Il Dipinto di San Carlo Borromeo nella Chiesa Parrocchiale di San Remigio a Fara San Martino

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Fara San Martino: Cenni Storici e Ambientali

Un Borgo tra Majella e Tradizione Pastaria

Fara San Martino è un comune di 1.531 abitanti situato nella provincia di Chieti e fa parte della Comunità montana della Maielletta. Il paese è conosciuto soprattutto per essere una delle capitali mondiali della pasta, un primato che affonda le radici in una lunga tradizione.

Fara San Martino è situata allo sbocco del vallone di Santo Spirito, attraversato dal fiume Verde, e parte del suo territorio comunale ricade nel Parco Nazionale della Majella. Le prime notizie relative all'abitato sono rintracciabili tra il IX e il X secolo, periodo in cui il territorio fu colonizzato dai monaci benedettini.

L'antica tradizione ottocentesca nella produzione della pasta fu all'origine dello sviluppo industriale che ha interessato il piccolo centro pedemontano. Questo fenomeno è strettamente collegato alla morfologia del territorio farese, ed è stato determinato dallo spirito imprenditoriale locale, dalla forza energetica del fiume Verde e dalla ricchezza idrica dello stesso. Si è così affermato un modello di sviluppo industriale in sintonia con l'ambiente, da cui trae le sue risorse. I principali marchi che qui hanno avuto origine sono la Bioalimenta, il Pastificio Cav. Giuseppe Cocco, il Pastificio F.lli De Cecco e il Pastificio Delverde, aziende leader nel settore.

La grande ricchezza idrica rappresentata dal fiume Verde, che sfocia dalla Majella, fu fondamentale per la produzione della pasta, consentendo sia di azionare le macine per produrre la semola di grano sia di essere utilizzata come materia prima. I pastai locali vantano un primato assoluto: aver creato il primo sistema automatico di essiccazione della pasta. Questo innovativo essiccatore ad aria calda consentì di pastificare in ogni stagione e in ogni condizione, dando un impulso decisivo alla produzione su larga scala, superando la dipendenza dalle condizioni climatiche e stagionali della tradizionale essiccazione all'aperto.

Foto panoramica di Fara San Martino con i monti della Majella e un pastificio tradizionale

Le Gole di San Martino e l'Abbazia di San Martino in Valle

Le Gole di San Martino sono poste all'ingresso di uno dei più lunghi valloni appenninici, il Vallone di Santo Spirito, che da Fara San Martino conduce fin sulla vetta di Monte Amaro con un dislivello di 2300 metri. Le due pareti rocciose che le delimitano si protraggono per circa 50 metri e raggiungono una notevole altezza, conferendo un senso di timore opprimente a chi le attraversa per la prima volta. Questo particolare e suggestivo ingresso al Vallone di Santo Spirito nasconde una delle vallate più belle, più suggestive, più varie e più interessanti che la natura possa riservare all'uomo.

All'ingresso delle gole, che i faresi chiamano "stretto", si possono scorgere i ruderi di un'antica porta d'ingresso. Le gole, infatti, costituivano anche l'accesso al monastero e alla Chiesa di San Martino in Valle, posta a una cinquantina di metri oltre le stesse, adiacente a una parete rocciosa che la riparava.

L'Abbazia medievale di San Martino in Valle si trova nelle Gole di San Martino. I primi documenti che attestano l'esistenza del complesso abbaziale risalgono al IX secolo, quando un diploma di Ludovico il Pio del 20 giugno dell'839 concesse a Fara il Monastero di Santo Stefano in Lucania di Tornareccio, la chiesa di San Martino in Valle e la chiesa di San Pietro alle sorgenti del fiume Verde. L'8 settembre 1818 l'abbazia fu seppellita da un'inondazione. I primi scavi che la riportarono alla luce partirono nel 1891, e più recentemente è stata oggetto di un'opera di recupero del Comune con la supervisione della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Abruzzo.

Si entra nell'Abbazia attraverso un portale in pietra che dà sul cortile antistante la chiesa. La chiesa aveva una pianta irregolare con tre navate, di cui quella centrale provvista di abside con l'altare maggiore. Nel presbiterio si possono ancora notare i sedili in pietra per il clero. Nella navata di destra, la zona più antica realizzata scavandola direttamente nella roccia, si trovano tre edicole d'altare con piccole volte ad arco ogivale. Inoltre, il monastero constava di cappelle, ossario, sagrestia e un piccolo cimitero.

Foto delle Gole di San Martino con i ruderi dell'antica abbazia

La Chiesa Parrocchiale di San Remigio: Architettura e Tesori d'Arte

Origini e Struttura Architettonica

A breve distanza dal rione di Terravecchia, l'antico centro storico di Fara San Martino, è situata la Chiesa Parrocchiale di San Remigio, che si affaccia su una piazza comunemente chiamata “Piano dei Santi”. La sua fondazione, secondo le fonti storiche, risale al secolo XIII.

La facciata si presenta tripartita: il corpo centrale sporge di poco in avanti rispetto alle parti laterali ed è ovviamente più alto di queste. Contornato da una serie di paraste, è concluso nella parte superiore da un timpano, e al di sopra del portale centrale si apre una finestra rettangolare racchiusa in una cornice. I due corpi laterali della facciata, pure definiti da paraste, si collegano a quello centrale mediante volute; entrambi sono aperti da portali minori sovrastati da piccole finestre circolari. In questo modo, il disegno complessivo della facciata è connotato da un'efficace simmetria in tutte le sue parti.

All'interno, la Chiesa è suddivisa in tre navate, di cui solo quella centrale è conclusa con un'abside. Mentre la navata centrale è decorata da mosaici che si richiamano a motivi paleocristiani, il resto dell'ambiente, sia nella navata di centro che in quelle laterali, presenta ornamentazioni di stucchi colorati. Le volte differiscono tra la navata centrale, che ha coperture a botte ad arco a sesto ribassato, e le laterali, che invece le hanno a vela.

Foto della facciata della Chiesa di San Remigio a Fara San Martino

La Ricchezza Artistica e Archeologica

Quasi in contrapposizione all'austera semplicità della facciata principale, che dà sulla Piazza dei Santi, la Chiesa di San Remigio ospita al suo interno la più importante collezione di beni artistici ed archeologici presenti a Fara. Nella sagrestia sono, infatti, osservabili diversi reperti archeologici provenienti dagli scavi presso la Chiesa di San Martino in Valle, a testimonianza del ricco passato del territorio.

La "Circoncisione" di Tanzio da Varallo: Un'Opera Cruciale

Descrizione e Contestualizzazione del Dipinto

Nella navata laterale destra della Chiesa Parrocchiale di San Remigio è esposta una tela di notevole pregio artistico, la pala della "Circoncisione di Gesù", opera del pittore Antonio D'Errico (ca. 1580 - 1635), meglio noto come Tanzio da Varallo. Quest'opera, un olio su tela centinata di 240x153 cm, è datata tra il 1612 e il 1614. La datazione, attribuita dal Bologna, è convalidata dall'immagine di San Carlo Borromeo, presente nel dipinto, che fu canonizzato nel 1610.

Il dipinto raffigura la Circoncisione di Gesù Bambino, evento cui assistono, oltre a San Carlo Borromeo, anche San Francesco d'Assisi, evidenziando il contesto devozionale e teologico del periodo post-tridentino.

Dettaglio del dipinto

San Carlo Borromeo e la Controriforma nell'Arte di Tanzio

L'inclusione di San Carlo Borromeo nel dipinto di Tanzio da Varallo è particolarmente significativa, data la sua canonizzazione avvenuta nel 1610, poco prima della realizzazione dell'opera. Questo colloca il dipinto in un fervente contesto controriformista, dove la figura del santo milanese, promotore del Concilio di Trento e della riforma della Chiesa, era particolarmente venerata e utilizzata come modello di santità e rigore ecclesiastico.

Tanzio da Varallo, folgorato dalla fede durante le clamorose e ridondanti manifestazioni spirituali nella Roma giubilare di Papa Clemente XVIII nel 1600, integrò nelle sue opere un'acuta individuazione caravaggesca del reale con un'inclinazione patetica. Nelle sue opere successive, come il "San Carlo che comunica gli appestati" (1615) e gli affreschi della cappella XXVII del Sacro Monte di Varallo (1616-17), questa fusione di realismo e patos, tipica dei contemporanei lombardi come Cerano e Morazzone, denuncia il suo profondo interesse per le tematiche della Controriforma, rendendo la sua produzione artistica un punto di riferimento per l'espressione dei nuovi ideali religiosi.

La Storia di San Carlo Borromeo

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