Il Venerdì Santo è un giorno di profonda riflessione e contemplazione per la Chiesa, in cui si commemora la crocifissione e la morte di Gesù Cristo. Questo giorno non è principalmente di lutto e penitenza, ma piuttosto un'occasione per meditare sulla "Beata e gloriosa Passione del Signore" e sulla vittoria sul peccato e sulla morte che essa rappresenta.

Il silenzio del Venerdì Santo e la forma di Gesù
Il silenzio che avvolge il Venerdì Santo non nasce dalla beatitudine, ma dalla quiete che segue una tempesta inaudita. È il silenzio di chi è esausto, di chi ha visto e udito cose che mai avrebbe voluto affrontare. È il silenzio di chi è atterrito dall'accaduto. Il vero scandalo del cristianesimo risiede nella "forma" di Gesù, nella sua maniera di mostrarsi, come ricordato dalle Scritture: "Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere".
Quando ci si compromette con ciò in cui si crede, si paga un prezzo elevato, e questo sacrificio non è mai facile, appare spesso come una perdita agli occhi degli altri. La comune espressione "ma chi te l'ha fatto fare" riassume crudamente questa realtà. Tuttavia, è proprio in questo rischio, in questa fatica e in questo apparente fallimento che incontriamo Gesù Crocifisso. Dio non abita solo nelle giornate serene, ma ha riempito anche gli anfratti oscuri dove spesso trascorriamo gran parte della nostra vita: gli angoli bui di certe famiglie, di certe malattie, di certe storie e circostanze.
Gesù ha sancito un cambiamento radicale: ciò che prima era solo un fallimento, oggi è anche il luogo della Sua presenza. Se si trova il coraggio di non disertare la fatica di quell'istante e di quelle circostanze, allora si vince, come Egli stesso ha vinto. Ma la vittoria passa sempre attraverso la prostrazione della sconfitta. Per paura di perdere, molte volte evitiamo anche di vivere. Gesù ci insegna non solo a non avere paura di perdere, ma ad avere il coraggio di perdere "alla Sua maniera": perdere con fiducia, rischiando di abbandonarsi completamente nelle mani di un Padre/Dio che a volte può sembrare lontano, assente, inesistente o incomprensibile. La fede va professata proprio quando si avverte l'assenza di ciò in cui si crede.

La croce come centro della salvezza
Il Venerdì Santo non dovrebbe mai smettere di stupirci e di indurci al pentimento, perché, come ricorda Isaia, Gesù "è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Isaia 53,5). Grazie alle sue piaghe siamo stati guariti; è morto per noi e per i nostri peccati, e la Sua morte, accettata per amore, ci apre le porte alla vita ed è la sorgente di ogni grazia.
La croce diventa il centro focale per tutte le generazioni, è il simbolo dell'Amore di Dio e della risposta dell'uomo. Essa viene narrata dalla Parola, posta in evidenza e celebrata nel rito dell'Adorazione ed esaltazione del Legno. Celebrando la crocifissione di Gesù, la Chiesa proclama la vittoria sul peccato e sulla morte, e commemora il giorno della propria nascita. Nella carne dell'Agnello immolato "tutto è compiuto" (Giovanni 19,30), poiché Gesù ci ha amato fino a dare la vita per noi.
Egli non è fuggito, non ha ascoltato gli inviti a salvare sé stesso ed essere risparmiato da una violenza così crudele. Non è sceso dalla croce perché essa è il trono del Re dell'universo, che si è incarnato in un'umanità bisognosa dell'amore più straordinario per "dare testimonianza della verità" (Giovanni 18,37). La verità di un Dio che non dimentica gli uomini, ma ha voluto prendere su di sé il peccato del mondo per compiere il progetto di salvezza voluto dal Padre, per riunire i figli di Dio dispersi dal peccato: attraverso il sangue dell'Agnello Pasquale Dio riconcilia a sé l'umanità, ed essa può entrare in comunione con Dio (cfr. Ebrei 4,16). Con la morte di Cristo lo Spirito è riconsegnato al Padre perché lo effonda sugli uomini, come sorgente di vita nuova.
Le letture bibliche del Venerdì Santo
Prima Lettura: Il Servo Sofferente (Atti 15,7-21)
La prima lettura ci presenta il Cristo crocifisso come il Servo sofferente del Signore. Le sue sofferenze divengono causa di salvezza per tutto il popolo, e gli meritano la sua personale glorificazione. Il suo volto era sfigurato dal dolore, per questo Gesù non sembrava nemmeno più un uomo. Egli, attraverso il patimento di una sofferenza inaudita, si è fatto prossimo ad ogni uomo. Non c'è sofferenza che Egli non abbia provato e conosciuto. È proprio a causa della sua sofferenza che siamo guariti: le Sue piaghe e le Sue lividure ci hanno riscattato dall'afflizione del peccato.
Il testo narra di una grande discussione sull'accoglienza dei non giudei nella fede. Pietro, rievocando come Dio avesse scelto che le nazioni ascoltassero il Vangelo per bocca sua, sottolinea che Dio, "che conosce i cuori" (kardiognōstēs), ha dato testimonianza in favore dei pagani, concedendo loro lo Spirito Santo senza discriminazione. L'epiteto kardiognōstēs (καρδιογνώστης) è un neologismo lucano (compare solo qui e in Atti 1,24) ed esprime l’insistenza teologica sull’accesso di Dio alla verità intima di ogni essere umano, un tema ampiamente conosciuto dall’Antico Testamento, soprattutto dai Salmi.
Giacomo conclude la discussione, citando il profeta Amos: "Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, note da sempre". Con la metafora della tenda, il profeta Amos non annuncia più la rinascita di Gerusalemme, ma l'avvento di un popolo universale adoratore del Dio di Gesù Cristo. Questo è un testo fondamentale per l'ecclesiologia degli Atti: la conversione di non giudei a Cristo realizza la promessa dell'universalità della salvezza fatta in passato al popolo ebraico. I pagani convertiti non sono un'entità accanto a Israele né al posto di Israele: la loro venuta corrisponde alla restaurazione davidica annunciata dal profeta. Insieme ai giudeo-cristiani costituiscono l'Israele escatologico. Il sostantivo pornèia (πορνεία) indica l'impurità, l'immoralità, la dissolutezza, e nel linguaggio biblico copre tutte le relazioni sessuali illegittime. Il divieto di consumare sangue (haima, αἷμα) è costante nella pratica ebraica e fissato dai codici del Levitico e del Deuteronomio, con la chiave nell'associazione del sangue e della vita. Il termine laòs (λαός), "popolo", usato da Luca più di ogni altro autore del Nuovo Testamento, evidenzia il paradosso che le nazioni, non più Israele, vengono dichiarate "popolo per il suo nome". L'assenza dell'articolo definito davanti a laòs suggerisce che questo popolo nuovo non rimpiazza l'antico, ma ne costituisce la continuità e il compimento.
Seconda Lettura: Cristo Sommo Sacerdote (Ebrei 4,14-16; 5,7-9)
La seconda lettura presenta alla nostra riflessione il Cristo crocifisso come Sommo Sacerdote. Questa immagine di Gesù, data dalla Lettera agli Ebrei, è diversa da quelle a cui siamo abituati. Egli visse una passione che dura tutta la vita: una sofferenza fatta di lacrime, di forti grida che Gesù elevò al Padre perché potesse essere liberato da una morte terribile, e soprattutto da una sofferenza interiore incommensurabile. In modo misterioso lo stesso Verbo Incarnato fu afflitto dal tormento dell'abbandono, in cui l'anima non ha consolazione, e questo tormento fu tale che colui, del quale gli Evangelisti non hanno registrato una sola espressione di dolore, emise quel grido lancinante: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (cfr. Matteo 27,46; Marco 15,34). Un abbandono terribile a cui fece seguito la morte e il turbamento di tutta la natura. La desolazione investì la terra. Tutto questo per redimere l'uomo, per annullare il peccato, per aprire le porte del cielo.
Il vertice della sofferenza è stato il vertice della vittoria: la morte era sconfitta e la terra, purificata, diviene come un campo rigenerato perché vi si possa edificare la Chiesa. Attraverso questa sofferenza Gesù è divenuto il perfetto obbediente e, per questo, è causa di salvezza per tutti quelli che credono.
Panoramica: Ebrei
Vangelo: La Passione secondo Giovanni (Giovanni 18,1 - 19,42)
Il Vangelo del Venerdì Santo, secondo Giovanni, ripercorre l'intera Passione di Gesù, dalla cattura nel giardino degli Ulivi fino alla sepoltura. È un racconto dettagliato e drammatico che evidenzia la sovranità di Gesù anche nel momento della massima umiliazione e sofferenza. Il silenzio del mezzogiorno del Venerdì Santo, l'ora più buia del Vangelo, non è solo per la crocifissione, ma soprattutto per quel senso di solitudine e abbandono che Egli sente da parte del Padre. Morire è attraversare quella regione sconosciuta in cui ciò che confidavi non è più di nessun aiuto. Questo significa che la sua solitudine è la più grande di tutte. Nessuno è più lontano dal Padre se non Lui. Ha scelto di mettersi all'ultimo posto affinché nessuno possa più dire di essere solo. Quando pensiamo di aver toccato il fondo, quando pensiamo che non c'è più niente e nessuno per noi, dobbiamo ricordarci che un passo oltre la nostra solitudine c'è Gesù.
La cattura e il processo
- Gesù, nel giardino oltre il torrente Cèdron, si fa innanzi ai soldati e alle guardie che lo cercano, dichiarando "Sono io!".
- Pietro tenta di difenderlo, tagliando l'orecchio a Malco, ma Gesù lo ferma, accettando il calice che il Padre gli ha dato.
- Condotto prima da Anna, poi da Caifa, Gesù mantiene la sua dignità nonostante gli schiaffi e le accuse.
- La triplice negazione di Pietro, seguita dal canto del gallo, evidenzia la debolezza umana di fronte alla prova.
- Il dialogo con Pilato rivela la natura del Regno di Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo". Gesù testimonia la verità, ma Pilato enigmaticamente chiede: "Che cos'è la verità?".
- Nonostante Pilato non trovi in lui alcuna colpa, la folla, istigata, chiede la crocifissione di Gesù e la liberazione di Barabba.
La crocifissione e la morte
- Gesù viene flagellato, coronato di spine e rivestito di un mantello di porpora, schernito come "re dei Giudei".
- Pilato presenta Gesù alla folla dicendo: "Ecco l'uomo!", ma la risposta è il grido "Crocifiggilo!".
- Gesù, portando la croce, si avvia verso il Golgota, dove viene crocifisso tra due malfattori.
- L'iscrizione sulla croce "Gesù il Nazareno, il re dei Giudei" è scritta in ebraico, latino e greco.
- I soldati si dividono le sue vesti, compiendo la Scrittura che dice: "Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte".
- Ai piedi della croce stanno Maria, la madre di Gesù, e il discepolo che egli amava. Gesù affida sua madre al discepolo ("Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!"), un gesto estremo che fa di Maria la Madre di tutti. La presenza di una madre "umanizza" la vita, rendendo sopportabili le cose che altrimenti sarebbero insopportabili.
- Gesù, sapendo che "tutto era compiuto", pronuncia "Ho sete" e poi "È compiuto!", consegnando lo spirito.
- Un soldato gli colpisce il fianco con una lancia, e ne esce sangue e acqua, a compimento della Scrittura "Non gli sarà spezzato alcun osso" e "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto". Il gesto dell’Adorazione della Croce diventa significativa risposta al dono immeritato, e attuazione della parola profetica: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto!” (Gv 19,37).
La sepoltura
- Giuseppe di Arimatèa e Nicodèmo si occupano della sepoltura di Gesù, avvolgendolo con teli e aromi, secondo l'uso giudaico.
- Viene deposto in un sepolcro nuovo, situato in un giardino vicino al luogo della crocifissione.
Il Vangelo del Venerdì Santo è un tentativo di mettere parole attorno a un grande silenzio. È il silenzio del cielo e degli amici. Neppure Maria parla in questo Vangelo. La Croce è l'esperienza di immergersi nel silenzio di Dio. Da questa prospettiva scomoda, però, si intravede tutta la logica di Dio: per salvarci, Egli sceglie l'ultimo posto. È l'ultimo perché nessuno possa oltrepassarlo. Nessuno sarà più solo dopo questa morte perché il Figlio di Dio ha scelto di mettersi nell'ultima solitudine, quella che ci spaventa tutti. Si è collocato lì perché nessuno possa più dirsi solo e abbandonato. Egli si è fatto abbandonato perché nessuno più lo sia.