L'espressione "Jesu dulcis memoria" è un inno antico che risuona profondamente nei cuori dei credenti, evocando una dolcezza che supera ogni altra esperienza umana. Questa frase, e il suo equivalente italiano "Caro Gesù, dolce Signore", rappresentano l'espressione più autentica del cuore di un uomo segnato dalla memoria di Cristo. È una dolcezza che avvolge e compenetra l'animo, un incontro misterioso con l'Amore divino, "l'Amato del mio cuore", come nel Cantico dei Cantici, o l'Amore che "omne cosa conclama" di Jacopone da Todi.

L'Esperienza della Dolcezza in San Francesco d'Assisi
La testimonianza di San Francesco d'Assisi illumina l'intensità di questa dolcezza, che assume per lui connotazioni quasi fisiche. La "Leggenda dei Tre Compagni" narra come San Francesco fu visitato dal Signore, provando una dolcezza così profonda da non poter "né muoversi né parlare, non percependo se non quella soavità". Questa esperienza lo portò a smettere di adorare se stesso, a perdere l'attrazione per le cose mondane e a custodire Cristo nel profondo del suo cuore, immergendosi segretamente nell'orazione quasi ogni giorno, attratto da quella "misteriosa dolcezza".
Un aneddoto significativo riguarda il primo presepe, da lui realizzato a Greccio. Si racconta che ogni volta che pronunciava "Bambino di Betlemme" o "Gesù", Francesco passava la lingua sulle labbra "quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole". San Bonaventura, nella "Leggenda Maggiore", conferma questa descrizione, aggiungendo che quando pronunciava o udiva il nome di Gesù, ricolmo di intimo giubilo, "lo si vedeva trasformarsi anche esteriormente, come se un sapore di miele avesse impressionato il suo gusto, o un suono armonioso il suo udito".
"Nil Canitur Suavius": Gesù, Fonte di Gioia e Salvezza
L'inno continua con l'affermazione: "Nil canitur suavius, nil auditur iucundius, nil cogitatur dulcius quam Jesus Dei Filius" - Nulla si canta di più soave, nulla si ode di più giocondo, nulla di più dolce si pensa che Gesù Figlio di Dio. Questa frase sottolinea che non c'è nulla che apporti maggiore gioia e immensa dolcezza di Gesù, un'esperienza che non va a discapito di noi stessi o delle persone amate. Vivere segnati dall'amore di Cristo significa vivere nell'Avvenimento illuminante ed esaltativo di ogni momento dell'esperienza umana, poiché "Egli non toglie nulla e dona tutto", come affermato da Benedetto XVI.
La realtà di queste parole si manifesta proprio nell'esperienza umana, dove riceviamo e sorprendiamo la verità del messaggio. L'inno prosegue con "Jesu, spes paenitentibus, quam pius es petentibus, quam bonus Te quaerentibus, sed quid invenientibus?" - Gesù, speranza di chi si pente e ritorna al bene, quanto sei pietoso verso chi ti supplica e ti desidera, quanto sei buono verso chi ti cerca, ma che sarai per chi ti trova? Questa sezione evidenzia la misericordia di Dio che viene incontro a chi si pente, riammettendolo continuamente a Sé attraverso la redenzione di Cristo. La salvezza offerta da Cristo riapre una strada altrimenti impossibile, un percorso di continuo ritorno e rinascita alla vita. La vera vocazione di ogni individuo è dare ragione di cosa significhi trovare, riconoscere, ospitare e amare Gesù.

"Jesu Dulcedo Cordium": Dolcezza Ineffabile e Luce della Mente
"Jesu dulcedo cordium, fons vivus lumen mentium; excedens omne gaudium et omne desiderium" - Gesù, dolcezza del cuore, fonte viva e luce della mente; al di là di qualsiasi gioia e qualsiasi desiderio. Questa strofa afferma che la presenza di Cristo non è definibile da una gioia o da un desiderio umano, ma è "Totalmente Altro, Infinitamente Altro". Essa supera qualsiasi immagine di gioia o desiderio che possiamo concepire, ed è la sola capace di illuminare la mente, fecondare la vita, rivelare e rispondere alla verità del nostro desiderio e apportare una gioia unica e irraggiungibile.
L'Inesprimibilità dell'Amore per Gesù
Il tratto dell'inno "Nec lingua valet dicere, nec littera exprimere, expertus potest credere quid sit Jesum diligere" (Né la lingua è capace di dirlo, né qualsiasi scrittura è in grado di esprimerlo... solo chi lo prova, chi ne fa esperienza è in grado di sapere e può credere che cosa sia amare Gesù) sottolinea l'incapacità del linguaggio umano di esprimere pienamente l'essenza dell'amore divino. L'amore per Gesù è un'esperienza che trascende le parole e le descrizioni, una "sconvolgente rivelazione di Dio nella storia" che si può solo incontrare e sperimentare.
La Chiesa e i suoi membri sono chiamati a portare la memoria viva di quest'esperienza, riconoscendo l'inadeguatezza delle parole rispetto alla grandezza di ciò che affermano. Come scrive Papa Benedetto XVI nella "Deus Caritas est", "Il Signore sempre di nuovo ci viene incontro attraverso uomini nei quali egli traspare". Questa esperienza, incontrata nell'umano, rende Cristo un Avvenimento per tutti, una provocazione alla ragione e alla libertà di ogni uomo. La testimonianza è l'affermazione di un'esperienza in atto che indica il cammino per riconoscere e sapere cosa sia amare Gesù.
La preghiera dell'Invitatorio, "Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode", invita a proclamare Cristo con la bocca, ma la capacità di tale affermazione risiede nell'apertura all'iniziativa divina. È fondamentale riconoscere la sproporzione con la Presenza e l'Amore da cui la vita è investita, e di cui è possibile fare esperienza solo in una continua ospitalità, convivenza, sequela e abbandono. L'essenza della proposta cristiana si riassume nell'invito di Gesù a Giovanni e Andrea: "Venite e vedrete".
Il MISTERO dell’ESPERIENZA di PREMORTE che nessuno riesce a spiegare: la TESTIMONIANZA di Gabriele!
"Jesu Rex Admirabilis": La Rivoluzione dell'Amore e della Tenerezza
"Jesu Rex admirabilis et triumphator nobilis, dulcedo ineffabilis, totus desiderabilis. Mane nobiscum Domine et nos illustra lumine, pulsa mentis caligine, mundum reple dulcedine" - Gesù, Re ammirabile e nobile trionfatore, dolcezza ineffabile, totalmente desiderabile. Rimani con noi Signore e illuminaci con la tua luce, dissipa l'oscurità della nostra mente; reso puro, riempimi di dolcezza. Questa richiesta, che richiama quella dei discepoli di Emmaus, invoca la presenza di Cristo per dissipare le tenebre e le paure che spesso avvolgono l'esistenza umana.
Quando il Cuore è Visitato dalla Verità e dalla Carità
"Quando cor nostrum visitas tunc lucet ei veritas, mundi vilescit vanitas et intus fervet Caritas" - Quando fai visita al nostro cuore, allora rifulge su di esso la verità e perde valore la vanità del mondo e dentro di sé arde solo la Carità. La vita investita dalla luce di Cristo smaschera la vacuità dei valori mondani, rivelando la verità e la fecondità di tutte le cose nella legge della Carità. Tutto si accende e si illumina nell'amore divino.
"Jesum omnes agnoscite, amorem eius poscite, Jesum ardenter quaerite, quaerendo in ardescite" - Riconoscete tutti Gesù, chiedete il suo Amore, cercate ardentemente Gesù, e nel cercarlo, nel domandarlo ardete, infiammatevi. Riconoscere, conoscere e amare Gesù è la ragione della vita, la possibilità di amare la vita stessa e il rapporto con la realtà nella sua verità e nel suo compimento. Questo dinamismo si fonda su una domanda continua e mendicante di Lui e del suo Amore, una tensione infiammata di ardore.

"Jesu Flos Matris Virginis": L'Amore che Ci Spinge
"Jesu flos Matris Virginis, Amor nostrae dulcedinis: tibi laus honor numinis Regnum beatitudinis. Jesu summa benignitas, mira cordis iucunditas, in comprehensa bonitas: tua me stringit Caritas" - Gesù fiore di Madre Vergine, Amore della nostra dolcezza: a Te la lode e l'onore della potenza e il Regno dell'assoluta beatitudine. O Gesù, somma e suprema bontà, gioia straordinaria del cuore e insieme tenera benevolenza: la tua Carità mi avvolge e mi strugge. Come afferma San Paolo, "Caritas Christi urget nos" - l'Amore di Cristo è tutto ciò che ci strugge, ci urge e ci spinge.
"Iam quod quaesivi video, quod concupivi teneo; amore Jesu langueo et corde totus ardeo" - Vedo già ciò che ho cercato, ciò che ho cercato mendicandolo. Possiedo tutto ciò che ho ardentemente desiderato e che forma tutto il mio desiderio; languo d'amore o Gesù, per te o Gesù, e ardo tutto nel mio cuore, in tutto il mio cuore. Questa espressione di totale abbandono all'amore di Cristo rivela una completezza e una soddisfazione che superano ogni altro desiderio.
"O Jesu mi dulcissime, spes suspirantis animae, te quaerunt piae lacrymae et clamor mentis intimae" - O Gesù mio dolcissimo, tu sei la speranza dell'anima che sospira, ti cercano mendicanti le lacrime pietose e il grido del profondo dell'animo. La preghiera espressa attraverso le lacrime è considerata una delle forme più autentiche e profonde, capace di esprimere la domanda, il grido e la gioia della vita perdonata.
"Sis, Jesu, nostrum gaudium, qui es futurus praemium: sit nostra in te gloria, per cuncta semper saecula. Amen" - Sii, o Gesù la nostra gioia, tu che sarai l'eterno premio; sia in te la nostra gloria, per ogni tempo. Amen. La vita che riconosce Cristo e vive nella sua memoria è definita e afferrata da questa esperienza, trovando in Gesù la certezza insopprimibile della gioia e la speranza della felicità eterna, capace di vincere ogni condizione avversa.
Il Presepe: Un Vangelo Vivo
Il presepe, così caro al popolo cristiano, è un "Vangelo vivo" che annuncia il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Papa Francesco, nella sua lettera sulla tradizione del presepe, sottolinea come esso inviti a mettersi spiritualmente in cammino, attratti dall'umiltà di Cristo. L'origine del presepe si trova nei racconti evangelici della nascita di Gesù a Betlemme, dove "fu adagiato in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio" (Lc 2,7).
San Francesco e il Primo Presepe a Greccio
L'origine del presepe come lo conosciamo oggi risale a San Francesco d'Assisi, che nel 1223 a Greccio volle "rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato". Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiese a un uomo del posto di aiutarlo a preparare una greppia con fieno, un bue e un asinello. La notte di Natale, molti frati e persone del luogo accorsero, portando fiori e fiaccole. La gente manifestò una gioia indicibile davanti alla scena del Natale. Sulla mangiatoia fu celebrata l'Eucaristia, mostrando il legame tra l'Incarnazione e il sacramento. Tommaso da Celano racconta di una visione meravigliosa, in cui uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso.
Il Messaggio del Presepe: Tenerezza e Umiltà
Con la semplicità di quel segno, San Francesco realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il presepe manifesta la tenerezza di Dio, il Creatore dell'universo che si abbassa alla nostra piccolezza. È un invito a "sentire" e "toccare" la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé, un richiamo a seguirlo sulla via dell'umiltà, della povertà e della spogliazione, dalla mangiatoia alla Croce.

Simbolismo dei Segni nel Presepe
I vari elementi del presepe sono ricchi di significato:
- Il cielo stellato nel buio della notte: Ricorda che anche nei momenti più oscuri della vita, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande sul senso dell'esistenza.
- Le rovine di case e palazzi antichi: Spesso sostituiscono la grotta e rappresentano l'umanità decaduta, tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito, ma che viene redento dalla nascita di Cristo.
- Le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori: Ricordano che tutta la creazione partecipa alla festa della venuta del Messia. I pastori, i più umili e poveri, diventano i primi testimoni della salvezza donata.
- Mendicanti e gente semplice: Simbolizzano coloro che non conoscono altra abbondanza se non quella del cuore, vicini a Gesù Bambino senza che nessuno possa allontanarli. Il presepe evidenzia che Dio si fa uomo per coloro che più sentono il bisogno del suo amore.
- Altre statuine aggiunte dai bambini: Esprimono che nel nuovo mondo inaugurato da Gesù c'è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura.
- Maria: Una madre che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo, testimonianza di abbandono nella fede alla volontà di Dio.
- San Giuseppe: Il custode che protegge la sua famiglia, simbolo di obbedienza alla volontà divina e di prontezza di fronte alle difficoltà.
- Gesù Bambino: Il cuore del presepe. Dio si presenta in un bambino, nella debolezza e fragilità, nascondendo la sua potenza creatrice e trasformatrice. La sua nascita suscita gioia e stupore, rivelando che Dio rinuncia alla sua gloria per farsi uomo.
- I Magi: Uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d'infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio per incontrare Gesù. Insegnano la responsabilità di ogni cristiano di essere evangelizzatore e mostrano che Dio guida la storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili.
Il presepe ci educa a contemplare Gesù, a sentire l'amore di Dio per noi e a credere che Dio è con noi, e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. In questo sta la vera felicità.
Le Beatitudini e lo Spirito Missionario di Daniele Comboni
La logica delle Beatitudini, presentata da Gesù nel Discorso della Montagna, è centrale nello spirito missionario di San Daniele Comboni. Egli non elaborò teorie sulle Beatitudini, ma le fece sue, adottando la "visione che Dio ha del mondo e della storia", e in questa visione fu catturato dalla situazione dei popoli dell'Africa Centrale. La sua vita fu modellata dallo spirito delle Beatitudini, caratterizzata da una "temperamento ilare" e dalla felicità di fronte alla Croce, che, "portata volentieri per amore di Dio, genera il trionfo e la vita eterna".
La Sofferenza di Dio e la Morte-Risurrezione di Gesù
Le Beatitudini sono una proclamazione di felicità e rivelano un Dio Re che ama il suo popolo come un Pastore il suo gregge. La "sofferenza di Dio" è un aspetto profondo, come espresso dal profeta Geremia e dalle lacrime di Gesù. Dio non è uno spettatore impassibile delle sofferenze del mondo, ma "è capace di soffrire per amore della sua creatura". Il primo motivo del dolore di Dio è la sofferenza della sua creatura, la sua autodistruzione, e solo in secondo luogo l'allontanamento da Lui. La capacità di Dio di soffrire è il mistero della sua infinita capacità di amare.
Gesù è l'UOMO-Dio che ha vissuto e insegnato le Beatitudini, essendone il modello e il maestro. Le Beatitudini sono la biografia di Gesù, che ne descrivono le scelte e i comportamenti, riflettendo il volto di Dio Padre. In esse troviamo la povertà in spirito, la mitezza, la misericordia, la purezza di cuore. Tutto si riconduce a una fiducia radicale in Dio e all'obbedienza, senza timore che ciò tolga qualcosa alla responsabilità e alla libertà umana. Gesù, il Crocifisso, vive in quel momento tutte le Beatitudini, splendendo in Lui in maniera unica. Egli, la Vita, sulla Croce consegna tutto se stesso, diventando la più bella espressione dell'amore. Il suo grido sulla croce raccoglie il grido che si eleva dai Calvari di tutto il mondo e di tutti i tempi, figura di ogni essere umano ferito dalla violenza del male e dalla privazione della gloria di Dio.
L'amicizia con Gesù porta gradualmente a vivere i suoi stessi valori e ideali. I destinatari delle Beatitudini sono invitati ad accogliere la proposta di Gesù e ad entrare nel banchetto del Regno. Nonostante la difficoltà del cammino, Gesù li introduce progressivamente al valore assoluto del Mistero del Regno, incarnato nella sua persona e vissuto secondo lo spirito delle Beatitudini. L'ideale proposto da Gesù è difficile, ma il suo Regno è vicino, e i suoi seguaci non saranno colmati di ricchezza o potere, ma di una liberazione integrale dal peccato e di una partecipazione al banchetto del Regno.

La Famiglia dei "Poveri di Spirito"
Le Beatitudini non designano solo categorie sociali, ma la scelta fondamentale di aderire alla realtà vivente di Dio-Padre che riflette il suo Volto in Gesù. Esse designano persone che vivono la povertà, la mitezza, l'afflizione non per condizione di vita ma per fedeltà a Dio e all'uomo. I Beati sono coloro che continuano a sperare in mezzo alle vicissitudini della vita, sperimentando la presenza di Dio Padre nel quotidiano. I "poveri di spirito, i miti, quelli che sono nel pianto, i puri di cuore" costituiscono una sola famiglia, coloro che non cercano ricchezze o agiatezze, che hanno bisogno degli altri e di Dio, e che accolgono Dio che viene per salvarli come Re in Cristo Gesù, riconoscendo il bisogno di Lui e della sua salvezza. Essi assumono la gerarchia dei valori che caratterizzano il Regno di Dio.
Il MISTERO dell’ESPERIENZA di PREMORTE che nessuno riesce a spiegare: la TESTIMONIANZA di Gabriele!
"Astro del Ciel": La Nascita di un Canto di Natale
"Astro del Ciel", o "Stille Nacht", è una delle canzoni di Natale più conosciute e diffuse al mondo. La sua origine risale al 1818, nel piccolo paese di Obendorf, in Austria, quando un giovane sacerdote, padre Mohr, si trovò di fronte a un organo inutilizzabile a causa dei topi e a un coro di bambini disperso. In un momento di sconforto, gli venne in mente il suo amico Franz Grüber, maestro elementare e discreto organista, che se la cavava bene con la chitarra. Padre Mohr gli chiese di musicare un testo che aveva scritto, in fretta, per la Messa di mezzanotte.
Grüber prese la chitarra e compose una melodia semplice e dolce. La notte del 24 dicembre 1818, nella chiesa parrocchiale traboccante di fedeli, padre Mohr e il maestro Grüber si avvicinarono al presepio e intonarono "Stille Nacht". Le parole si persero nel silenzio delle navate, e un attimo dopo l'intero villaggio le ripeteva davanti a Gesù. Da allora, questo canto non ha più smesso di essere cantato, diventando una delle musiche più care del Natale in tutto il mondo. La versione italiana, "Astro del Ciel", è stata rielaborata da Angelo Meli (1901-1970).

La Speranza Eterna e l'Amore del Padre Celeste
La narrazione della perdita e della speranza si intreccia con il messaggio di un Padre celeste che ama ognuno di noi. La storia di Arthur Patton, un giovane morto in guerra, e di sua madre, la signora Patton, illustra il potere confortante del Vangelo. Dopo la tragica morte del figlio, la signora Patton, non membro della Chiesa, fu invitata ad ascoltare una sessione della conferenza generale dove fu pronunciato un discorso intitolato "Signora Patton, Arthur vive". Questo messaggio spiegava il piano della vita e il corso eterno dell'esistenza, offrendo speranza e consolazione. La conoscenza che Dio non ci abbandona mai, che mandò il Suo Unigenito per redimere l'umanità, e che la morte non è una fine definitiva, ma un "arrivederci", può sostenere chiunque nell'angoscia. La signora Patton, dopo aver ascoltato il discorso, scrisse una lettera esprimendo la sua gratitudine per le risposte alle sue molte domande, un'esperienza che il narratore descrive come un miracolo. Il Padre celeste ascolta le preghiere dei cuori umili e le richieste d'aiuto, ed è dispostissimo a darci l'aiuto di cui abbiamo bisogno. La fede in Gesù Cristo ci consente di aprire la porta al Signore e ricevere il Suo sostegno eterno.