La tradizione figurativa cristiana è profondamente intrisa di simboli, uno dei più potenti dei quali è la croce. Questo antico strumento di morte ha vissuto una sorta di riscatto spirituale nel momento in cui è stato associato al sacrificio di Gesù, che morì sulla croce come supremo atto d'amore. Sebbene il simbolo della croce compaia solo nel II secolo all’interno del chrismon (il segno derivato dalla sovrapposizione delle due lettere iniziali della parola Khristós), la sua rappresentazione fisica divenne centrale nella devozione.
Tre secoli più tardi, si diffuse la produzione di piccoli manufatti destinati ad accompagnare i fedeli nella devozione privata, introducendo la novità dell'incarnazione della croce. Questa fede, vissuta dal basso attraverso il lavoro quotidiano, permise un incontro profondo con il sacro. A partire dal VI secolo, iniziò a essere prodotto il modello Christus Crucifixus Vigilans, raffigurante Gesù sulla croce con gli occhi aperti, un simbolo della partecipazione del fedele alla Resurrezione. Le innovazioni introdotte con l'arrivo del nuovo millennio hanno poi presentato la figura di Cristo come un uomo sofferente, fragile e dolorante. Nel XVIII secolo, la devozione si avvicinò nuovamente al rito della Via Crucis, nata nel Medioevo, le cui stazioni, in ambito francescano, giunsero a quattordici.
L'Artigianato della Madreperla in Terra Santa
La storia della produzione di oggetti sacri in madreperla affonda le radici nella Terra Santa. Dalla fine del XVI secolo, alcuni pellegrini giunti a Betlemme testimoniarono una peculiare produzione di corone e crocette in legno di pistacchio e ulivo, spesso lavorate insieme alla madreperla. Furono i francescani a introdurre l’uso della madreperla in Terra Santa, permettendo ai cristiani locali di guadagnare dalla vendita di questi ricordini ai pellegrini, spesso nelle loro oscure botteghe o fuori dai santuari.

Tra i prodotti più diffusi e artisticamente pregevoli vi furono i modellini del Santo Sepolcro e di altri Luoghi Santi, riprodotti fedelmente grazie ai precisi disegni elaborati da Padre Bernardino Amico tra il 1593 e il 1597. Tali esemplari, diffusisi rapidamente in tutta Europa, furono riscoperti solo negli anni 2000 grazie alle ricerche dell’archeologo P. Michele Piccirillo.
Alcuni laboratori erano presenti anche ad Ain Karem, dove, sempre sotto la spinta dei frati, alcune famiglie cristiane provenienti da Betlemme diedero inizio a questa produzione. Tuttavia, nel XVII secolo, a causa della crisi politica tra Europa e Turchia e del crollo dei pellegrinaggi, si verificò una sovrapproduzione di manufatti che venivano acquistati e poi smerciati dai religiosi.
Tecniche e Caratteristiche delle Croci in Madreperla
Tra i prodotti spiccano le croci da tavolo, che potevano essere sottili o elaborate con piedistallo, spesso decorate con rosette o scene illustrative di santi e della Passione di Cristo. Le tecniche utilizzate erano, e lo sono ancora oggi, il tahbiir (iniettando inchiostro sul disegno inciso con uno stilo sulla madreperla) o il tasfiir (con decoro a intarsio). Insieme al Cristo crocifisso, di solito venivano raffigurati gli evangelisti sulle estremità della croce e l’Addolorata ai suoi piedi.
Il Rilancio dell'Arte Betlemita della Madreperla
Solo negli ultimi anni si sta avviando una nuova produzione. Tra il 2003 e il 2010, a Betlemme, sono stati organizzati corsi di aggiornamento e perfezionamento della lavorazione della madreperla per nove artigiani, grazie al progetto “Betlemme in madreperla” sostenuto da ATS pro Terra Sancta.
Oggi, grazie al Centro di Betlemme promosso da P. Ibrahim Faltas, con nuovi macchinari e tecniche, Salim Atick, ultimo erede di cinque generazioni e ultimo maestro di madreperla rimasto in Palestina, forma nuovi allievi per portare avanti questa antica arte. Qui vengono restaurate croci antiche o prodotte delle nuove, come quelle commissionate dalla Custodia di Terra Santa e dal Patriarcato Latino di Gerusalemme come doni per i pellegrini. Questa tradizione artistica ha seguito le famiglie anche all'estero.

Contesto Storico e Simbolico dell'Artigianato Betlemita
Nel XIII secolo, l'Egitto e la Palestina furono teatro della quinta crociata, con l'intento di prendere Gerusalemme. La tradizione cristiana ricorda in questo periodo l'arrivo in Medio Oriente di San Francesco, che intraprese un lungo viaggio per avvicinarsi ai luoghi della vita di Cristo, culminato in un proficuo dialogo con il sultano al-Malik al-Kamil (1177-1238). Questo incontro segnò l'inizio della presenza francescana in Palestina e la riscoperta dei luoghi che avevano caratterizzato la vita di Gesù.
L'arte sacra betlemita tra il XIII e il XIV secolo si caratterizzava per una certa povertà di materiali. La popolazione cristiana italiana che iniziò a risiedere in questi territori, priva di terreni, fu costretta a dedicarsi a questo tipo di lavorazione, in particolare alla manifattura del legno. Questa affascinante fusione portò nel tempo a un artigianato di altissimo livello, che, partendo da un'antica tradizione di piccoli oggetti, giunse a produrre manufatti riconosciuti come eccezionali dai pellegrini.
Questa particolare tipologia di artigianato si distingue per la presenza del simbolo della custodia francescana: una croce greca (con bracci di uguale lunghezza) potenziata, recante agli angoli altre quattro croci più piccole. Mettendo a confronto questi pregiati oggetti con altre opere, risulta evidente una serialità di modelli e di modalità di produzione. Con l'affinamento delle tecniche, un elemento comune a molte opere divenne la madreperla, un mezzo ideale per l'incisione, anche colorata.
Ciò che si mantenne negli anni, a prescindere dalle evoluzioni, fu l'impegno. Gli arnesi rimasero sempre pochi e semplici, e la qualità di un prodotto era decretata dal lavoro dell'uomo e dalle sue abilità, tramandate da generazioni di artigiani. Purtroppo, con il tempo, molti laboratori, anche i più famosi, chiusero a causa dell'aumento delle migrazioni, spesso spinte dall'intento di dedicarsi al commercio.
Crocifissi in Madreperla: Esempi Notabili e Luoghi di Conservazione
Una Rarità a Bovolone: La Croce dell'Oratorio di San Biagio
Un esempio significativo di questa arte si trova a Bovolone, precisamente nel coro della chiesa di San Biagio. Gaetano Favelli, nato qui il 7 aprile 1813 e divenuto Frate Diego, conservò per tutta la vita un dolce ricordo della sua parrocchia d'origine. Prima della sua morte, avvenuta il 27 gennaio 1865 a Betlemme, donò a Bovolone una croce in madreperla, frutto della tradizione artistica dell'artigianato betlemita fiorito molti secoli prima.

Quest'opera, un tempo venerata dalla comunità cristiana locale, vive oggi un periodo di indifferenza, dimenticata dai contemporanei concittadini del suo generoso offerente. Sebbene manchino alcuni documenti certi, è probabile che la croce sia stata realizzata intorno al 1860 dalla bottega più rinomata di Betlemme, quella di Soliman Roc, ipotesi che il livello qualitativo della produzione tende a confermare. Molte informazioni sono assenti anche perché oggi la croce è riposta in una "cassa" che ne impedisce la visione del verso, dove spesso si trovavano queste indicazioni.
Descrizione Tecnica e Iconografia della Croce di Bovolone
L'opera ammirabile è una croce processionale particolarmente rara per le dimensioni e preziosa per la qualità. Realizzata in legno di cedro del Libano unito a formare una croce latina con estensioni, il recto è ricoperto di madreperla in varie forme. L'effetto ottico è notevole, con tarsie che variano dal bassorilievo, al bassorilievo schiacciato, fino alla figurazione bidimensionale. Ciò che essenzialmente varia tra le tre sono il risultato prospettico e quello di tridimensionalità. Grazie alla disposizione degli elementi, l'osservatore è come costretto a portare il suo sguardo al centro del simbolo: l'emblema del Risorto. Questo moto che chi guarda sembra percepire è accompagnato da un forte dinamismo creato dalla compresenza dell'iridescenza della madreperla e dall'inchiostro scuro.
Questi "piccoli universi" sono popolati da figure nitide che compongono scene molto diverse tra loro, frutto dell'evidente abilità dell'artigiano, purtroppo ignoto. L'opera è indubbiamente molto ben conservata, non solo per la qualità dei materiali e del processo, ma anche per il luogo di custodia: la madreperla si rovina in luoghi troppo secchi, e l'ambiente umido dell'oratorio di San Biagio ha favorito il suo mantenimento.
Cosa rende davvero speciale una perla?
La scelta iconografica è ricaduta sulla volontà di far figurare persone degne di rappresentare la Chiesa, la cui comparsa segue un preciso ritmo:
- Maria si trova ai piedi della croce, ed è lì che ha inizio tutto: Maria Madre di Dio.
- Alla Chiesa viene data forma nei panni di San Pietro e San Paolo, che sono alle due estremità della croce mentre reggono i loro attributi: rispettivamente le chiavi e una spada.
- I quattro Evangelisti sono inseriti in forme ottagonali, probabilmente facendo riferimento al numero otto in quanto simbolico, quello dell’ottavo giorno e quindi l’inizio di una vita nuova.
- Delineate con l’inchiostro nero sono invece le figure che narrano le quattordici stazioni della Via Crucis.
- Al centro della croce, come già accennato, c’è la Resurrezione: una corona di spine accoglie al suo interno il monogramma di Cristo. Curiosamente le lettere sono state scritte al contrario, molto probabilmente perché l’autore non sapeva scrivere.
L'Oratorio di San Biagio a Bovolone: Un Contesto Ricco di Storia
L'oratorio di San Biagio, oggi conosciuto anche come “chiesa vecchia”, è l'edificio religioso che domina la piazza del paese di Bovolone, condividendo la scena con l'adiacente chiesa di San Giuseppe. La sua storia è molto antica, fatta di cittadini, di cambiamenti, di vescovi e di arte. Nel XIII secolo, la sua funzione era di piccolo oratorio vescovile privato dedicato a San Biagio: un luogo religioso di grande importanza poiché vi faceva riferimento il vescovo di Verona, feudatario bovolonese, durante i suoi frequenti soggiorni.

Originariamente, l'oratorio era lungo solamente 18 metri, come risultato evidente durante l'analisi dei muri perimetrali, e assumeva le forme di una classica chiesa romanica a navata unica. Al tempo, la pieve di Bovolone si trovava in contrada Prato Castello ed era dedicata ai Santi Fermo e Rustico. Quando essa cadde in rovina, il vescovo fece un generoso dono alla comunità fedele bovolonese, ovvero quello del suo oratorio, perché andasse ora ad assumere la funzione di pieve.
Ampliamenti e Ristrutturazioni nel Tempo
Nel XV secolo, a Bovolone si avvertì un’importante crescita demografica, la quale portò inevitabilmente all’insufficienza dimensionale della nuova pieve: furono costretti a procedere a un ampliamento. Così, nel 1412, venne allungata l’unica navata e furono costruiti il presbiterio quadrato e la sagrestia nell’angolo. Ora la lunghezza complessiva era di 30 metri. I lavori però non terminarono qui: un secolo più tardi vennero aperte delle cappelle ai lati dell’altare maggiore.
Durante la seconda metà del XVII secolo, Bovolone visse un ulteriore aumento demografico e, per la seconda volta, la chiesa non stava rispondendo pienamente alle necessità del paese. Il 16 settembre 1741, l’arciprete Mons. Francesco Ducchi diede inizio a una ristrutturazione radicale dell’edificio, che arrivò così ad assumere le forme che ancora oggi conserva. La lunghezza della chiesa aumentò di altri 9 metri, portandola a estendersi per 47 metri, grazie all’aggiunta di un coro rettangolare e di un’abside semicircolare dietro al presbiterio. I muri, come è possibile rilevare a occhio nudo osservandoli da fuori, furono innalzati di 5 metri, entro i quali vennero poste sette finestre. L’intervento più pesante riguardò le pareti laterali: tutte le cappelle già presenti vennero corredate di altari e se ne aggiunsero tre nuove. In una delle due pareti, due porte dalle forme settecentesche consentivano l’accesso al cimitero e al cortile della canonica. Infatti, prima dell’arrivo delle truppe napoleoniche e la conseguente applicazione delle nuove leggi francesi, il cimitero aveva la sua sede nel luogo dove oggi sorge il Duomo. Durante questi lavori, l’antica sagrestia venne demolita e se ne costruì una nuova sul lato destro della chiesa. Verso la metà del XIX secolo, vennero aggiunte delle altre costruzioni sul lato sinistro della chiesa, con lo scopo di consentire l’accesso agli edifici a essa adiacenti. Qualche anno più tardi si passò alla realizzazione della terza sagrestia nella storia della chiesa, che si era resa necessaria in previsione della demolizione della seconda: stavano iniziando i lavori per la chiesa di San Giuseppe.
La Facciata e il Campanile
Molte furono le fasi di costruzione, ristrutturazione, ampliamento e demolizione, ma una in particolare non riesce a passare inosservata: la facciata voluta da Mons. Francesco Ducchi. Senza dubbio è l’intervento esteticamente più significativo, che ebbe lo scopo di dare carattere alla chiesa di San Biagio. Gli elementi architettonici impiegati danno uno slancio verticale alla facciata e il dialogo tra loro instaurato dà forma a un importante effetto chiaroscurale. Si possono distinguere due registri: in quello inferiore, all’interno di un archivolto, è ospitato un gruppo scultoreo emblematico. Al centro San Biagio indossa i paramenti vescovili e regge il pastorale, in basso lo accompagnano due angeli, uno dei quali ha in mano lo strumento del suo martirio, ovvero una mazza chiodata. Oltre il cornicione, che separa i registri, venne costruita una finestra, ai lati della quale due nicchie accolgono le statue di San Fermo a sinistra e San Rustico a destra. La facciata si conclude con un grande timpano regolare, sopra il quale poggiano tre croci in ferro.

La storia del campanile è travagliata. Durante i primi lavori di ampliamento della struttura, il muro sinistro della nuova navata arrivò ad appoggiarsi a un lato del campanile, il quale appoggiava a sud sul nuovo presbiterio. Si crea così un effetto di perfetto incastro, che fa pensare al fatto che i due edifici, ovvero la nuova navata e il campanile, siano stati costruiti nello stesso momento. Questa fondata ipotesi convive però con un’altra: la torre campanaria potrebbe essere stata elevata alle soglie del XV secolo. Molti elementi confermerebbero, infatti, questa datazione; ad esempio le file di ciottoli che creano le pareti o gli eleganti capitelli rispondono al richiamo tardo gotico tipico della fine del 1400. Possiamo dire con certezza che entro il 1412 fu innalzato il primo tronco del campanile, che venne ultimato però alla fine del secolo. I due gusti differenti sono riflessi nelle due fasi di lavorazione distinguibili.
Nel 1520 circa il campanile non era stato terminato, ma la sua necessità era sentita dalla comunità: alla fine del decennio il vicario di Bovolone presentò i nomi agli uomini del comune affinché si proseguisse con i lavori. Ma nemmeno questo accelerò la faccenda: delle testimonianze scritte raccontano di come il vescovo Gian Matteo Giberti si lamentò della mancata realizzazione della torre nel corso di una visita pastorale nel 1532. La delusione di una figura a loro importante deve aver ferito i devoti di Bovolone, che prontamente si devono essere messi all’opera: il terzo tronco del campanile fu eretto in seguito alla suddetta visita. Per eseguire questa manovra venne però demolito un altro campanile, più piccolo, che era annesso all’antico oratorio vescovile. Questo, nel 1310, ospitava “la campanella” fusa dal maestro Perardo: seguendo un ordine cronologico, era la quarta tra le antiche campane veronesi documentate. La cella campanaria venne costruita seguendo delle forme rinascimentali e al suo interno vennero poste sei campane che, per mantenere la fama acquisita suonando il “concerto”, furono spesso rifuse per cercare di mantenere il più a lungo possibile un suono nitido. L’orologio sulla facciata medievale è di molti secoli più tardo: fu costruito nel 1825.
L'Interno: Arte e Atmosfera
Spostandoci all’interno, notiamo che il lessico utilizzato per la decorazione esterna è stato ripreso anche dentro la chiesa. Nelle pareti, nelle cappelle e sugli altari sono stati aggiunti, nel corso degli anni, ornamenti che hanno rivestito varie funzioni e pregiate opere che fanno dell’oratorio di San Biagio un gioiello da scoprire. Il soffitto - la navata è sovrastata interamente da un grande affresco, ammirabile per i colori e il dialogo tra figure. Secondo la Soprintendenza di Verona, venne realizzato da Giovanni Raggi.

Crocifissi in Madreperla in Altri Musei e Collezioni
Oltre all'esempio di Bovolone, è possibile trovare crocifissi in madreperla in altri contesti, spesso museali ma originariamente provenienti da chiese o contesti devozionali. Ad esempio, a Montelparo, il Museo di Arte Sacra, allestito presso il Palazzo Agostiniano, comprende alcuni oggetti sacri provenienti dall'ex Convento di Sant'Agostino, tra cui un crocifisso di madreperla intarsiato risalente al XVIII secolo.

La presenza di tali opere è anche testimoniata in collezioni private o espositive, come indicato dalla menzione di una mostra dove era presente "la croce con cui parlò Don Camillo nel celebre sceneggiato di Guareschi assieme a molte altre, alcune di legno d’ulivo e madreperla della Terrasanta, altre con madreperla verde dall’Australia". Questo sottolinea come la scelta e la lavorazione dei materiali riflettano il luogo, il tempo e le intenzioni dell’artigiano, che non si limita ad accontentare i clienti, ma cerca di rendere lode a Dio con il proprio lavoro.
La croce rappresenta da sempre sofferenza e sacrificio, ma per i cristiani è anche segno di speranza e del massimo amore di Dio per l'umanità: il sangue versato dallo stesso Figlio di Dio schiude loro le porte del Paradiso. L'artigianato in madreperla, con la sua delicata bellezza, incarna questa profonda simbologia.
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