Le Celebrazioni Eucaristiche del Natale: Storia, Teologia e Tradizioni

La solennità del Natale è una delle festività più importanti per i cristiani, in cui si celebra la nascita di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo. Questa celebrazione, ricca di storia e significato teologico, si articola tradizionalmente attraverso diverse liturgie eucaristiche, ciascuna con le proprie peculiarità e un profondo messaggio spirituale.

illustrazione della Natività con Maria, Giuseppe e Gesù Bambino nella mangiatoia

Origini e Sviluppo delle Messe Natalizie

La celebrazione del Natale, nella sua forma attuale, prevede tre Messe con formulari liturgici diversi: la “Missa in nocte”, la “Missa in aurora” e la “Missa in die”. In origine, tuttavia, la Chiesa di Roma riconosceva una sola Messa per il Natale, celebrata in S. Pietro, che corrispondeva a quella divenuta in seguito la terza Messa, detta “in die” (del giorno). A quel tempo, c'erano le vigilie “ad galli cantu” e poi all'ora terza (intorno alle 9 di mattina) si teneva una Messa solenne.

In seguito al Concilio di Efeso (431), che attribuì a Maria il titolo di “theotòkos” (colei che genera il Figlio), la basilica di S. Maria Maggiore fu rinnovata e nella cripta venne costruita una cappella che riproduceva la grotta della natività. Fu Papa Sisto III (432-440) a introdurre allora una Messa notturna, detta appunto “in nocte”, in questa cappella a completamento dell'Ufficio di vigilie, probabilmente imitando quanto si faceva nella liturgia di Gerusalemme. In questa cappella, nel VII secolo, vennero collocate le reliquie della mangiatoia in cui secondo la tradizione fu deposto Gesù Bambino. Questo edificio veniva soprannominato “praesepe” (presepe) e rappresentava Betlemme (come la Basilica del Santa Croce, Gerusalemme).

Successivamente, verso la metà del VI secolo, risulta che il Papa, invece di andare a celebrare la Messa direttamente in San Pietro, si recava a Sant'Anastasia per celebrarvi una seconda Messa. Il motivo della celebrazione in quella Basilica è da trovare nel fatto che il 25 dicembre è il giorno natalizio di Sant'Anastasia martire, venerata a Costantinopoli, e la celebrazione da parte del Papa veniva a essere un ossequio all'autorità imperiale. Per il Papa e tutto il popolo, tornando a S. Pietro per la celebrazione della Messa del giorno, era consuetudine fare sosta alla chiesa di S. Anastasia.

La Messa della Notte (Missa in Nocte)

Con queste parole del Salmo secondo, la Chiesa inizia la Santa Messa della veglia di Natale, nella quale celebriamo la nascita del nostro Redentore Gesù Cristo nella stalla di Betlemme. L'introito della prima Messa, la “Missa in nocte”, inizia con un versetto messianico del salmo 2: “Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te” (Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato). Questo versetto ci fa contemplare l'evento dell'incarnazione del Figlio, ponendone in risalto il rapporto divino col Padre. Siamo introdotti nel dialogo tra il Padre e il Figlio, nella reciproca confidenza intra-trinitaria in cui la parola “Tu sei mio Figlio” genera la Parola. La parola chiave sottolineata dai neumi antichi è “meus” nella seconda frase, che esprime l'appartenenza come vera forza e identità del Figlio. Il termine “hodie” (oggi) risuona anche nell'introito del giorno della vigilia, ponendoci nella prospettiva di un'eternità in perpetua generazione. Nella notte di Betlemme, queste parole, che erano più l'espressione di una speranza che una realtà presente, hanno assunto un senso nuovo e inaspettato: il Bimbo nel presepe è davvero il Figlio di Dio. Ancora di più: in Gesù Cristo, il Figlio di Dio, Dio stesso, Dio da Dio, si è fatto uomo. A Lui il Padre dice: “Tu sei mio figlio”. L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del mondo e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi perenne di Dio. Questo è Natale: Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui.

La vera origine del Natale

La Messa dell'Aurora (Missa in Aurora)

L'introito “Lux fulgebit”, che introduce la Messa dell'Aurora, celebra l'emergere della luce del Salvatore, la chiarezza dell'alba, verso cui cammineranno i popoli: “Lux fulgebit hodie super nos: quia natus est nobis Dominus: e vocabitur Admirabilis, Deus, Princeps pacis, Pater futuri saeculi: cuius regni non erit finis.” (Oggi la luce splenderà su di noi, perché il Signore è nato per noi. Sarà chiamato: Dio meraviglioso, Principe della pace, Padre del secolo che verrà. Il suo regno non avrà fine.) Questo testo unisce ai versetti di Isaia (“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” Is 9.1-2) le parole che l'angelo rivolge a Maria nel vangelo di Luca: “il suo regno non avrà fine”. Il brano si conclude infatti con le parole “non erit finis” (non avrà fine). Il giorno della sua nascita porta il mistero della sua luce. Dice infatti l'Apostolo: “la notte è già avanzata, il giorno si avvicina (...)”. Riconosciamo il vero giorno e diventiamo giorno! Eravamo infatti notte quando vivevamo senza la fede in Cristo. E poiché la mancanza di fede aveva avvolto come una notte il mondo intero, aumentando la fede la notte doveva diminuire. Perciò con il giorno del Natale del Signore nostro Gesù la notte comincia a diminuire e il giorno a crescere.

La Messa del Giorno (Missa in Die)

Un bambino è nato per noi, e ci è stato dato un figlio. L'introito della Messa del Giorno, “Puer natus est nobis”, riprende il testo da Isaia 9,6, ma con alcune differenze significative. Anzitutto, il termine “parvulus” della Vulgata è sostituito da “Puer”, che ha un significato più ampio: non vuol dire solo bambino, ma anche figlio e servo. Tenendo presente tutti questi significati si comprende meglio il senso messianico di questo testo: lo stesso “bambino” è da subito inteso anche come “servo”, chiamato a realizzare il piano salvifico del Padre e sulle cui spalle è stato posto tutto il potere. Nella Vulgata questo potere si dice che gli viene dato, mentre l'introito ci dice che si tratta di un potere suo (cujus), che gli appartiene: quel “bambino” è Dio stesso. Anche l'appellativo di “Angelus” ha un significato di servo, ministro: gli angeli, infatti, sono coloro che stanno sempre alla presenza di Dio. La melodia sottolinea la forza delle “spalle” (humerum) su cui è posto il potere, un potere stabile, pieno e sicuro, al quale possiamo appoggiarci anche noi con tutti i nostri fardelli. “Colui che sostiene il mondo intero giaceva in una mangiatoia: era un bambino ed era il Verbo. Il grembo di una sola donna portava colui che i cieli non possono contenere. Maria sorreggeva il nostro re, portava colui nel quale siamo, allattava colui che è il nostro pane. O grande debolezza e mirabile umiltà, nella quale si nascose totalmente la divinità!” In nessun altro modo infatti l'uomo festeggia bene il Natale, se Cristo non gli nasce nel cuore.

Il Natale: Tra Storia e Tradizione

Perché il 25 Dicembre?

Un antico documento, il Cronografo dell'anno 354, attesta l'esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre. Questa data corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d'inverno, il “Natalis Solis Invicti”, cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell'anno, riprendeva nuovo vigore. Già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile) e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274 d.C. Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino.

La Datazione della Nascita di Gesù

I vangeli, le uniche fonti storiche relative alla vita di Gesù, non riportano indicazioni cronologiche precise circa la sua nascita. Assumendo la validità delle informazioni storiche da essi fornite è però possibile dedurre un probabile intervallo di tempo. Il Vangelo di Matteo (2,1) riferisce che Gesù nacque “nei giorni del re Erode”, che regnò presumibilmente tra il 37 a.C. e il 4 a.C. Fin dai primi secoli, i cristiani svilupparono comunque diverse tradizioni, basate anche su ragionamenti teologici. Recenti studi sui rotoli del Mar Morto hanno portato nuova luce sulla questione. Dal Vangelo di Luca sappiamo che a Zaccaria fu annunciata la nascita di Giovanni il Battista mentre officiava secondo il turno della sua classe sacerdotale (Lc 1,8ss.). Shemarjahu Talmon, dell'Università Ebraica di Gerusalemme, grazie a questi rotoli, ha potuto ricostruire che la classe di Abia, a cui apparteneva Zaccaria (Lc 1,5), era di turno nell'ultima settimana di settembre. Dunque, come dice Pier Luigi Guiducci, “Possiamo affermare che è una data storica la nascita del Signore al 25 dicembre, cioè 15 mesi dopo l'annuncio a Zaccaria, nove mesi dopo l'annunciazione a Maria, sei mesi dopo la nascita di Giovanni il Battista.” Il Cronografo Romano (354), in quanto calendario civile, indica il 25 dicembre come N(atale) invicti (“[giorno] natale del non vinto”), e, riportando l'elenco dei vescovi di Roma, vi pone in testa, al 25 dicembre, la “nascita di Cristo a Betlemme di Giudea” (natus Christus in Betleem Judeae).

Il Sacramento del Natale e il Mistero della Redenzione

Il Natale, come la Pasqua, rende presente il passaggio del cristiano dalla morte alla vita con Cristo. L'oggetto della festività natalizia è il mistero della redenzione, che ha nella Pasqua il suo momento culminante. Nel Natale si tratta solo del punto di partenza dell'opera della salvezza ordinata al riscatto dell'uomo, riscatto che nell'evento del Natale è già contenuto in germe: Dio nella nascita di suo Figlio ha “dato mirabile principio alla nostra redenzione”. La verità della redenzione dipende dalla verità dell'incarnazione. In San Leone Magno si trova il termine “sacramentum” applicato al Natale; Leone lo chiama “Sacramentum natalis Christi” (“Sacramento della nascita di Cristo”) e parla del “Nativitatis dominicae sacramentum” (“Sacramento della nascita del Signore”). Spiega Adrien Nocent che se “la celebrazione della Pasqua comporta questo carattere di sacramento è perché essa è segno della morte e della risurrezione, realtà della nostra salvezza espresse dalla solennità pasquale, dall'iniziazione battesimale e dalla liturgia eucaristica.”

La Tradizione del Presepe

Il termine “presepe” deriva dal latino “praesaepe”, cioè greppia, mangiatoia, ma anche recinto chiuso dove venivano custoditi ovini e caprini; il termine è composto da prae (innanzi) e saepes (recinto), ovvero luogo che ha davanti un recinto. Un'altra ipotesi fa nascere il termine da praesepire cioè recingere. Nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamato cripia, che divenne poi greppia in italiano. Questa usanza, all'inizio prevalentemente italiana, ebbe origine all'epoca di San Francesco d'Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l'autorizzazione da papa Onorio III. Francesco era tornato da poco (nel 1220) dalla Palestina e, colpito dalla visita a Betlemme, intendeva rievocare la scena della Natività in un luogo, Greccio, che trovava tanto simile alla città palestinese. Tommaso da Celano, cronista della vita di San Francesco, descrive così la scena nella Legenda secunda: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l'asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l'umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme». Nella rappresentazione preparata da San Francesco, al contrario di quelle successive, non erano presenti la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Bambino; nella grotta dove era stata allestita la rappresentazione erano presenti una mangiatoia sulla quale era stata deposta della paglia e i due animali ricordati dalla tradizione. Il rito solenne della messa veniva celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco cantava il Santo Vangelo, predicando poi al popolo e parlando del re povero che egli chiamava “il bimbo di Betlemme”.

rappresentazione del primo presepe di San Francesco a Greccio

Specificità del Rito Ambrosiano

La vigilia del Natale nel Rito Ambrosiano ha una fisionomia propriamente ambrosiana di vera e propria celebrazione vigiliare vespertina e risente dell'influsso di usi liturgici propri alla Chiesa bizantina. A differenza del Rito Romano, il Nuovo Lezionario Ambrosiano colloca la lettura del prologo di Giovanni (Gv 1,9-14) nella messa nella notte anziché nella messa del giorno, evidenziando in questo modo la tradizione liturgica ambrosiana che colloca da subito, nella sfera divina, il mistero della natività storica del Verbo fatto carne. Si legge solo dal versetto 9 al 14, in cui si annuncia l'apparire nel mondo della Luce vera. Dal 1976 fino al 2008 le comunità di Rito Ambrosiano hanno celebrato l'Eucaristia lungo l'anno con un Messale Ambrosiano rinnovato a norma dei decreti del Concilio Vaticano II.

Considerazioni Pastorali per le Celebrazioni

Considerata la possibilità che numerosi fedeli desiderino partecipare alle celebrazioni del Natale (soprattutto quelle della Vigilia e del giorno di Natale), per prevenire assembramenti di persone si valuta di prevedere un numero maggiore di celebrazioni Eucaristiche. È opportuno che le celebrazioni della stessa unità pastorale siano collocate in orari non sovrapposti per permettere la partecipazione del maggior numero di fedeli.

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