La disciplina etrusca e il ruolo del sacerdote

La concezione del divino e la scienza etrusca

La concezione della divinità, nel suo fondamento iniziale, è di natura essenzialmente misteriosa. In sostanza si tratta di forze che stanno «sopra la natura», cioè di esseri soprannaturali, vaghi e incerti nel numero, nel sesso, nelle attribuzioni e nelle apparenze. All'origine di questa concezione c’è forse la credenza più antica in una sorta di «entità divina» che si manifesta occasionalmente e in vari modi, concretizzandosi in spiriti o gruppi di divinità.

L’insieme della dottrina che si riferiva al riconoscimento dei «segni», all'interpretazione della volontà divina e al soddisfacimento di questa, era indicato dai Romani con l'espressione disciplina etrusca. I fondamenti di questa «scienza» venivano fatti risalire all'intervento rivelatore della divinità stessa, la quale si sarebbe servita dell'opera di esseri mitici, o semidei, come il fanciullo Tagete e la ninfa Vegoia, i quali avrebbero letteralmente «dettato» le verità soprannaturali. Per questo motivo, la religione etrusca è considerata una religione «rivelata».

Schema della ripartizione del cielo in sedici regioni secondo la disciplina etrusca

I Libri Sacri e la letteratura divinatoria

La rivelazione divina venne tramandata attraverso testi scritti che diedero luogo a una vera e propria «sacra scrittura». Sulla base del loro contenuto, si distinguevano tre grandi gruppi di libri:

  • Libri aruspicini: trattavano dell'interpretazione delle viscere degli animali (attribuiti all'insegnamento di Tagete).
  • Libri fulgurales: contenevano la dottrina dei fulmini (fatti risalire alla ninfa Vegoia).
  • Libri rituales: riguardavano le norme di comportamento pubblico e privato, includendo i Libri fatales (sul tempo e il destino), i Libri acherontici (sull'oltretomba) e gli Ostentaria (sui prodigi).

Di questa letteratura oggi possediamo frammenti grazie agli autori romani, come Seneca, Cicerone e Plinio il Vecchio. L'unica testimonianza diretta giunta fino a noi è il manoscritto su tela noto come «Mummia di Zagabria», un calendario rituale che elenca giorni, divinità e sacrifici previsti.

Il ruolo del sacerdote e l'interpretazione dei segni

Il rapporto tra l’uomo e il dio si traduceva in un monologo della divinità al quale l’uomo rispondeva con un comportamento obbligato. Per interpretare i segni - dai fulmini alle viscere degli animali - occorreva una figura esperta: il sacerdote. Egli doveva conoscere l'arte e la dottrina per farsi intermediario tra il mondo degli Dei e quello degli uomini.

La lettura del cielo e dei fulmini

Secondo gli Etruschi, il cielo era suddiviso in sedici sezioni, ognuna presieduta da una divinità. Il sacerdote, per procedere alla lettura, si orientava tracciando due linee ideali: il Cardo (nord-sud) e il Decumanus (est-ovest). Esisteva un dibattito tra gli antichi riguardo alla posizione del sacerdote: Varrone sostiene che egli si rivolgesse verso sud, avendo così l'oriente (zona positiva, pars familiaris) alla sua sinistra e l'occidente (zona negativa, pars hostilis) alla sua destra.

Il dio principale, Tinia, era l'unico in grado di scagliare tre tipologie di folgori:

  1. Presagum: folgore che ammoniva.
  2. Ostentarium: folgore dagli effetti benevoli o dannosi.
  3. Perentorium: folgore distruttiva.

Rappresentazione di Tinia nell'atto di scagliare un fulmine

Divinità etrusche: nomi e corrispondenze

Attraverso il processo di antropomorfizzazione, influenzato dal mondo ellenico, molte divinità etrusche vennero associate a quelle greche e romane, sebbene alcune conservassero un carattere prettamente locale:

Nome Etrusco Corrispondenza Greca/Romana
Tinia (Tina) Zeus / Giove
Turan Afrodite / Venere
Turms Hermes / Mercurio
Fufluns Dioniso / Bacco
Menerva Athena / Minerva
Maris Ares / Marte
Aplu Apollo

Accanto a queste, persistevano divinità autoctone come Véltumna (o Voltumna), considerato il dio nazionale degli Etruschi e venerato nel santuario federale di Volsinii, e la dea Northia, legata al fato.

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