L'immagine del Buon Pastore è da secoli una delle figure più rassicuranti e iconiche della tradizione cristiana. Fin dalle prime comunità, essa divenne un simbolo potente, preferito alla rappresentazione del Crocifisso, considerato allora un'immagine dolorosa. A Roma, nelle catacombe di Priscilla, si trova un famosissimo affresco del III secolo d.C. che raffigura il Buon Pastore giovane, dinamico, con un agnello sulle spalle, circondato da pecore e colombe con ramoscello d'ulivo, forse un riferimento al Paradiso terrestre. Questa figura, pur essendo rasserenante, porta con sé un messaggio profondamente impegnativo e provocatorio.
Gesù: Il Buon Pastore come Autorivelazione Divina
Il Vangelo di Giovanni, in particolare il capitolo 10 (vv. 1-18), propone la parabola del Buon Pastore, dove Gesù si presenta con la solenne dichiarazione: "Io sono il buon pastore" (Gv 10,11). Questa è una delle autorivelazioni più dense e coinvolgenti dell'intero corpus giovanneo, pronunciata due volte (vv. 11, 14).
Contesto e Rivelazione
La dichiarazione si inserisce nel cuore del celebre "discorso del Buon Pastore" (Gv 10,1-18), che costituisce la spiegazione e l'approfondimento di una parabola iniziale sui pastori, le pecore e i ladri (vv. 1-5). Il contesto narrativo immediato è caratterizzato dall'incomprensione degli ascoltatori, che spinge Gesù a una spiegazione più diretta ed esplicita. L'ambientazione si colloca immediatamente dopo l'episodio del cieco nato (cap. 9), con la conseguente polemica contro i farisei, implicitamente definiti come "pastori illegittimi". Il contrasto è netto: da una parte i leader religiosi che cacciano dalla sinagoga, dall'altra Gesù che raduna e protegge i suoi.
Il discorso raggiunge il suo culmine durante la festa della Dedicazione (Hanukkah, v. 22), celebrazione che commemora la riconsacrazione del Tempio dopo la profanazione di Antioco IV Epifane. In questo contesto, Gesù si presenta come il vero pastore che inaugura il culto definitivo e autentico, superando le mediazioni templari e legandosi alle attese messianiche di liberazione nazionale.
Analisi Linguistica e Radici Antiche
L'espressione greca "ἐγώ εἰμι ὁ ποιμὴν ὁ καλός" rivela elementi significativi:
- Ἐγώ εἰμι (Ego eimi): Questa formula solenne richiama il nome divino dell'Esodo 3,14, conferendo alla dichiarazione una dimensione teofanica.
- Ὁ ποιμήν (Ho poimen): L'articolo determinativo indica unicità e definitività. Non è "un" pastore tra altri, ma "il" pastore per eccellenza.
- Ὁ καλός (Ho kalos): L'aggettivo kalós non indica semplicemente bontà morale (ἀγαθός, agathós), ma bellezza, nobiltà, eccellenza. Il "buon" pastore è colui che corrisponde all'ideale perfetto di pastore, la cui bontà si manifesta in azione efficace e attraente.
L'Autocomprensione di Gesù
La dichiarazione "Io sono il buon pastore" rivela un'autocomprensione di Gesù caratterizzata da tre dimensioni fondamentali:
- Identità ontologica: Gesù non dice di essere "come" un pastore, ma di "essere" il Pastore, un'identità che precede la funzione.
- Missione universale: La sua coscienza messianica abbraccia non solo Israele ma "altre pecore che non provengono da questo recinto" (Gv 10,16), rendendo l'universalità costitutiva della sua identità.
- Dedizione assoluta: L'autocomprensione include essenzialmente il dono della propria vita.
La Conoscenza Relazionale: Cuore del Messaggio del Buon Pastore
Il rapporto tra le pecore e il pastore è un rapporto di conoscenza reciproca: "Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre" (Gv 10,14-15). Le pecore seguono il pastore anche fuori dall'ovile al solo suono della sua voce: "Quando ha messo fuori tutte le sue pecore, va davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei" (Gv 10,4-5).

Questa conoscenza, nella tradizione biblica, non ha nulla a che fare con la semplice intelligenza, ma è una questione di amore e di un rapporto di profonda comunione. È una relazione personale e fiduciale, dove ogni pecora è conosciuta per nome e non si perde nell'anonimato. La salvezza, in questo senso, inizia dalla conoscenza reciproca e dalla relazione personale. Il 'dare la vita' è significativo proprio perché è il dono non per qualcuno che neanche si conosce ma per qualcuno che invece si ama, si è ‘ri-conosciuto’ come oggetto del proprio amore.
Il contro-esempio del mercenario illustra questo punto: proprio perché non conosce le pecore, non si interessa a loro. Al contrario, gli amici si interessano l'uno dell'altro e, come dice Gesù, "nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Il tema della conoscenza come vera categoria relazionale, intima e affettuosa tra Dio e l'uomo, è centrale in profeti come Osea, che denuncia la "mancanza di conoscenza di Dio nel paese" come causa di ogni male (Os 4,1-2).
Il Contrasto: Buon Pastore vs. Mercenario e Falsi Pastori
Gesù sottolinea la differenza tra il pastore buono e i "mercenari", che fanno il loro lavoro finché non diventa troppo scomodo e abbandonano il campo appena vedono avvicinarsi il lupo, cioè il pericolo, "che rapisce e disperde" le pecore. Questa non è solo una realistica descrizione dei pascoli, ma una critica mordente ai farisei che, come diceva Ezechiele, "pascolano sé stessi… e non il gregge" (Ez 34,2).
In quei tempi, i pastori non godevano di grande prestigio sociale; era un lavoro umile, maleodorante e povero. Presentandosi come pastore, Gesù sceglie non solo una morte infamante, ma anche un'identità associata a un lavoro disprezzato. Il messaggio è chiaro: chi si interessa troppo di sé stesso non può prendersi cura degli altri. Gesù, invece, è totalmente disponibile. Tale critica risuona anche in Osea, che accusa i sacerdoti di non aver istruito il popolo, preferendo arricchirsi con un culto vano e remunerativo (Os 4,4.6.8). Gesù, dunque, viene a sostituire chi non ha saputo essere un vero pastore perché non ha saputo insegnare la vera conoscenza di Dio.
Il buon pastore è "per" le pecore, affronta il rischio per la difesa del gregge; instancabile, egli va alla ricerca della pecora smarrita, chiama i dispersi, gli sbandati, gli emarginati, i rifiutati; accorre dove c'è uno che non ce la fa più. Al contrario, il mercenario vede le pecore "per" il suo interesse, le sue comodità, i propri conti e vantaggi. Questa figura negativa del mercenario riproduce i tratti tipici del "falso pastore" della tradizione biblica, in contrasto con la disponibilità a donarsi di Gesù.
Il Dono della Vita: Amore Supremo e Salvezza Universale
La caratteristica principale del buon pastore è che egli "dà la propria vita per le pecore". Gesù ripete con insistenza questa frase nel Vangelo di Giovanni (vv. 11, 15, 17, 18), indicando che dare la vita è l'amore più grande. Gesù ha il "potere" di dare la vita e di riprenderla (v.17), il che significa che il suo sacrificio non è autolesionismo, ma un atto di libertà e di amore supremo. Non la perde, anzi, la dona liberamente e la riprende.
Tavola Rotonda "Il sacrificio di Cristo e il senso della sofferenza"
Questo dono è la base dell'amore del Padre nei confronti del Figlio e la prova della conoscenza di Dio. "Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). La salvezza offerta da Gesù non è solo liberazione dal male, ma pienezza positiva. Essa è universale: "E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. E diventeranno un solo gregge, un solo pastore" (Gv 10,16-18).
Gesù dà la sua vita per tutti, vicini e lontani, fino a formare un solo gregge. Non rinuncia a nessuna pecora, anche se lontana o sconosciuta. Egli è l'unico salvatore. Come afferma con decisione l'apostolo Pietro, "In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati" (At 4,12).
L'intenso amore con cui il Buon Pastore dà la propria vita per le pecore produce frutti meravigliosi: fa di noi dei figli di Dio. Giovanni ci assicura che "lo siamo realmente!" (1Gv 3,1-2). La salvezza è di chi non ha paura di dare la propria vita, un coraggio che viene dalla conoscenza di essere "figli" di Dio. Questo flusso di vita rivela l'amore incondizionato e individuale di Dio per ciascuno di noi, un amore singolo e personale.
Il "Bel Pastore": Bontà e Bellezza Incarnate
Come accennato, l'aggettivo greco impiegato dall'evangelista non è "agathòs" (buono), ma "kalòs" (bello). La traduzione letterale sarebbe quindi "il bel pastore" o "il pastore bello". Questo offre un'altra prospettiva della bontà: la bontà rende bella la persona, e la bellezza è irradiazione della sua bontà (Platone). Gesù è l'epifania non solo della bontà, ma anche della bellezza.
Nel Vangelo di Giovanni, la frase "dare la vita" spiega cosa significa "kalòs", e ricorre ben cinque volte. "Bontà e bellezza s'intrecciano tra loro," come sottolinea Gianfranco Ravasi, ricordando come nell'Antico Testamento l'aggettivo tôb significhi sia "buono" che "bello". Le sette esclamazioni in Genesi 1: "Dio vide che era tôb" potrebbero essere tradotte con "Dio vide che era una cosa bella".
Oggi, la Parola del "Buon/Bel Pastore" ci invita a "Gustate e vedete com’è buono/bello il Signore!" (Salmo 34,9). Come disse Simone Weil, "in tutto ciò che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello c’è come una specie di incarnazione di Dio". La bellezza di Cristo è un invito a una fede che non solo è vera e giusta, ma anche irresistibilmente attraente, capace di rapire i cuori e rivolgerli a Dio, come espresso da Carlo Maria Martini riprendendo Dostoevskij: "La bellezza salverà il mondo".
Implicazioni Pastorali e Vocazionali per la Comunità
Tradizionalmente, il modello del Buon Pastore viene applicato a vescovi e sacerdoti, ai quali è chiesto l'impegno di prendersi cura dei loro fedeli. Ma in realtà, questo modello riguarda tutti coloro che hanno responsabilità nella Chiesa: catechisti, animatori, genitori, nonni, volontari. Tutti abbiamo un "piccolo gregge" di cui prenderci cura, per il quale essere buoni pastori, donando la propria vita non in senso di morte fisica, ma di donazione di tempo, pensieri, affetto.

Gesù, formando una comunità di persone eterogenee, a volte litigiose e poco intelligenti, ha compiuto il "miracolo" di farne un piccolo gregge capace di essere segno del Regno di Dio. Questa è l'ecclesiologia implicita: la Chiesa come gregge, unità organica nella molteplicità, cristocentrica, universale e missionaria. Gesù, il Pastore, "conduce fuori" (Gv 10,3) e va a cercare le altre pecore (Gv 10,16).
L'amore di Gesù è per ogni uomo, e tutta l'umanità sarà raccolta in un unico gregge. Questo porta a una domanda e a una sfida: come è possibile tanta discriminazione e razzismo nella società? Come cristiani, siamo chiamati a essere coerenti nelle nostre scelte, pensando che Gesù è venuto per costituire un solo "gregge", superando i "recinti" e i confini sociali. Il pericolo è affidarsi ai "mercenari" che vendono false speranze. La disponibilità a donarsi di Gesù è ciò che fa la differenza, indicando il suo modo di amare, di lottare, di sentire, perché solo con un "supplemento di vita" che proviene da Dio si possono battere i "lupi che amano la morte". Papa Francesco invita a scoprire e trasmettere la mistica del "vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio" (Evangelii gaudium, n. 87).
La vocazione, in ogni sua forma, si radica e si rafforza nell'esperienza personale di sentirsi amati e chiamati da Qualcuno che esiste prima di noi. "Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me" (Gv 10,14) è la parola determinante. Sapere di vivere nel cuore di Dio apre al mondo, rendendoci pronti a condividere i progetti e le preoccupazioni del Pastore Buono, che ha "altre pecore" da radunare, guidare, salvare. La vicinanza e la contemplazione del Pastore Buono ci rendono una Chiesa missionaria con orizzonti grandi come il mondo intero.
Fiducia, Discernimento e la Lotta contro il "Lupo"
Le pecore di Gesù non sono una massa passiva, ma persone capaci di ascoltare, riconoscere e rispondere alla voce autentica del loro Pastore, non lasciandosi ingannare dagli estranei. Gesù si autodefinisce anche "la porta" (Gv 10,7.9), un'immagine che nella tradizione biblica è associata all'accesso a Dio. Gesù non solo indica quell'accesso, ma si presenta come Egli stesso la porta, l'unico accesso legittimo, il luogo stesso in cui avviene l'incontro tra Dio e l'essere umano. Chi incontra Gesù Cristo "sarà salvato", "entrerà e uscirà", "troverà pascolo", sperimentando una salvezza dinamica di libertà, sicurezza e pienezza.
La rivelazione di Gesù quale pastore inviato da Dio si staglia sul sottofondo di una storia di fallimento dei pastori storici di Israele. Gesù, quale autentico pastore, svela anche quali siano le autentiche sue pecore: "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono" (Gv 10,27). Ascoltare e seguire sono elementi che danno contenuto al "credere", un movimento interiore di fiducia essenziale per la relazione, la comunione e la comunità.
Eppure, la capacità di Gesù di fidarsi si accompagna a un profondo discernimento. Il Vangelo di Giovanni evidenzia che Gesù "non si fidava di loro perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno gli desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo" (Gv 2,23-25). Questa attitudine di intelligenza umana affinata dall'esercizio gli permetteva di leggere le motivazioni profonde degli uomini, discernendo la fiducia carente o mal posta. Gesù diffida di un'adesione fondata sull'attesa di miracoli o sulla ricerca di un capo politico (Gv 6,15.26), rifiutando di agire come governatori o capipopolo seduttori. La sua capacità di fiducia si accompagna alla capacità di dire di no.
Gesù non agisce per proprio tornaconto, ma nel nome del Padre che lo ha inviato. "Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza" (Gv 10,25). La vita che egli dà alle sue pecore è la "vita eterna" (Gv 10,28), ovvero la comunione con Lui che inizia già qui e ora. Una comunione che chiede una fiducia profonda, il credere più a Lui che a se stessi, il seguire Lui e non dare da sé la direzione alla propria vita. Si tratta di rimanere nell'amore e nella parola del Signore, come il tralcio nella vite.
Anche il "lupo" esiste, la belva che viene a disperdere e a rapire le pecore. Ma la storia dei pastori ci insegna che si possono addomesticare i lupi, rendendoli custodi gelosi e fedeli. Isaia aveva preannunciato: "il lupo abiterà con l’agnello" (Is 11,6). San Francesco d'Assisi, come il suo Signore, ammansì un lupo. Gesù stesso ha incontrato tanti "lupi": gli arrivisti, gli approfittatori, gli adulteri, i delinquenti, che minacciavano le sue pecore e che egli ha saputo convertire con la forza del suo amore e della sua conoscenza. Il "Pastore" è un titolo relazionale, non funzionale, che esprime la profonda unità tra Gesù e il Padre: "Io e il Padre siamo uno". La mano di Gesù e la mano di Dio si identificano come simbolo dell'amore dato e ricevuto. Il credente, dice Gesù, nessuno potrà rapirlo dalla sua mano (Gv 10,28), una certezza ripresa da Paolo: "Né morte, né vita… né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,35.38-39).
Conclusioni Teologiche e Spirituali
La dichiarazione "Io sono il buon pastore" si rivela come una delle cristologie più complete e coinvolgenti del Quarto Vangelo. Essa integra radici veterotestamentarie profonde con una novità cristologica radicale, realizzando l'identificazione diretta tra Gesù e YHWH pastore d'Israele. Teologicamente, l'immagine articola cristologia, soteriologia, ecclesiologia ed escatologia in una sintesi organica: Cristo è il pastore che salva donando la vita, genera la comunità ecclesiale universale e conduce verso il compimento finale. La dimensione trinitaria permea tutta l'immagine: il Figlio-pastore manifesta l'amore del Padre e agisce nello Spirito.
Pastoralmente, la metafora risponde ai bisogni più profondi dell'uomo contemporaneo: orientamento, protezione, conoscenza personale, appartenenza comunitaria. Per i giovani costituisce una sfida al relativismo e all'individualismo, proponendo un cammino di maturazione nella sequela fiduciale. La dimensione mistica apre a un'esperienza spirituale di intimità crescente con Cristo, che trasforma l'esistenza credente in partecipazione alla vita trinitaria stessa.
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