La storia di Campofranco affonda le sue radici nel XVI secolo, quando la famiglia Del Campo, dopo aver perso la baronia di Mussomeli a causa di disavventure legate a Cesare Lanza, si ritirò a vita privata. Al barone Del Campo rimasero in possesso solo quattro feudi: Lo Zubbio, Castelmauro, San Biagio e Fontana di Rose. Fu Giovanni, il più giovane della famiglia, a decidere di risollevare le sorti della casata popolando uno dei suoi feudi.
Il 10 febbraio 1573, Filippo II di Spagna, sotto la cui dominazione ricadeva la Sicilia, inviò lettere regali concedendo la licenza di edificare un casale e di chiamarlo Campofranco. In realtà, un piccolo casale esisteva già nel feudo Fontana di Rose, composto da capanne e case di pastori e contadini, magazzini per la conservazione dei cereali e un locale per la secrezia, il tutto difeso da una torre.
Dopo alcuni mesi, a settembre, il barone stipulò i "Capitoli della baronia" con alcuni cittadini di Sutera, definendo le condizioni per una pacifica convivenza tra signori e vassalli. Furono concordate gabelle, franchigie, agevolazioni, censi, privilegi, diritti e doveri. La vita del paese iniziò a svilupparsi in modo simile a quella di molti altri comuni.
Attratti da regalie e privilegi, contadini e artigiani accorsero dalle terre vicine, e il nuovo borgo si ampliò con beverature, chiese, forni, un mulino e altre infrastrutture essenziali per la sua crescita. Il Governatore don Giovanni Lo Burgio, per rendere il borgo più accogliente, spianò il terreno antistante il castello, destinandolo a piazza grande. Di fronte, su un leggero pendio, sorgeva la Chiesa Madre, dedicata a San Giovanni Evangelista, nome del feudatario. Le prime vie, strette e tortuose, furono tracciate a corona della piazza, con cortili ariosi e ampi, dove carrettieri, artigiani, soprastanti e cittadini costruirono le loro case, solitamente a un piano. Questa struttura architettonica influenzò le costruzioni future del paese.
Nella piazza, in seguito denominata della Matrice, il barone concesse le licenze per l'apertura del macello (o bocceria), del fondaco e delle botteghe. L'acqua sgorgava e riempiva le vasche della beveratura, utilizzata da uomini e animali. Le prime strade includevano via dell'Itria, via della Matrice, via delle Fosse, via delle Pile (dove sorgevano un abbeveratoio e un lavatoio), via dell'Ebreo e via dei Sarto. Via dei Mercato, poi via Lunga e infine via Umberto, era il corso principale che collegava la piazza alla chiesa e al convento di San Francesco. Qui si sviluppò un altro quartiere, con la via Lume, che conduceva a una trazzera per Sutera.
L'amenità del luogo e la bellezza del paesaggio contribuirono all'espansione della popolazione: nel 1583 il primo censimento registrò 117 fuochi (famiglie) e 462 anime; nel 1595, il numero era salito a 910.
Il Passaggio ai Lucchesi Palli
I Del Campo governarono il paese fino al 1622, tra continue liti familiari. L'ultima baronessina, Eleonora, sposò giovanissima don Fabrizio Lucchesi Palli, appartenente alla famiglia di Sciacca e Naro. Nel 1625, Fabrizio Lucchesi Palli ottenne da Filippo IV il titolo di principe di Campofranco.
I Lucchesi Palli discendevano da Andrea, un nobile rampollo toscano, barone del castello di Trepalli, vicino Lucca, giunto in Sicilia al seguito di Ruggero il Normanno. Dopo la conquista normanna, Andrea raccolse onori e favori a Sciacca, Naro e Palermo. I Lucchesi divennero tra i più ricchi baroni di Sicilia, accrescendo ulteriormente la loro potenza nei secoli XVIII e XIX. Figure di spicco furono Antonio, promotore dell'Accademia della Galante Conversazione nel 1760; Andrea, vescovo di Girgenti dal 1755 e fondatore della Biblioteca Lucchesiana; Giuseppe, distintosi in campo militare nel 1756; e un altro Antonio, protagonista della vita politica del Regno delle Due Sicilie, che ricoprì la carica di Luogotenente del Regno per ben due volte.
Nonostante la numerosa discendenza dei principi Lucchesi, non si registrarono miglioramenti significativi nella crescita del paese. I documenti dell'epoca ricordano le scarse contribuzioni e i legati destinati dai feudatari per le chiese, gli altari, le feste e i poveri.

La Riserva Naturale di Monte Conca
Il territorio di Campofranco è caratterizzato dalla Riserva Naturale Orientata di Monte Conca, affidata in gestione al Club Alpino Italiano. L'area è attraversata dal fiume Gallo d'Oro, che confluisce nel Platani. Dal punto di vista geologico, la riserva presenta affioramenti di rocce evaporitiche, formatesi circa 6 milioni di anni fa durante il prosciugamento del Mar Mediterraneo. Queste rocce, principalmente gesso, sono soggette a fenomeni carsici che modellano il paesaggio sia in superficie che nel sottosuolo.
In superficie si osservano solchi denominati scannellature, depressioni come doline e valli cieche. Le acque meteoriche penetrano nel sottosuolo attraverso gli inghiottitoi, creando un reticolo di cunicoli, gallerie, pozzi e saloni. La riserva ospita numerose grotte, testimonianza di antichi corsi d'acqua e movimenti tettonici. Due grotte, l'Inghiottitoio e la Risorgenza di Monte Conca, sono attraversate da un torrente sotterraneo e rivestono un eccezionale interesse scientifico.
L'Inghiottitoio raccoglie acque meteoriche e sorgentizie da un'area di circa 2,5 km², in gran parte impermeabile. Il suo ingresso si apre alla base del versante meridionale di Monte Conca. All'interno, si susseguono pozzi verticali e gallerie, con marmitte scavate dall'acqua e piccoli laghetti. L'acqua, dopo un percorso sotterraneo, riappare nella grotta Risorgenza di Monte Conca, che si sviluppa su due livelli, uno superiore asciutto e uno inferiore allagato.
La varietà di ambienti all'interno della riserva favorisce la presenza di diverse specie floristiche e faunistiche. Si trovano la cannuccia di palude nelle depressioni umide, la canna del Reno nei valloni per contrastare l'erosione, boschetti di olmi e varie specie di tamerici lungo il fiume Gallo d'Oro. La vegetazione arbustiva tipica della gariga è presente nelle aree non coltivate. In primavera fioriscono numerose specie di orchidee.
L'istituzione della riserva e il divieto di caccia hanno favorito un moderato miglioramento della fauna. Tra gli uccelli si annoverano rapaci diurni come il gheppio, il falco pellegrino e la poiana, oltre a passeriformi. La riserva è popolata da numerosi insetti, farfalle e coleotteri. Le acque salmastre del fiume ospitano anguille, gamberetti, rane e tartarughe.
Le prime tracce umane nel territorio risalgono al Neolitico, con villaggi a capanne e tombe a tholos. Fonti documentarie del XIII secolo attestano la presenza di un notevole sistema viario, di cui rimangono rovine di un ponte sul fiume Gallo d'Oro e tratti di strada lastricata.

Tradizioni Religiose e Folcloristiche
Campofranco vanta quattro secoli di tradizioni, iniziate nel 1573 con l'arrivo di un gruppo di diciannove suteresi, attratti dalle agevolazioni economiche. I nuovi abitanti portarono con sé le loro abitudini e tradizioni.
Durante il Giovedì Santo, si allestiscono i sepolcri con piante di grano germogliate al buio. Fino a pochi anni fa, la "cena" dei Governatori delle Confraternite, con i dodici Apostoli e il Signore seduti a mensa imbandita con agnello arrosto, era un evento centrale. Il Venerdì Santo si celebra ancora oggi la "Giunta", seguita dalla Crocifissione e dalla "Scinnenza", un rito antico con simulacri portati a spalla dai devoti. La Madonna, San Giovanni e Gesù, con la croce, si ritrovano alle 15 sotto il Calvario, in un momento di profondo silenzio interrotto dalla banda musicale. La sera, l'urna con Gesù morto compie un giro per il paese, in una processione suggestiva al calar della sera.
L'ultima domenica di luglio, molti campofranchesi compiono un viaggio a piedi scalzi fino alla chiesa di San Francesco per i festeggiamenti di San Calogero. Dal 1693, anno di un tremendo terremoto, Campofranco ringrazia San Calogero per averlo preservato dalla catastrofe e ne invoca l'aiuto contro ogni male.
Da un paio d'anni, la Pro Loco organizza una sagra dei pupi, con distribuzione di pane. La festa dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre, risale al 1624, anno della peste a Palermo. Il culto dell'Immacolata trovò sostegno nelle chiese francescane, con la nascita di cappelle, confraternite e simulacri in tutta la Sicilia. Nel 1714, il sacerdote Antonino Infante fece scolpire una statua dell'Immacolata. Nel 1760 fu istituita la Confraternita della Madre di Dio e nacquero manifestazioni folkloristiche come quella delle "cotaccalle". La processione porta le statue dell'Immacolata e di Santa Lucia dalla chiesa di San Francesco alla Matrice, con una processione di ritorno una settimana dopo.
Fino a pochi anni fa, il 19 marzo si svolgeva la "tavulata di li vicchiareddri", un banchetto per sciogliere voti o beneficare i poveri, con la benedizione delle pietanze da parte del prete e l'accompagnamento musicale.
Istruzione e Cultura
Il museo di storia locale "Don Nazareno Falletta" è stato inaugurato nel 2002. Dal settembre 1961, viene pubblicato il mensile "La Voce di Campofranco", che copre anche notizie da Sutera, Montedoro e il Circondario.
Economia
Campofranco ha attraversato un periodo florido negli anni '70-'80 grazie alla Montecatini (produzione di solfato potassico) e alla Cozzo Disi (estrazione di zolfo), che generarono un'elevata occupazione e portarono alla nascita del villaggio Faina. Attualmente, l'economia locale affronta una profonda crisi, soprattutto occupazionale.
L'agricoltura, sebbene praticata su numerosi terreni, è svolta in modo rurale e poco sviluppato tecnologicamente. I prodotti principali sono frumento, agrumi, uva e olive. Il settore industriale è poco sviluppato, con poche piccole imprese. Fa eccezione un'impresa nata nel 1970, specializzata nell'estrazione e lavorazione del gesso, che ha ampliato la sua gamma di prodotti al settore edile.
La squadra di calcio del paese è il Calcio Campofranco, che gioca le sue partite casalinghe presso lo stadio comunale "Alfonso Virciglio".
Tignano - tra storia e tradizioni
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