La Lingua Comune di Giovanni Tarcagnota: Un Manifesto Linguistico del Cinquecento

Giovanni Tarcagnota (1508-1566), annoverato tra i più significativi antiquari del XVI secolo, sviluppò una "lingua commune" caratterizzata da influenze eterogenee, tra cui toscano, napoletano e la sua lingua materna. Questa condizione peculiare dei suoi scritti rivela come le sue radici linguistiche e culturali abbiano plasmato un idioma letterario che egli stesso definì "commune", finalizzato a fondare un linguaggio tecnico basato sulla storia, non derivato dalla poesia, e in inconsapevole opposizione alle teorie di Bembo.

Convinzioni Teoriche e Scelte Pratiche

Il Volgarizzamento di Plutarco e la Scelta del Greco

Fin dall'inizio della sua attività di volgarizzatore, Giovanni Tarcagnota dedicò particolare attenzione alla lingua da impiegare, una questione che lo aveva già impegnato all'epoca del volgarizzamento di Plutarco. Nell'introduzione alla prefatoria a Galeazzo Florimonte della sua opera, Tarcagnota rese note le decisioni adottate per tradurre il testo plutarcheo direttamente dal greco e non dal latino. Egli affermava: «Non si meravigli V. S. quando vedrà, che io in alcuni luoghi mi scosti alquanto dal testo latino, per che in quello, che mi è paruto, che Plutarco ne la sua lingua dica altamente, e meglio, mi sono col testo greco accostato più volentieri».

La "Lingua Nostra" nelle Historie del Mondo

Scelte operative analoghe compaiono anche in un passo successivo, ben più cogente e attento alla questione linguistica, nelle sue Historie del Mondo edite da Tramezino nel 1562. Il forte condizionamento storiografico che caratterizza il passo è un vero e proprio manifesto di poetica da cui emerge la consapevolezza e la sicurezza dell'organizzazione della scrittura e della funzione e del valore della lingua impiegata.

Tarcagnota spiegava la sua risoluzione: «E perché fosse l’utilità più comune, mi sono risoluto di farlo ne la lingua nostra che è hoggimai giunta a tanta dignità, che pare, che poco più montare possa; che già non ho io avuto pensiero di dovere con questi scritti, di elegantie, né di ornamenti di dire arricchirla; anzi mi dispongo a non dovere parlare con altra lingua, che con la mia; e con quel libero modo, e piano fuori di ogni affettione, che la istoria a punto richiede. Che se la Toscana dà alla migliore lingua, con la quale noi parliamo, il nome; a chi doveva io più tosto questa fatica dedicare, e drizzare, che alla Ecce. Vostra? La quale non solamente le più belle parti della Toscana con tanto moderamento, e giustizia regge; ma come colui, che ha il suo generoso cuore di infinite vaghe virtù fregiato, et è sviscerato amatore delle belle discipline; ha reso ancho a così felice contrada i suoi antichi studij che così in ogni facoltà vi fioriscono».

Ritratto di Giovanni Tarcagnota del XVI secolo

La lingua, sostanzialmente toscana non solo per dovere di dedica delle Historie a Cosimo I, ma anche per scelta operativa, semplicità, eleganza e convenienza di scrittura, si fonda su una lingua semplice, definita «una lingua commune», fatta di «purità di parole» capace di conservare la propria necessarietà come lingua tecnico-storica, non costruita sull'imitazione di vocabolari appositamente raccolti, ma fondata su essenzialità dell'ornato ed eleganza delle parole usate.

Il Linguaggio Tecnico e l'Antibembismo Inconsapevole

Autonomia dalla Poesia e Influenze Culturali

Il linguaggio tecnico così progettato e ideato da Tarcagnota, essendo valido per tutta la produzione in prosa e prescindendo dal campo d'azione (dalla filosofia alla medicina, dalla letteratura alla storia), diventa una scelta obbligata del suo modus operandi. In questo modo, esso si mostra ideale e contiguo, ad esempio, per quanto concerne esclusivamente le Antichità di Roma e l'antiquaria in genere, all'altro punto di riferimento della bottega Tramezino, quel Pirro Ligorio le cui parole d'ordine (fantastico, industrioso, facilità, favoloso nel senso del mito) coincidono con il programma del gaetano, le sue letture e la sua produzione (Cose morali di Plutarco, Favola d’Adone da Ovidio, fonti della storia antica di Roma).

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Infatti, se "fantastico" e "industrioso" sono prettamente artistiche e trovano la loro collocazione in diversi passi delle Historie tarcagnotane, "facilità" (non facilitas) e "favoloso" sono maggiormente nelle corde del gaetano potendosi rintracciare tali vocaboli indifferentemente nei volgarizzamenti come nelle sue opere storiche e nella Favola d’Adone (1550). Anzi, "facilità" per Tarcagnota è del tutto simile, come nozione estetica, al parallelo termine ligoriano (laddove s'intende la facilità di realizzazione delle grottesche dal modello imitato alla nuova collocazione architettonica) e consiste sempre e comunque nella realizzazione di una lingua "facile", comune e storica che si presti alla comprensione e all'identificazione e utilizzo di parole tecniche che non abbiano attinenza o derivazione dalla lingua poetica, ma che soprattutto siano caratteristica fondamentale di un vero e proprio statuto disciplinare della storia che si fa autonoma al momento della narrazione.

La Polemica con il Petrarchesismo e le Posizioni Antibembiane

In questo senso, l'epistola prefatoria alle proprie Historie del mondo è indicativa di tale sentire. Tarcagnota scriveva: «Sono poi di quelli, che più bella lingua, desiderano in questa mia compositione, e (come è hoggi il mondo guasto) andranno raccogliendo cinquanta, o cento parole, come meno Toscane, et altrettante, come nuove nella lingua, o del volgo. Altri de’ troppo lunghi, o troppo brevi periodi si dorranno, e del modo del dire medesimamente; altri più elegante, e vago desiderandolo; altri, come troppo e numeroso e fucato, biasimandolo. Io, in quanto alle parole (come mi ricordo havere altrove anchora detto) confesso havere studiosamente seguita una lingua comune, poi che questa era istoria, nella quale fuco di parole non si richiede, e non essermi voluto astringere scrivere con altra lingua, che con la ordinaria mia: e penso non essermi in ciò ingannato richiedendosi a compositione historica e così lunga, come era questa, più tosto schiettezza e purità di parole, che vaghezza, o lenocinio alcuno di dire. Quanto poi al filo, et a numeri della oratione, io mi sono lasciato portare dal mio naturale senza punto affettarlo. Non niego già di havere avuto un certo giudicio e mira allo stile historico, che servarono gli antichi nella loro lingua».

Le parole estetiche, ossia il linguaggio tecnico che gli antiquari utilizzano mutuandolo dalla trattatistica letteraria e che Tarcagnota stesso impiega all'interno della costruzione della propria visione estetica, al di là dell'effettiva consistenza, non obbediscono più al sistema linguistico dell'espressione scritta, ma vanno a comporre un quadro più complesso, in cui il lessico gode di un valore aggiunto che permette alla pagina scritta di storicizzarsi e rendersi autonoma dal linguaggio poetico. Con buona pace di Minturno e delle sue teorie, tutte incentrate sulla sola poeticità di ornato, espressione e inventio ciceroniana, Tarcagnota, Ligorio, Tolomei (due napoletani e un senese, quanto di più distante linguisticamente dalla pura ricercatezza linguistica di stampo petrarchesco di Bembo, Minturno, Luna o Gesualdo), pur partendo da quelle premesse, inaugurano un vocabolario tecnico che tiene conto delle posizioni antibembiane e regionalistiche di Venafro o Falco.

Mappa delle regioni linguistiche italiane nel Rinascimento

In poche parole, qui non siamo di fronte a un petrarchismo pedantesco da liquidare con due frasi, ma all'inizio di un fenomeno linguistico (in cui la stampa gioca un ruolo decisivo e fondamentale) che sta costruendo una lingua tecnica, autonoma dalla poesia e nuova anche per la trattatistica. Nella fattispecie, non è un caso che la formazione del gaetano, nell'uso e nella dimensione e strutturazione della lingua scritta, incontri il senese e i toscanismi in genere. Parole come "abbrusciare", "brusciare", unitamente al romanesco "camiso", tutti presenti nelle Antichità di Roma composte con lo pseudonimo di Andrea Palladio, attestano la lingua centro-italica dell'autore e la sua attenzione per una lingua scritta proveniente dal parlato, toscanizzata per letture e formazione personale, quasi per nulla indulgente al bembismo e fermamente legata all'espressione in prosa, in aperta polemica anche con le posizioni espresse in particolare dal conterraneo Giovanni Andrea Gesualdo che invece considera il linguaggio poetico come imitativamente valido anche per la prosa, quasi che non si possa essere buoni narratori senza essere anche poeti.

La Storia come Narrazione e la Trasmissione del Sapere

L'idea tarcagnotana è quella di una lingua della storia che compendi in sé la capacità di essere identificativa della disciplina fattasi narrazione; la stessa identificazione delle fonti passa per questa condizione della scrittura storica, mentre brevitas e concinnitas diventano formule primarie della narrazione e semplificazione per la lettura. Lo storico, attraverso il compendio universalistico, raccoglie informazioni necessarie al proprio studio tenendo presente la fonte e rinnovando la narrazione in un contesto letterario diverso. Ciò fu ben compreso da Giovanni Varisco che, nella prefazione alla sua edizione a stampa delle Historie del mondo (Venezia, 1610), sottolineò con precisione e puntualità proprio questa novità del lavoro tarcagnotano.

Quanto scrittura e formazione umanistica siano così importanti è confermato anche dalla necessità di tramandare le lettere cosicché sia sempre possibile trasmettere, ricordare e aggiornare la cultura e le conoscenze di ogni tempo. Tarcagnota stesso ribadiva: «Grande obligo è certo quello Sereniss. Principe che dovrebbono gli huomini havere alle lettere et à colui che primieramente le ritrovò; poi che tante utili et meravigliose dottrine, che già estinte, et in potere della oblivione sepolte giacere si vedrebbono, si sono di tempo in tempo, con questo mezzo della fortuna conservate, et comunicate à posteri; anzi se ne è per cio dato occasione di potere alle cose da varij ingegni, et in diversi tempi ritrovate, et scritte aggiungerne sempre à beneficio del mondo della altre nuove. Ma che dico io delle dottrine, et delle scientie, che ha la scrittura à chi non le sapeva, comunicate, per che le impari e le sappia, et à dotti che le sapevano, mostre, per che le accrescano […]».

Le Historie e le Antichità tarcagnotane offrono dunque, anche in confronto a modelli, fonti e comportamenti scrittori dell'epoca, un esempio significativo di approccio linguistico innovativo.

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