Crocifissi Antichi: Guida all'Asta, Valutazione e Informazioni

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Foto di un crocifisso antico in bronzo o avorio con sfondo neutro

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Perizie e Stime di Crocifissi in Avorio

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Gognabros: Storia, Attività e Rete

GOGNABROS si occupa di restauro e commercio tradizionale di antiquariato dal 1959. Dal 1998, la sua attività prevalente è il commercio elettronico di antiquariato. La tradizione antiquaria familiare, unita all'adattamento ai nuovi sistemi di vendita, ha permesso ai fratelli Guido e Gabriele Gogna di ideare il sito di vendite online www.gognabros.it. Dal 2018, la sede è a Milano in Via Euripide angolo Via Eschilo (zona City-Life).

Una fitta rete di contatti e operatori del settore consente all'azienda di acquistare quotidianamente antiquariato e arredi di alta qualità, prodotti in Italia, sia antichi che moderni. Ogni opera o articolo è disponibile online completo di descrizione, misure, prezzi e aggiornamenti quotidiani. Presso la sede è disponibile una biblioteca che vanta 3300 volumi rari, tra monografie e libri d'arte, consultabili gratuitamente per ricerche. L'azienda fornisce certificazioni artistiche e scientifiche avvalendosi dei migliori esperti internazionali.

Interno della sede di Gognabros con esposizione di antiquariato

Considerazioni sulla Conservazione e i Report

Il dipartimento fornirà un rapporto generale sullo stato del bene descritto. Si ricorda, tuttavia, che quanto dichiarato da Finarte (o Casa d'Aste Arcadia) rispetto allo stato di conservazione dei beni corrisponde unicamente a un parere qualificato e che gli esperti non sono restauratori professionisti. Per una relazione dettagliata è consigliabile rivolgersi a un restauratore di fiducia. Ai potenziali acquirenti si consiglia di ispezionare ogni lotto per accertarsi delle condizioni durante le giornate di esposizione, come indicato in catalogo. Nelle schede descrittive, non è sempre indicato lo stato di conservazione dei beni; si invita a richiedere sempre il condition report prima di effettuare le proprie offerte. Tale documento rappresenta esclusivamente il parere tecnico della Casa d'Aste e non sostituisce la valutazione di un restauratore professionista; per un'analisi più approfondita è sempre consigliabile rivolgersi al proprio restauratore di fiducia.

Esempi di Crocifissi Antichi e la Loro Valutazione Artistica

Crocifisso in Avorio di Modello Indo-Portoghese

Un esempio di crocifisso antico è quello in cui l’anatomia del Cristo segue i modelli indo-portoghesi. Finemente scolpito e accuratamente dipinto, presenta un incarnato delicatamente colorato, con dettagli realistici quali le ferite, la capigliatura e il perizoma. La scultura è studiata dal punto di vista anatomico, come testimoniano le braccia tese che sostengono il corpo sofferente. La testa, cinta dalla corona di spine, è inclinata verso la spalla destra, mentre la capigliatura ricade morbidamente sulle spalle. Il busto teso lascia intravedere le costole, mentre le gambe terminano con i piedi rigidi, sovrapposti e fissati da un unico chiodo. Lo scarno perizoma, drappeggiato, si caratterizza per un panneggio annodato sul fianco destro.

La croce è arricchita da una raggiera e da un cartiglio con il Titulus Crucis. Su quest'ultimo, realizzato in argento, è presente un marchio napoletano, suggerendo così che la scultura in avorio sia stata importata successivamente e assemblata su una croce prodotta o adattata in ambito napoletano. La croce in legno si erge su una base tornita con decorazioni in intarsio floreale. Sul verso sono presenti tre timbri di ceralacca rossa, e la croce è punzonata con il marchio per l’argento "NAP" con corona e un sottostante millesimo riportante le ultime tre cifre dell’anno (non decifrabile), in uso alla corporazione degli orefici di Napoli dal 1690 fino al 1808.

Questo tipo di opere riflette un contesto storico specifico: nel XVI secolo, i portoghesi presero possesso di Goa, portando con sé i gesuiti e il cristianesimo. Molti locali si convertirono alla nuova religione, sviluppando fusioni religiose con l'induismo, che influenzarono anche l'iconografia sacra.

Dettaglio di un crocifisso in avorio indo-portoghese con focus sui dettagli anatomici

Crocifissi in Bronzo di Giambologna e Bottega: Un'Analisi Storico-Artistica

Un altro esempio significativo è rappresentato dalle sculture in bronzo fuso su modello di Jean Boulogne, detto Giambologna (Douai 1529 - Firenze 1608), come un esemplare di 23,5x21 cm. La rinomata bottega gestita a Firenze dal celebre scultore fiammingo Giambologna, giunto a Roma intorno al 1550 e dal 1561 al servizio del principe Francesco I de’ Medici, fu responsabile di una straordinaria attività monumentale in marmo e bronzo, oltre a una vasta e raffinata produzione di lavori di piccole dimensioni. Questi ultimi contribuirono ad alimentarne la fama presso le corti di tutta Europa, includendo fantasiosi bronzetti di soggetto profano, ma anche devoti crocifissi in metalli preziosi e in bronzo.

Una produzione eloquente è un esemplare concepito per un ricco altare o un raffinato tabernacolo domestico, che interpreta uno dei più eleganti e fortunati modelli del maestro con una squisita raffinatezza tecnica ed espressiva, tale da suggerire l'intervento di un collaboratore particolarmente fedele e qualificato come Antonio Susini. Sebbene talvolta rimasta a margine negli studi sull’artista, la produzione di piccoli crocifissi per la devozione privata e l’ornamento degli altari, spesso frutto di committenze illustri, fu notevole. Questa produzione si accrebbe ulteriormente quando i Medici instaurarono la consuetudine di inviarli come doni diplomatici, coinvolgendo collaboratori e allievi specializzati nella lavorazione del bronzo, tra cui Adrian De Vries, Antonio Susini, Gasparo Mola, Egidio Leggi e Pietro Tacca. Recentemente, tale produzione è stata oggetto di un'attenzione critica specifica, recepita anche dal collezionismo internazionale.

Sintesi visiva dei diversi stili e dettagli dei crocifissi di Giambologna

Contesto Storico e Teologico

Nella seconda metà del Cinquecento, il tema del 'Cristo crocifisso’ tornò ad avere un ruolo centrale nella riflessione teologica suscitata dalla Controriforma. Quest'ultima privilegiò il Cristo composto nel dolore, con il capo reclinato e gli occhi serrati dalla morte, ma anche con lo sguardo implorante rivolto verso il cielo nell’istante del trapasso. Si realizzarono così manufatti preziosi, perlopiù destinati al culto privato, in linea con le indicazioni del Concilio di Trento (1545-1563), che auspicava un rinnovamento della fede e della tradizione figurativa secondo precisi precetti e norme iconografiche.

L'Evoluzione del Modello: Dalla Cappella Salviati ai Doni Diplomatici

Del 'Cristo sulla croce’, Giambologna, partecipe del clima contro-riformistico radicato nella corte granducale fiorentina, offrì un primo magistrale saggio nel piccolo Crocifisso in bronzo dorato per la Cappella Salviati in San Marco, destinata ad accogliere le reliquie di Sant’Antonino. Questa fu una delle più prestigiose commissioni dell’artista, ottenuta con il benestare del Granduca, avviata nel 1579 e portata a termine nel 1589. In quest’opera, lo scultore elaborò un nuovo modello di 'Cristo morto’, qualificato da un’anatomia indagata con scienza e sensibile a un ideale di bellezza classica avvolta in un vibrante modellato pittorico, espresso in virtù di un’accurata cesellatura che svela i muscoli, le vene, i nervi e l’andamento fluente dei capelli.

Si tratta di un’immagine che venne reinterpretata negli anni successivi in opere di scala differente, anche monumentale, come il maestoso Crocifisso donato da Ferdinando I al duca di Baviera, commissionato nel 1593 e due anni dopo trasportato a Monaco, dove si conserva nella chiesa di San Michele, e replicato per la propria cappella funeraria alla Santissima Annunziata (1594).

Metodi di Produzione e Tipologie

La più antica ed eloquente attestazione di una produzione in serie di crocifissi di piccole dimensioni nella bottega del Giambologna è contenuta in una lettera indirizzata nel 1583 al duca d’Urbino dal suo agente a Firenze, Simone Fortuna. Questi, lodando le qualità dello scultore come "mirabile" in questa attività, ricordava - oltre a quattro esemplari "tenuti stupendi", eseguiti per papa Pio V (prima del 1572), il granduca Francesco I, la consorte granduchessa Giovanna d’Austria (identificabile con quello donato nel 1573 alla Santa Casa di Loreto, ora nel Museo dell’Antico Tesoro), e il re di Spagna (forse da riconoscere nel simile Crocifisso oggi all’Escorial) - di aver visto "modelli" grandi poco meno di due palmi (circa 40 centimetri) da realizzare "d’argento, di bronzo o di rame".

In una precedente missiva del 1581, lo stesso Fortuna aveva descritto le modalità adottate per i lavori in metallo di contenute dimensioni dal Giambologna: "fatti i modelli di cera o di terra, che si fan presto, di sua mano" dava "nel medesimo tempo a far le forme, il getto (fusione) et a ripulirle poi agli orefici che tiene apposta", tra i quali, a quella data, i documenti attestano impegnati in simili mansioni Adrian de Vries e Antonio Susini.

La produzione giambolognesca di piccoli Crocifissi, perlopiù di altezza pari a mezzo braccio fiorentino (circa 29 cm), in bronzo, bronzo dorato e argento, raffiguranti il 'Cristo morto’, è raggruppabile in tre principali tipologie che prendono il nome dagli esemplari più rappresentativi:

  1. La più antica, di timbro michelangiolesco, è riconducibile all’esemplare in argento donato nel 1573 alla Santa Casa di Loreto.
  2. La seconda, in cui Giambologna si esprime con maggiore originalità, è quella formulata nel Crocifisso in bronzo dorato per la Cappella Salviati in San Marco.
  3. Una terza tipologia, quasi identica alla precedente ma che si distingue per il torace più inarcato e un diverso andamento del perizoma, prende il nome dal Crocifisso in bronzo patinato al Musée de la Chartreuse di Douai.

L'esemplare oggetto di studio, notevole per la sensibile finitura delle superfici e la minuziosa, vibrante rinettatura dei dettagli, è riconducibile alla tipologia San Marco-Angiolini. Questa si qualifica per l’anatomia asciutta e vigorosa del corpo snello, coperto da un teso perizoma annodato sul fianco destro, il capo reclinato sulla spalla dove una folta chioma di riccioli ondulati ne contorna il nobile volto ricadendo delicatamente sulle spalle, le ginocchia flesse e affiancate, e il piede soprammesso.

A questo stesso modello appartengono due eccellenti esemplari in argento: uno, già presso la galleria torinese Antichi Maestri Pittori, riferito da Keutner (1999) a Giambologna e identificato con quello pagato nel 1592 dal segretario granducale ad Antonio Susini; l’altro nel Museum of Fine Arts di Boston, anch’esso attribuito al maestro fiammingo con una datazione al primo decennio del Seicento. Tra gli altri esemplari di questa tipologia, tutti di analoghe dimensioni, si distinguono inoltre due redazioni in bronzo dorato - una nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Volterra, probabilmente commissionata dopo il 1581 dall’ammiraglio Jacopo Inghirami, l’altra presentata da Sotheby’s a Londra (9 dicembre 1993) - e due in bronzo patinato transitate sul mercato antiquario (Sotheby’s, Londra, 7 luglio 2006; Sotheby’s, Londra, 8 luglio 2009), una delle quali attribuita ad Antonio Susini.

Manutenzione 'straordinaria' per il Ratto delle Sabine del Giambologna

L'Importanza di Antonio Susini

Le opere ricordate condividono tutte specifici aspetti esecutivi riscontrabili nell’accurata cesellatura dei capelli e dei tratti del volto, nella minuta definizione degli arti, e soprattutto nella resa ricercata del perizoma, solcato da tese pieghe occhiellate e impreziosito da una bordura sfrangiata. Queste peculiarità sembrano indicative di un’autografia specifica. Tali caratteristiche tecniche ed espressive, che segnano un apice qualitativo nell’ambito dei modelli seriali giambologneschi, permettono di riconoscere nella cerchia dei collaboratori e seguaci del maestro fiammingo la mano di Antonio Susini, l’assistente e poi erede più accreditato di Giambologna nella realizzazione di piccoli e cesellatissimi crocifissi. Ciò è già stato suggerito su basi archivistiche per l’esemplare torinese e confermato dalla simile rinettatura riscontrabile nel 'Cristo vivo’ in bronzo dorato del convento madrileno delle Descalzas Reales, completato nel 1603 dal Susini.

Nella fedele aderenza al prototipo giambolognesco, si osserva, nei crocifissi e più in generale nei bronzetti realizzati dal Susini, rispetto a quelli riferibili ad altri collaboratori, un’algida eleganza nella modellazione dei panni, condotta con ritmi lineari segmentati e superfici appiattite. Si nota anche una certa composta stilizzazione dei tratti fisionomici e una più contenuta esuberanza plastica nel cesello di barbe e capelli, oltre a una specifica abilità nella 'politura’ delle superfici, capace di renderle così levigate da apparire quasi traslucide.

Entrato nello studio di borgo Pinti nel 1573, dopo un apprendistato presso il bronzista Felice Traballesi, è proprio Antonio Susini, verosimilmente il “giovane” menzionato dal Fortuna nel 1581 come “già in grado di molta eccellenza”, a specializzarsi nella fusione e nella rifinitura delle statuette in bronzo e dei piccoli crocifissi del maestro. Ciò è attestato dalla cesellatura del superbo Crocifisso in bronzo dorato destinato alla Cappella Salviati in San Marco, portato a termine nel 1589, al punto "da diventare, per così dire, la sua mano operativa, traducendo le sue invenzioni e i suoi modelli in bronzo e in argento con sensibilità e precisione straordinarie". Herbert Keutner (1999) osserva che "anche se le opere furono materialmente gettate o rifinite da Antonio, lasciarono l’officina del Giambologna, a pieno diritto, come proprietà artistica del capomaestro".

Fra il 1582 e il 1601, il Susini realizzò almeno nove Crocifissi in argento da modelli del maestro "per donare" o "per mandare a Roma" e, dopo essersi messo in proprio al principio del nuovo secolo, continuò a produrne sfruttando i modelli del Giambologna. Nel 1609, l’inventario dei beni di Lorenzo di Jacopo Salviati, presenti nel palazzo fiorentino di via del Corso, annotava due crocifissi di bronzo con croce d’ebano, uno di mezzo braccio e l’altro di un quarto di braccio, come lavori “di mano di Antonio Susini”. Egli, ancora nel 1621, riceveva dalla corte gonzanesca di Mantova la commissione di ben dieci crocifissi, "cinque vivi e cinque morti".

Ritratto di Giambologna o Antonio Susini

Corpus Christi in Avorio di Elefante: Dettagli e Simbolismi

Un esemplare di “Corpus Christi” in avorio di elefante (Loxodonta africana Blumenbach, 1797 o Elephas maximus Linnaeus, 1758), con altezza del Cristo di 55 cm e larghezza di 41,5 cm, e altezza della croce di 110,5 cm e larghezza di 50 cm, è finemente intagliato a tutto tondo e composto da tre pezzi corrispondenti alle braccia e al corpo. È posto su una croce lignea in legno ebanizzato.

Il Cristo è rappresentato con la testa leggermente inclinata verso la spalla sinistra, una barba che segue la mascella e i piedi paralleli. Il perizoma, trattenuto da una corda a formare un nodo, si presenta drappeggiato verticalmente e ricade lungo il fianco destro. Separatamente sono presenti un cartiglio con il Titulus crucis I.N.R.I. (Iesus Nazarenus Rex Iudeorum, che si traduce letteralmente in “Gesù nazareno, re dei giudei”) e una Vanitas, rappresentata dal simbolo del teschio e tibie incrociate. Il cartiglio ha una forma rettangolare posizionato orizzontalmente con due lati piegati che alludono a una pergamena o a un foglio, dove sono presenti le lettere I.N.R.I. e la figura del teschio, dal quale fuoriesce un serpente, e delle due ossa, risultano rifinite e studiate anatomicamente. Il teschio è stato il simbolo della morte fin dal XVI secolo. Questo lotto è firmato e datato sul perizoma: F.R., ed è accompagnato da expertise rilasciato dal Ce.S.Ar.

Dettaglio di un Corpus Christi in avorio di elefante, mostrando la Vanitas

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