Il Crocifisso delle Polemiche: La Sentenza della Corte dei Conti e le Controverse Attribuzioni a Michelangelo

L'Acquisto e le Prime Attribuzioni

Nel 2008, lo Stato Italiano ha acquisito dall'antiquario torinese Giancarlo Gallino un piccolo crocifisso ligneo, privo della croce, di dimensioni contenute (41,3 x 39,7 cm) per la cifra di 3.250.000 euro. L'opera, datata intorno al 1495 e realizzata in legno di tiglio, è oggi esposta al Museo Nazionale del Bargello di Firenze.

L'attribuzione a Michelangelo Buonarroti fu sostenuta da un 'team' di studiosi di storia dell'arte, tra cui Giancarlo Gentilini, Luciano Bellosi e Umberto Baldini. Anche altri esperti come Cristina Acidini (allora Soprintendente del Polo Museale Fiorentino), Antonio Paolucci e Vittorio Sgarbi propendevano per la paternità michelangiolesca, riconducendo l'opera al periodo giovanile dell'artista. L'opera fu esposta pubblicamente per la prima volta nel 2004 presso il Museo Horne a Firenze e, immediatamente dopo l'acquisto statale nel 2008, fu oggetto di grande risonanza mediatica, venendo esposta in sedi prestigiose come l'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, la Camera dei Deputati e il Castello Sforzesco di Milano, e fu persino mostrata a Papa Benedetto XVI.

Foto ravvicinata del Crocifisso ligneo in legno di tiglio

Le Controverse Origini e la Provenienza

Negli anni '90, quando l'opera iniziò a circolare, si vociferava di una sua prestigiosa provenienza dalla nobile famiglia fiorentina dei Corsini. A riprova di ciò, si additava il Ritratto di Sant'Andrea Corsini di Guido Reni, conservato in Palazzo Corsini. Tuttavia, si è scoperto che il Crocifisso ritratto dal Reni non ha alcuna somiglianza con l'opera in questione, in quanto si rifà a modelli barocchi di Bernini e Algardi. Successivamente, fu svelato che la presunta provenienza dalla famiglia Corsini era una vera e propria invenzione, poiché il piccolo Crocifisso ligneo era da anni sul mercato antiquariale. Si scoprì anche che un antiquario fiorentino lo aveva acquistato a New York per la modesta cifra di 10.000 euro.

Nonostante i dinieghi all'acquisto da parte di autorevoli studiosi come Luciano Berti per Casa Buonarroti, Mina Gregori per la Cassa di Risparmio di Firenze e dell'allora ministro della Cultura Giovanna Melandri, l'antiquario torinese Giancarlo Gallino, entrato in possesso dell'opera, intensificò l'operazione di attribuzione al "Divino Maestro". Nel 2006 propose l'acquisto dell'opera alla Cassa di Risparmio di Firenze con una richiesta iniziale di 15 milioni di euro. Il 5 luglio 2007, Giuliano Gallino propose l'acquisto al Ministero, allora guidato da Francesco Rutelli, per un valore di 18 milioni di euro. La trattativa si concluse nel 2008, sotto il ministro Sandro Bondi, con l'acquisto per 3,2 milioni di euro.

Le Opinioni Divise degli Esperti

L'attribuzione a Michelangelo ha generato un acceso dibattito tra gli studiosi. Coloro che sostenevano l'autenticità si basavano sul confronto con l'unico altro Crocifisso autografo di Michelangelo, quello nella Basilica di Santo Spirito a Firenze. Quest'ultima opera, eseguita da un giovanissimo Michelangelo nel 1494-1495, mostra una straordinaria conoscenza dell'anatomia umana, acquisita grazie all'opportunità di studiare cadaveri nell'infermeria del convento di Santo Spirito.

Analogamente, il Crocifisso Gallino presenta un'attenta resa nei dettagli anatomici, visibile nei tendini dei piedi, nell'articolazione del ginocchio e soprattutto nella mirabile resa del torso. Anche l'espressione, silenziosamente dolente ma non straziata, richiama l'opera di Santo Spirito, portando a una datazione analoga tra il 1495 e il 1497 circa. Il professore Massimo Gulisano, ordinario di Anatomia Umana all'Università di Firenze, e il dottor Pietro Antonio Bernabei, basandosi su esami anatomici comparativi con altre opere certe di Michelangelo (come il Crocifisso di Santo Spirito e il David), hanno affermato che l'artista "conosceva alla perfezione l'anatomia umana per diretta e prolungata esperienza settoria".

Tuttavia, numerosi altri autorevoli studiosi si sono pronunciati contro l'attribuzione, tra cui Luciano Berti, Margrit Lisner, Paola Barocchi, Francesco Caglioti e Mina Gregori, ritenendo che l'opera "non abbia né la qualità né lo stile di Michelangelo". Alcuni non escludevano attribuzioni a botteghe o artisti minori, come Leonardo del Tasso. Criticità emergevano anche dalla resa del retro della figura, non particolarmente accurata (al contrario del Crocifisso di Santo Spirito), come pure il retro delle mani o la resa dei capelli. Un ulteriore aspetto controverso era il prezzo pagato: 3,2 milioni di euro erano considerati "ridicolmente bassi" per una scultura giovanile e autografa di Michelangelo, considerando che un suo disegno nel 2022 ha raggiunto i 23 milioni di euro.

Il Processo della Corte dei Conti e le Assoluzioni

La vicenda ha avuto importanti strascichi giudiziari. La Procura della Corte dei conti, nel febbraio 2012, ha citato in giudizio diversi funzionari del Ministero dei Beni Culturali (MiBACT) per l'ipotesi di danno erariale. Tra gli imputati figuravano l'allora direttore generale del MiBACT, Roberto Cecchi, la soprintendente del Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini, e altri quattro funzionari o esperti ministeriali: Caterina Bon Valsassina, Orietta Rossi Pinelli, Marisa Dalai Emiliani e il professor Carlo Bertelli. La richiesta iniziale di risarcimento avanzata dal PM Pio Silvestri ammontava a 600mila euro per Cecchi e Acidini, e 300mila euro ciascuno per i quattro membri del Comitato tecnico-scientifico, per un totale di 2,4 milioni di euro di danno erariale presunto.

Schema dei protagonisti della vicenda giudiziaria

Le Motivazioni dell'Assoluzione

Nonostante le accuse e le polemiche, la sezione giurisdizionale della Corte dei Conti del Lazio ha assolto in primo grado nel 2013 tutti i funzionari coinvolti, inclusi Cristina Acidini e Roberto Cecchi. Tale assoluzione è stata successivamente confermata dalla sezione giurisdizionale centrale d'appello della Corte dei conti.

La sentenza ha evidenziato che, sebbene la condotta di Cecchi e Acidini fosse stata "inadeguata", mancava la prova di una condotta "illecita". La Corte ha criticato l'operato della dottoressa Acidini, la quale, pur competendole una congrua attività istruttoria, si era "limitata a richiamare non meglio precisate 'attribuzioni a Michelangelo'", "perorando la causa dell'acquisto dell'opera" attraverso il richiamo a una sua pubblicazione "non idonea a tener luogo di un'istruttoria...pienamente possibile e comunque necessaria", specialmente considerando che altri autorevoli studiosi si erano pronunciati per la non attribuibilità del manufatto al Buonarroti. Inoltre, la Corte ha rilevato che Cecchi e Acidini avevano "ignorato le opinioni contrarie dopo la decisione di procedere all'acquisto".

Tuttavia, la ragione principale delle assoluzioni è stata l'insufficienza e l'incongruità dell'istruttoria della Procura. I giudici hanno stabilito che l'accusa "non ha quantificato il danno così ravvisato, né indicato al Giudicante un criterio per addivenire alla quantificazione". Un perito di Christie's, responsabile della scultura, aveva stimato il valore massimo del Crocifisso in 85.000 euro, ma questa quantificazione non è stata ritenuta sufficiente dalla Procura per dimostrare un danno erariale quantificabile in sede giudiziaria.

Il Valore Attuale e le Criticità Rimanenti

Oggi, il Crocifisso è esposto al Museo del Bargello con un cartellino che recita "Intagliatore fiorentino inizio Cinquecento", menzionando vagamente "ulteriori e approfonditi studi" che hanno fatto rivedere al ribasso le sue quotazioni. Questo implica che l'opera, pagata 3.250.000 euro, è attualmente attribuita a un anonimo legnaiolo del primo Cinquecento, con una stima massima di 700.000 euro (o addirittura 85.000 euro secondo altre perizie).

Resta il forte dubbio sull'opportunità di un tale acquisto da parte dello Stato, soprattutto di fronte a un'opera così controversa e con dinieghi importanti. Si evidenzia la mancanza di approfondimenti scientifici adeguati prima dell'acquisto, mettendo in luce un "gran pasticcio" in cui lo Stato avrebbe dovuto agire con maggiore cautela, anziché farsi guidare dal battage pubblicitario legato a un nome come Michelangelo.

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