Il Giovedì Santo: Eucaristia, Sacerdozio e Lavanda dei Piedi

La liturgia di questa sera ci introduce nel grande Triduo Pasquale, un tempo sacro che culmina nella Veglia pasquale e nella domenica di Risurrezione. È in questi giorni che i credenti rivivono gli eventi centrali della fede cristiana: la passione, morte e risurrezione di Gesù. Il Giovedì Santo, in particolare, ci invita a contemplare il dono totale di Cristo, che si consegna, non impone la sua grandezza, ma si fa piccolo e serve.

Il Contesto della Pasqua ebraica e l'Ora di Gesù

La Parola odierna, con la sua solenne introduzione, costituisce il portale d’ingresso più adeguato ai giorni che i credenti stanno per vivere: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). La Pasqua ebraica è il contesto vitale del dono che Gesù fa di sé, commemorando la liberazione di Israele dalla schiavitù d’Egitto. Il brano dell’Esodo (Es 12,1-8.11-14) riporta la codificazione didattica e liturgica di quell’evento, tra memoria storica e attualizzazione, catechesi e parenesi. La liberazione esodica lungo i secoli diventa anamnesi e promessa, storia di ogni giorno e futuro escatologico.

È una notte diversa da tutte le altre, perché in essa Yhwh «ha tratto Israele dalla schiavitù alla libertà, dalla tribolazione alla gioia, dal dolore alla festa, dalle tenebre verso la grande luce». Estremamente interessante è la lettura che il Targum offre di questo evento e di tutta la storia della salvezza, narrando quattro notti iscritte nel libro delle memorie:

  • La prima notte, quando Jhwh si manifestò al mondo per crearlo, e la Parola di Jhwh era luce che brillava.
  • La seconda notte, quando Jhwh apparve ad Abramo vecchio di cent’anni e Isacco fu offerto sull’altare.
  • La terza notte, quando Jhwh apparve agli Egiziani, uccidendo i primogeniti e proteggendo quelli di Israele, affinché si compisse la Scrittura: «mio figlio primogenito è Israele».
  • La quarta notte, quando il mondo arriverà alla sua fine per essere dissolto, e il re Messia verrà dall’alto. È la notte della Pasqua per il nome di Jhwh.

È questa la notte di Pasqua che Giovanni descrive all’inizio del libro dell’ora: un tempo d’intimità, vicinanza e amore, ma anche di buio, tenebre e tradimento. La «ora» di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio, è descritta da Giovanni con le parole passaggio (metabainein, metabasis) e agape (amore). Queste due parole si spiegano a vicenda e descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione e "passaggio" alla gloria di Dio, un "passare" dal mondo al Padre. Gesù porta con sé la sua carne, il suo essere uomo, trasformando la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine.

Scena della Pasqua ebraica antica con famiglia che celebra

L'Istituzione dell'Eucaristia e del Sacerdozio

Nel quadro di questo banchetto pasquale, Gesù ha istituito l’Eucaristia, sacramento di salvezza, e il sacerdozio ministeriale. Questa sera, nella “Messa in Cena Domini”, ricordiamo l’Istituzione di questi due sacramenti, profondamente legati tra di loro. In un gesto povero e quotidiano, Gesù si fa cibo e si fa presenza, mostrando che l’amore vero si lascia mangiare, si consuma per gli altri. Il memoriale e l’attualizzazione della morte e risurrezione, specificate nel pane e nel vino, hanno bisogno di mani e voce che perpetuano l’unico ed efficace sacrificio. La seconda lettura (1Cor 11,23-26) presenta il passo più antico che conosciamo sull’Eucaristia, che comporta l'atto di consegna dell'uomo Gesù, Figlio di Dio, nelle mani di tutti gli uomini, perché il suo corpo e il suo sangue diventino l'alimento per la vita eterna.

Questo giorno è quello in cui Cristo si è dato totalmente, ha amato fino alla fine (Gv 13,1). La Chiesa commemora questo suo amore senza limiti: un amore che si fa sacramento nell'Eucaristia, servizio nella lavanda dei piedi, e ministero nel sacerdozio. Non basta celebrare l’Eucaristia, bisogna viverla, facendosi testimoni della morte e risurrezione di Cristo.

Illustrazione del Cenacolo con Gesù che spezza il pane

Il Miracolo Eucaristico di Lanciano

La presenza di Gesù nell'Eucaristia è la più grande e straordinaria, toccando la materia del pane e del vino, ma è anche la più difficile perché chiede di vedere oltre, con gli occhi della fede. Lanciano, una piccola cittadina abruzzese, conserva quello che è considerato uno dei più straordinari miracoli eucaristici della storia. Secondo un'epigrafe del 1636, circa nell'anno 700, un monaco sacerdote dubitò della vera presenza del Corpo e Sangue di nostro Signore nell'Ostia consacrata e nel vino. Durante la messa, dopo le parole della consacrazione, vide l'Ostia trasformarsi in Carne e il vino in Sangue.

Le analisi scientifiche più recenti (1970 e 1981) hanno confermato: «La carne è vera carne. Il sangue è vero sangue. La carne e il sangue appartengono alla specie umana. La carne è un cuore completo nella sua struttura essenziale... La carne e il sangue hanno lo stesso gruppo sanguigno: AB».

Foto del miracolo eucaristico di Lanciano (Carne e Sangue)

La Lavanda dei Piedi: Un Gesto Rivoluzionario di Amore e Servizio

Il gesto più notevole e specifico della Messa in Cena Domini è la lavanda dei piedi. Gesù si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano e se lo cinge attorno alla vita. Poi versa dell'acqua nel catino e comincia a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli (Gv 13,1-15).

Significato del Gesto e la Reazione di Pietro

La lavanda dei piedi è un gesto polisemico. Nell'Antico Testamento, era un segno squisito di ospitalità, come si vede nell'accoglienza di Abramo verso i suoi ospiti (Gn 18). Tuttavia, lavare i piedi era anche un lavoro da schiavi, considerato indegno per la legge d’Israele e per una persona libera. Ma Gesù, il Maestro, compie questo gesto in modo inaspettato, infrangendo la regola del dominare e del servire. L'evangelista Giovanni inizia il racconto concentrandosi sulla piena consapevolezza di Gesù, sottolineando che il gesto non è casuale.

Quando Gesù si avvicina a Simon Pietro, questi gli dice: «Signore, tu lavi i piedi a me?». La resistenza di Pietro rivela una difficoltà non solo nell'accettare l'umiltà del gesto, ma anche nel comprendere la necessità di essere purificati e la natura del ministero messianico di Gesù, un Messia sofferente e sconfitto. Gesù risponde: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». E aggiunge: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Il gesto, dunque, non è solo o principalmente un atto di umiltà, ma di dedizione totale, simbolo dell'evento d'amore della morte e risurrezione. È per questa ragione che, con la lavanda, tutto è puro e non si ha bisogno di altre abluzioni; alla morte e risurrezione di Gesù non c'è niente da aggiungere.

Icona della lavanda dei piedi con Gesù e Pietro

L'Amore "Sino alla Fine" e l'Atto dello Spogliarsi

L'espressione giovannea eis telos, che ricorre nel Vangelo, può essere interpretata non solo come "sino alla fine" (cioè fino alla morte) ma anche "fino all'estremo", fino al compimento. Questo sottolinea che il momento dell'ora è anche il momento supremo dell’amore. Per compiere questo gesto, Gesù si spoglia delle sue vesti (tà himátia), un preambolo necessario all'azione dello schiavo, al servizio. Questo spogliarsi è un atto di auto-impoverimento, un disarmarsi, un dare se stesso nella propria nudità all’altro, anticipando il Golgota. È un’azione straordinaria che non obbedisce ai poli di paura e arroganza che spesso ci dominano. Gesù, denudato come uno schiavo, inginocchiato ai piedi dei suoi, rifà un gesto che gli era stato fatto da donne in eccesso d'amore, ma lo rifà chiedendo che questo gesto "uno lo faccia all’altro", "una lo faccia all’altra" (Gv 13,14), come segno di reciprocità.

La lavanda dei piedi non è tanto un'esortazione all'umiltà e al servizio reciproco, ma è il senso della vita stessa. L'offerta autentica davanti a Dio è l'offerta di ciò che si è, e non di ciò che si ha. Il comando della ripetizione del suo gesto (Gv 13,15) non può limitarsi a essere un’occasione liturgica, ma deve diventare uno stile di vita per i cristiani, improntato al servizio. Anche quando si rivestono ruoli di responsabilità, essi devono essere vissuti come servizio dell'autorità. Il rito stesso prevede che il sacerdote si svesta dei paramenti sacri per inginocchiarsi, in un atto di umiltà radicale.

Al Cenacolo per la lavanda dei piedi

Il Tradimento di Giuda e la Profondità dell'Amore Divino

Nel mezzo di questa convivialità, Giovanni riporta un momento di profondo turbamento per Gesù: «Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». Il verbo usato per descrivere il sentimento di Gesù indica "turbamento, agitazione profonda", lo stesso vocabolo utilizzato dall’evangelista davanti alla tomba di Lazzaro. Questo turbamento, posto da Giovanni nella scena del tradimento anziché nel Getsemani come nei Sinottici, sottolinea che la morte e il tradimento non fanno parte del piano di Dio: Gesù li combatte, se ne rattrista, ne è turbato. Ma è proprio qui il senso della sua morte: essa illumina il negativo della vita con la forza dell’amore, l'unica forza capace di vincere il male nell'uomo e nel mondo.

Il boccone dato a Giuda è un gesto pregiato dell’ospitalità orientale, dove l’anfitrione onorava un ospite importante porgendogli un boccone prelibato (cf. Rut 2,14). Il gesto di Gesù è un estremo atto di amore verso la persona che lo avrebbe tradito, un ultimo segno del suo amore nel momento decisivo. Ma la risposta è immediata: «preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,30). Questa frase finale ha un forte simbolismo: Giuda esce dall'intimità della luce, verso le tenebre esteriori del suo atto di tradimento.

Rappresentazione drammatica di Giuda che riceve il boccone

Vivere la Lavanda dei Piedi Oggi

La lavanda dei piedi è un’azione scandalosa. Ha scandalizzato Simone il fariseo (Lc 7,39), Giuda (Gv 12,4-6), e Pietro (Gv 13,6.8). Ma Gesù ha detto a Pietro che, se non si fosse fatto lavare i piedi, lui, Gesù, non sarebbe stato la sua porzione. Questo ci invita a lasciarci lavare sempre di nuovo dall’acqua pura della parola di Gesù, a lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, ma anche sangue (Gv 19,34), a indicare una purificazione radicale e un amore che va oltre.

Oggi, il Signore ci invita a sederci a tavola con lui, anche in un momento di incertezza e preoccupazione. Egli ha sperimentato la paura e ci accompagnerà nel cammino verso la croce. Gesù prende tra le sue mani i piedi, che non possono mentire, rivelando chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. I piedi sono la mappa del mondo dell’anima, il contatto con la terra, le fragilità, le vulnerabilità e la povertà. Non importa quante volte siamo caduti o abbiamo imboccato strade sbagliate; il Signore vuole plasmare sui nostri piedi i cammini della carità, della solidarietà e della tenerezza. Come ha detto Gesù: «Amen, amen, dico a voi: il servo non è più grande del suo Signore, né l’inviato è più grande di chi lo ha inviato. Sapendo queste cose, sarete beati se le realizzerete» (Gv 13,16-17).

Foto di persone che compiono la lavanda dei piedi in un contesto moderno di servizio

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