Il Vangelo di Matteo, in particolare il capitolo 24, offre un profondo insegnamento sulla venuta del Figlio dell'uomo, attingendo a immagini potenti come il diluvio di Noè e l'arrivo inatteso di un ladro. Questo brano, parte del discorso escatologico di Gesù, rivolto ai suoi discepoli sul Monte degli Ulivi, serve come un monito alla vigilanza e alla consapevolezza per i credenti di ogni tempo.

Contesto e Significato del Discorso Escatologico
Il brano di questa domenica fa parte dell'ultimo dei cinque discorsi che occupano gran parte del Vangelo di Matteo, noto come il discorso escatologico, che si trova al capitolo 24. Davanti al tempio, Gesù aveva detto ai suoi discepoli che esso sarebbe diventato un mucchio di rovine. Successivamente, il gruppo di Gesù e dei discepoli si trasferisce sul monte degli Ulivi, e costoro chiedono quando sarebbero accadute queste cose, quale sarebbe stato il segno della sua venuta e della fine del mondo (Mt 24,1-3).
Matteo scrisse questo capitolo del suo vangelo in un momento di profonda crisi della sua comunità. Il fervore iniziale si era affievolito, all'esterno continuavano ostilità e persecuzioni, e il ritorno di Cristo, che si pensava imminente, tardava a venire. La storia continuava ad essere fatta di soprusi e prevaricazioni. In questo brano, Matteo cerca di dare una giusta dimensione alle delusioni e alle illusioni dei suoi fratelli nella fede, ricordando loro che questa venuta avrebbe potuto significare anche un momento di punizione per quanti al ritorno di Cristo non si sarebbero rivelati degni di Lui.
La Figura del Figlio dell'Uomo
Nel brano, Matteo descrive il ritorno di Cristo in termini specificamente apocalittici, richiamando la figura del Figlio dell'uomo, un personaggio misterioso di cui si parla in Daniele 7,13-14: un uomo che supera la condizione umana. Questo titolo, di sapore aramaico e che in origine significa "uomo", pone l'accento sull'umiltà della condizione umana.
Gesù stesso si era attribuito questo titolo per descrivere le sue umiliazioni, soprattutto quelle della passione (17,22), ma anche per annunciare il suo trionfo escatologico della resurrezione (17,9), del ritorno glorioso e del giudizio (25,31). Poiché Dn 7,13 e l'apocalittica giudaica lo applicano a un personaggio trascendente, d'origine celeste, che riceve da Dio il regno escatologico, il termine suggeriva la figura del Messia.
Il Parallelo con i Giorni di Noè
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo» (Mt 24,37-39). Il primo rimando è alla vicenda di Noè, al diluvio universale, narrato in Genesi 6-8.
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La Noncuranza dei Contemporanei di Noè
Gesù sviluppa il tema dell'ignoranza del "quando" della parusía, istituendo un parallelo tra ciò che accadde alla generazione dei contemporanei di Noè e ciò che avverrà alla venuta del Figlio dell'uomo. Matteo cita qui l'esempio dei tempi di Noè non tanto per sottolineare la dissolutezza di quanti vissero prima del diluvio, ma perché essi si interessavano solo alle realtà quotidiane e non avevano fatto caso a ciò che era più importante.
La distrazione, la noncuranza e la superficialità impedirono loro di intravedere l'arrivo del diluvio. La generazione dei contemporanei di Noè non è descritta né come malvagia né come empia, ma semplicemente come incosciente, inconsapevole. I contemporanei di Noè “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito” e in questo non vi è nulla di reprensibile. Non vi è nemmeno se vi aggiungiamo ciò che esplicita Luca nel passo parallelo: “compravano, vendevano, piantavano, costruivano” (Lc 17,28).
Si tratta della quotidianità, delle attività vitali quotidiane di ogni persona. Il problema non è il "che cosa", ma il "come". Con il parallelo del diluvio, Gesù mette in guardia a non annegare nella banalità dei giorni, in un quotidiano divenuto orizzonte totalizzante di un'esistenza che così diviene cieca, inconsapevole di sé.
Noè: un Esempio di Discernimento
Secondo i midrashim, i commenti esegetici ebraici, Noè era sbeffeggiato, deriso e giudicato pazzo dai suoi contemporanei perché compiva un'opera insensata. Non si rendevano conto che erano loro stessi che ne avevano bisogno. Noè seppe discernere il suo presente e così salvò se stesso e il futuro: il discernimento dell'oggi salva il futuro: «Per mezzo di Noè un resto sopravvisse sulla terra quando venne il diluvio» (Sir 44,17).
Lo sguardo di Dio, di cui Noè è messo al corrente, vede ciò che la situazione presente di benessere e di tranquillità prepara. Dio, e con lui Noè, vede al di là del momentaneo. La follia, o il genio, o la santità, o forse un po' di tutte e tre queste cose, porta Noè a compiere un gesto coraggioso che salverà il futuro, ma che ha dovuto affrontare l'incomprensione e il dileggio. La drammaticità della situazione dei contemporanei di Noè consiste nel fatto che perirono e non si resero conto di nulla. Perirono due volte: fisicamente, perché spazzati via dal diluvio, ma anche spiritualmente, perché non capirono e non si resero conto di nulla quando ne avrebbero avuto la possibilità. Così l'evento calamitoso diviene giudizio sul modo di vivere precedente la calamità. Matteo stigmatizza l'incoscienza, il vivere senza discernimento. Non perché questo eviti la calamità. Noè non ha evitato il verificarsi del diluvio, ma ha potuto attraversarlo. Il diluvio sono tutte quelle situazioni che ci travolgono, che ci fanno perdere tutto ciò che ci permetteva di stare tranquilli. Può essere per un lutto, un problema di salute, economico o relazionale.
Il Giudizio e la Separazione
Il discorso di Gesù prosegue nei vv. 40-41 con l'esempio dei due uomini che lavorano nei campi e delle due donne che macinano alla mola: «Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata» (Mt 24,40-41).

Matteo presenta la portata giudiziale della parusía che mette in luce ciò che prima poteva restare celato e smaschera ciò che prima era invisibile. I due che erano insieme si trovano divisi, separati. Ciò che era nascosto viene alla luce. «Non vi è nulla di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto» (Mt 10,26).
Chi sarà degno di entrare nel Regno di Dio? Due persone che si dedicano alla stessa attività, siano uomini siano donne, verranno giudicati diversamente. Anche qui sono descritte delle persone che stanno compiendo le normali occupazioni quotidiane, ma evidentemente diverso è il loro applicarsi ad esse e diverso è il giudizio che di loro fa il Signore, che conosce i cuori e i sentimenti. Se i contemporanei di Noè “non si accorsero di nulla, non capirono nulla”, di questi uomini e di queste donne si può dire che “non si conobbero”. Nulla sembrava distinguerli, impegnati come erano nello stesso compito, lavorando accanto l'uno all'altro; vivevano accanto ma erano profondamente distanti. La venuta del Signore è momento di svelamento della verità. Questo è un modo per dire che non ha importanza cosa faccio, ma come lo faccio.
Da cosa saranno presi quest'uomo e questa donna? Dal Vangelo, dalla scoperta che Dio vuole stare con noi, e con noi costruire un mondo nuovo. Un mondo dove posso lavorare nel campo o alla macina non solamente per sopravvivere, ma per fare un servizio, per dare da mangiare alla famiglia o a chi ne ha bisogno, e così realizzarmi, sentirmi utile. Un Vangelo che mi fa capire che è più bello dare la vita che preservarla.
L'Esortazione alla Vigilanza
La parte finale del testo (vv. 42-44) è esortativa e con tre imperativi dice in che cosa consista la vigilanza: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
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Il Ladro nella Notte: Simbolo dell'Imprevedibilità
Per rafforzare la sua esortazione a vigilare, riporta la parabola del ladro. Dopo aver paragonato la venuta del Figlio dell'uomo al diluvio, Matteo ne parla come dell'arrivo di un ladro. Sarà un incontro di giudizio e non semplicemente consolatorio. L'aspetto calamitoso rievoca il tema della fine o della parusía condannatoria, mentre il richiamo all'incertezza del giorno e dell'ora anticipa la parabola del servo infedele (v. 50).
L'oscurità della notte è più propizia ai ladri perché si avvicinano senza essere visti a certe case, che all'epoca avevano una copertura di legno e ramaglie, e le pareti di mattoni crudi, facili da perforare, per aprire così un buco attraverso il quale penetrare all'interno e rubare. Il verbo "scassinare" letteralmente si tradurrebbe "traforare". È un termine che ben si adatta alle case di campagna palestinesi fatte con malta di fango o di paglia. Perciò se il padrone sapesse il momento in cui i ladri arrivano, non starebbe inattivo, ma starebbe attento a mantenere integro quanto possiede. Assai più un cristiano deve rimanere vigilante per preservare i tesori della fede e della grazia che ha ricevuto!
Significato della Vigilanza Cristiana
Vegliate non significa tanto il non dormire, ma il tenersi pronti. Significa rimanere svegli, quasi in agguato, in una costante presenza di spirito che si fa spia e desiderio del futuro di Dio, spazzando via stanchezza, noia e diversivi. Altrove nel NT viene espressa con i sinonimi di lucidità o di sobrietà (1Ts 5,6-8; 1 Pt 1,13; 5,8). La motivazione, anch'essa tre volte ripetuta, è sempre l'ignoranza del giorno e dell'ora della parusía. Non essendovi scampo a tale ignoranza, l'unica sapienza è quella di tenere gli occhi ben aperti, di essere svegli, di non intontirsi e non cadere nell'ottundimento dei sensi; è quella di cercare di essere pronti, attenti, dunque consapevoli e responsabili, non come i contemporanei di Noè.
Le parole di Gesù si rivolgono direttamente ai discepoli e con esse Matteo interpella i cristiani, affinché non vengano condannati come sarà condannato Israele. Se Israele ha concluso nell'infedeltà la sua lunga storia, intessuta di attestati di benevolenza divina, la stessa sorte può toccare anche ai cristiani, se non percorrono una strada diversa. Il richiamo alla vigilanza e al timore è l'unica via per non essere colti di sorpresa al sopraggiungere della calamità che potrebbero mettere in pericolo la propria adesione a Cristo.
Il termine è "diventate pronti", esprime sollecitudine, disponibilità e risolutezza che vanno alimentate. Si tratta, come dirà la 2a Lettera di Pietro, di “affrettare il giorno del suo ritorno” con un comportamento degno di persone che vivono orientate dalla presenza di Dio, prima dell'ingresso nel giorno senza fine del suo Regno (2Pt 3,11-15). La vigilanza cristiana nasce in rapporto con la persona di Gesù Cristo che è venuto e che verrà: è l'ambito in cui avviene la relazione con il Signore, dunque lo spazio vitale della fede, della speranza e della carità. Ma anche lo spazio di una umanità desta, sveglia, attenta, luminosa. La vigilanza è atteggiamento globale dell'uomo di attenzione alla presenza del Signore, di tensione interiore per discernere la sua presenza e di apertura radicale di tutto l'essere alla sua venuta. Così l'annuncio della venuta gloriosa del Signore proietta una luce che giudica e orienta anche il nostro modo di vivere il tempo, in particolare il quotidiano.
Il Senso del Diluvio Oggi
Il Vangelo ci sorprende oggi con immagini di diluvio, di violazione, di rapina. Cosa attendiamo? Il vangelo ce lo dice: la venuta del Figlio dell’uomo. Una venuta che verrà come nei giorni di Noè. Anche oggi Gesù continua a ripeterci e a dimostrarci con la propria morte e risurrezione che non è la fine di questa vita che bisogna temere. La realtà umana è infinitamente preziosa se la si manifesta, mentre rimane come un sonno chiuso se si ferma alle cose immediate, se non si risveglia alla vita che non muore. Alla fine c’è sempre il diluvio, la morte e solo ciò che è costruito sulla parola di Dio, resiste come l’arca, ciò che invece è costruito sulla stoltezza, crolla, sommerso dalle acque. C’è un modo di mangiare, bere, sposarsi, lavorare, pregare che richiede il cuore aperto al senso reale di quello che facciamo. Il Signore in questo brano, non parla di peccati o di ingiustizie ma di troppo quotidiano, di solo quotidiano. Il nostro rischio è una vita che non si accorge della vita, il nostro rischio è di morire senza neppure aver vissuto. È la disgrazia dell’uomo che vive inconsapevolmente preso, conquistato, dominato dalle cose e dal tempo, una frenesia che copre la visione più profonda di noi stessi e degli altri.
Sì, la nostra quotidianità può trasformarsi in catastrofe. Non è forse nel banale scorrere dei giorni che spesso si preparano i nostri disastri esistenziali e relazionali? Anche l’ineluttabile infatti, ha una storia, anche l’ineluttabile è preparato nel quotidiano. Anche ciò che quando avviene è ineluttabile, in verità è stato preparato più o meno coscientemente dai nostri gesti, dai nostri comportamenti, dalle nostre parole o dalle nostre omissioni.
L'Avvento e la Preparazione
Con la prima domenica di Avvento prende avvio un nuovo ciclo liturgico. Il ricominciamento non va per nulla colto come segno di monotona ripetitività, ma anzi, è buona notizia del ricominciamento sempre possibile al credente. Nella vita di fede noi siamo chiamati a ricominciare, quale che sia la situazione in cui ci troviamo, credendo maggiormente alla misericordia di Dio che all’evidenza della nostra debolezza e del nostro peccato.

L’inizio di un nuovo anno liturgico è poi sempre caratterizzato da una pagina evangelica che pone l’accento sulla parusía, la venuta gloriosa del Figlio dell’uomo. Venuta che situa il credente nell’attesa. E l’attesa è un movimento umano e spirituale tutt’altro che scontato. Nei tempi della velocizzazione e della produttività, l’attesa è sentita come tempo morto, perdita di tempo. L’attesa invece è lavoro spirituale che prepara il futuro anticipandolo, sperandolo, invocandolo. L’attesa è una soglia. Soglia tra ora e dopo, tra oggi e domani, tra tempo ed eternità, tra storia e Regno di Dio. Nell’attesa il futuro, prossimo o remoto che sia, già abita il presente almeno nel nostro spirito. E la pagina evangelica di questa domenica dell’annata liturgica A, tratta dal Vangelo secondo Matteo, presenta un passo del discorso escatologico che Gesù rivolge ai suoi discepoli, mostrando la dimensione giudiziale dell’annuncio della venuta del Signore e la sua capacità di interpellare l’oggi del credente.
Come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Dopo l’Ascensione, la venuta di Cristo nella gloria è imminente, anche se non spetta a noi “conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” (At 1, 7). Questa venuta escatologica può compiersi in qualsiasi momento». Ecco perché Gesù ci avverte di essere sempre preparati. Non vuole spaventarci, ma soltanto indirizzare le nostre vite a un modo di vivere più grande che ridimensiona i piccoli aneliti quotidiani, ma nello stesso tempo attribuisce loro un valore decisivo. La venuta del Signore ci può sorprendere in qualsiasi momento, improvvisamente, mentre ci troviamo in mezzo alle vicissitudini quotidiane.
“Tu, cristiano - ricorda san Josemaría - e, in quanto cristiano, figlio di Dio, devi sentire la grave responsabilità di corrispondere alle misericordie ricevute dal Signore, mediante un atteggiamento di vigilante e amorosa fermezza, perché niente e nessuno possa deformare i lineamenti peculiari dell’Amore, che Egli ha impresso nella tua anima”. Se siamo ben preparati, possiamo aspettare fiduciosi la venuta del Signore con la medesima serenità e abbandono nelle mani della Madonna, come fece San Giovanni Paolo II nel suo testamento.