presbiteri, laici, consacrati, sani o ammalati.

Per Enrico: L'Amore più Forte della Morte
Nell'omelia per Enrico, Monsignor Castellucci affronta il profondo mistero della morte partendo dal silenzio e dalle lacrime, che sembrano l'unica voce adatta a un dolore così grande. Rompere il silenzio, in punta di piedi, non è per pronunciare parole terrene, impotenti e banali, ma per lasciar risuonare l’unica grande parola di vita eterna. I familiari di Enrico hanno scelto parole di speranza tratte dalla Scrittura, come quelle rivolte al re Davide: "Sono stato con te dovunque sei andato"; "ti darò riposo"; "il tuo trono sarà reso stabile per sempre". E ancora, nel Salmo: "canterò in eterno l’amore del Signore". Sono parole che osano perforare il velo della morte, che osano dire "sempre" e "in eterno" dove noi diciamo "finché" o "ieri, oggi, forse domani".
La vita intera perderebbe senso se finisse con la morte, se le speranze fossero destinate al nulla eterno. La domanda "perché?", così umana e sofferta, percorre l’esperienza religiosa fin dal suo inizio e culmina sulle labbra del crocifisso: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Nella fede, tuttavia, il "perché" si trasforma in una domanda diversa: "per chi?". Per chi ha vissuto Enrico, anzi, nella fede, per chi vive Enrico? Egli vive per noi, per incidere nei nostri cuori le parole più vere, che resistono alla morte. La sua breve esistenza terrena, interrotta troppo presto, è una scuola per noi: ci insegna a distinguere l’essenziale dal superfluo, a impegnare le nostre energie nelle cose che contano, senza disperderle in superficialità, invidie, litigi o frivolezze.
Enrico vive per la sua famiglia, per la sua ragazza, per gli amici delle parrocchie e delle associazioni, per i bambini e i ragazzi che ha educato con entusiasmo, serietà e passione, per gli amici della pallacanestro, per la musica nella sua band e nell’animazione liturgica in Cattedrale, dove è stato definito "uno spartito nelle mani del Signore", e per i compagni di scuola e di università. L’enorme affetto che in questi giorni avvolge i suoi cari è la prova che ha davvero "dato la vita" per molti, concentrando tutto in così poco tempo. Infine, e soprattutto, Enrico vive per il Signore. In lui si realizza la promessa fatta a Davide: "gli conserverò sempre il mio amore". L'amore di Dio è un amore che travolge la morte, "più forte della morte è l’amore", l’unica realtà che rimane per sempre. Tutto passa, tranne l’amore, perché Dio è amore. È questa la nostra destinazione, e la speranza cristiana si nutre della preghiera dei viandanti di Emmaus: "Resta con noi, perché si fa sera".

La Rilevanza dell'Omelia nel Contesto Contemporaneo
La riflessione di Castellucci si estende alla capacità di non dimenticare il Signore nel "deserto grande e spaventoso" delle avversità, come richiamato dall'invito di Mosè al popolo ebraico. Durante la recente emergenza sanitaria e l'inizio dell'emergenza economica e sociale, si è attraversato un deserto ancora vasto e insidioso. Molti hanno vissuto un dolore talmente profondo da non poterlo dimenticare, un'esperienza che ha concentrato tre sofferenze: la morte di una persona amata, l’impossibilità di esserle stati vicini nel trapasso e l’accompagnamento mancato attraverso le esequie. Le immagini dei funerali solitari, con la cassa affiancata dai soli operatori, rimangono simboli drammatici della pandemia.
Si chiede al Signore di "ricordare" questa esperienza, consapevoli che Dio per primo la "ricorda" e la mette nel suo cuore. Il Signore è stato vicino ai morenti, e la morte dei giusti è preziosa ai suoi occhi. Il corpo, per la Bibbia, non è solo simbolo del limite umano, ma il luogo delle relazioni, essendo corpo e anima dimensioni dell’unico essere umano. La fede cristiana pone il corpo al centro: il Verbo che si fa carne, il Figlio di Dio che si fa uomo. Il corpo di Gesù è il diario del suo amore per noi, scritto sulla carne. Per questo, Gesù non ha voluto lasciarci solo un testamento verbale, ma una presenza corporea nell'Eucaristia: "chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui". L’Eucaristia è il segno più concreto e corporeo del suo sacrificio, che ci "rimette nel cuore" a quale punto di esagerazione è arrivato l'amore di Dio per noi.
Celebrare l’Eucaristia sarebbe contraddittorio se non producesse il suo significato: assumere nella nostra carne lo stile di dono di Gesù. Per Paolo, "noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane". Partecipare alla Messa non è un gesto intimista, ma "estremista" nel vero senso della parola: spinge a dare la vita. Il corpo di Gesù è puro dono, e chi lo fa proprio si nutre di un’energia scomoda, una forza per il servizio al prossimo. Sarebbe un controsenso partecipare all’Eucaristia e poi creare divisioni, spargere calunnie o offendere gli altri.
Durante i mesi di pandemia, si è sperimentata un’inedita separazione nel corpo di Gesù tra la sua parte eucaristica e quella ecclesiale, tra l’ostia consacrata e la santa assemblea. Il lungo digiuno eucaristico ha forse aiutato a riscoprire la bellezza di questo dono, e soprattutto a ricordare che l’Eucaristia ha come fine la carità e l’impegno nella costruzione del bene comune. Abbiamo attraversato il deserto del distanziamento corporeo, che si riflette anche nelle liturgie. Pur rimanendo distanziati nel corpo, si chiede al Signore di avvicinarci nel cuore, e se la distanza corporea ci separa dai defunti, nel Signore possiamo far loro sentire l'affetto e raggiungerli con la preghiera. In queste celebrazioni di suffragio, si chiede al Signore risorto che li accolga nel suo regno e doni loro vita e risurrezione.

Altri Esempi e Temi Ricorrenti
Le omelie di Monsignor Castellucci spaziano su diversi temi, sempre con l'intento di rendere viva e attuale la Parola. Tra le sue riflessioni ricorrenti, spiccano quelle sul Natale, che descrive con il sapore delle fiabe: un neonato adagiato nella mangiatoia, una giovane coppia di genitori poveri, angeli in cielo e pastori in cammino. La celebrazione della notte in Duomo a Modena ha visto Castellucci affermare che "l’umiltà è lo stile dell’amore di Dio", e che "il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce", annuncio della nascita di Gesù, che è la pace che si adagia nelle mangiatoie dei nostri cuori. Ogni sogno che si intende realizzare genera un viaggio, e la vicenda di Gesù Cristo non è stata una commedia, ma un evento di profonda serietà.
Un altro tema significativo è quello della Trasfigurazione, richiamata dalla frase "Signore, è bello per noi essere qui". Castellucci spiega che è bello stare su un alto monte, dove il panorama si apre sull’orizzonte; è bello sostare quando la vita ci sorride e la realtà sembra trasfigurata, momenti che vorremmo immortalare. Questa riflessione invita a riconoscere i momenti di grazia nella vita.
La parabola del buon Samaritano è stata spontaneamente scelta per salutare don Benito, concentrandosi sul punto di svolta: non solo vedere il ferito, come fecero sacerdote e levita, ma provarne compassione. Questa sottolineatura riflette l'importanza della misericordia e della prossimità attiva.
Le "folle stanche e sfinite" che seguono Gesù, incontrando malati, infermi, poveri, sofferenti, peccatori ed emarginati, sono per Castellucci un'immagine che si proietta anche venti secoli dopo. Egli evidenzia come Gesù si lasciasse trovare, interpellare, toccare e sfidare, suggerendo un modello di Chiesa sempre attenta alle fragilità del mondo. Questa attenzione alla dimensione sociale si è espressa anche avviando a Modena la tradizione della Lettera alla città, in occasione della festa di San Geminiano.
Castellucci propone anche riflessioni esegetiche profonde, come nell'analisi del "Libro della genesi di Gesù Cristo" di Matteo, in parallelo con il primo libro dell’Antico Testamento, evidenziando le origini del cosmo creato e della storia redenta. La sua capacità di integrare riferimenti culturali, come l'anonimo francese che scriveva "“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”" in Meditazioni di gastronomia trascendentale, dimostra la sua versatilità nel connettere la fede con la cultura e la vita quotidiana, come anche nel descrivere Giovanni Battista con il "vestito dei profeti" fatto di peli di cammello, o nel presiedere celebrazioni solenni come quella dell'Assunzione di Maria a Carpi o le nozze di Odoardo Focherini e Maria Marchesi nel Duomo di Mirandola.
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