Le Violenze nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere: Cronaca, Indagini e Processo

A quasi cinque anni dagli eventi che hanno scosso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, l'attenzione mediatica sulla vicenda si è in gran parte affievolita. Tuttavia, l'iter giudiziario prosegue, cercando di fare luce su quanto accaduto il 6 aprile 2020.

Il Contesto: L'Emergenza COVID-19 e le Proteste Nelle Carceri Italiane

La Tensione negli Istituti Penitenziari

Il marzo 2020, in pieno lockdown per la pandemia di COVID-19, fu un periodo di grande incertezza e isolamento per tutti, ma la situazione nelle carceri era particolarmente critica. L'Amministrazione Penitenziaria adottò un provvedimento che determinò l'improvvisa interruzione dei colloqui visivi con i familiari, una decisione che apparve priva di ragionevolezza e che alterò profondamente la quotidianità dei reparti. Questo scatenò proteste vibranti in diversi penitenziari, tra cui quelle importanti nei carceri di Salerno e Poggioreale, entrambi in Campania. A Salerno, i detenuti presero il controllo di un reparto e a Poggioreale ci fu uno scontro quasi corpo a corpo. Tali agitazioni si diffusero a cascata in altri istituti. È importante notare che si trattò principalmente di proteste di detenuti comuni, un aspetto che fu successivamente oggetto di un'inchiesta ministeriale, che inizialmente paventava una narrazione tossica secondo cui i detenuti di Alta sicurezza avrebbero diretto le proteste dei comuni. Le carceri italiane, già afflitte da sovraffollamento e carenze nei servizi, si trovarono così ad affrontare una crisi senza precedenti, evidenziando la rigidità e le contraddizioni dell'istituzione penitenziaria, incapace di gestire l'emergenza in modo adeguato per la popolazione detenuta.

Foto di un carcere sovraffollato o di detenuti che manifestano pacificamente all'interno

Il Carcere di Santa Maria Capua Vetere: Un Contesto Specifico

Il carcere di Santa Maria Capua Vetere, situato in una periferia urbana di quella che era una zona a vocazione agricola, oggi a ridosso del più grande interporto logistico dell'Europa meridionale (nella Terra di Lavoro), è un istituto particolare. La popolazione carceraria in stato di agitazione era prevalentemente composta da detenuti comuni, spesso appartenenti al sottoproletariato urbano, con percorsi di tossicodipendenza o doppie diagnosi, e che generalmente si trovano ai margini della società. A differenza dei profili detentivi dell'Alta sicurezza, che hanno uno spessore criminale diverso e una maggiore consapevolezza delle dinamiche interne, i detenuti comuni spesso mancano di strumenti per leggere la complessità del penitenziario e per sopperire alle necessità minime.

I Fatti del 5 e 6 Aprile 2020: La "Mattanza"

La Protesta del 5 Aprile e la Risposta Istituzionale

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, la protesta iniziò il 5 aprile 2020 in modo assolutamente pacifico, con una "battitura". I detenuti del reparto Nilo chiedevano mascherine e altri dispositivi di protezione individuale per contenere il rischio di contagio da COVID-19, poiché in quei giorni era stato accertato un primo caso di positività al SARS-CoV-2 nell'istituto. Poco prima delle 20 di quella sera, molti si rifiutarono di rientrare in cella, chiedendo un incontro con i responsabili della struttura. Molte brandine furono spostate nei corridoi a mo' di "barricate". Dopo aver raggiunto una mediazione, la protesta sembrò rientrare nella notte. Il giorno successivo, il Magistrato di sorveglianza fu convocato per parlare con i detenuti, nel tentativo di rasserenare gli animi, poiché i reclusi erano molto spaventati dalla mancanza di mascherine, tracciamenti e test per il virus.

L'Operazione del 6 Aprile: Dettagli e Modalità

Tuttavia, nel pomeriggio del 6 aprile 2020, quella che fu definita dalle indagini una "risposta politica" si trasformò in una vera e propria rappresaglia. Circa 300 poliziotti penitenziari, provenienti sia dall'interno del carcere che da altre strutture (come Secondigliano e Avellino) e inclusi membri del GIR (Gruppo di Intervento Rapido), entrarono nel reparto Nilo in tenuta antisommossa. L'operazione, durata circa quattro ore, aveva l'obiettivo ufficiale di una "perquisizione straordinaria" per trovare armi, ma nei fatti, secondo le indagini della magistratura, si configurò come "perquisizioni personali arbitrarie e abusi di autorità", con l'ordine ufficioso di compiere una rappresaglia a freddo.

I detenuti del reparto Nilo furono fatti uscire dalle loro celle e costretti a passare attraverso "corridoi umani" formati dagli agenti, dove venivano sistematicamente picchiati con manganelli, pugni, calci e schiaffi. La violenza era esercitata indiscriminatamente, anche su uomini immobilizzati, affetti da patologie, aiutati negli spostamenti da altri detenuti o persino su sedie a rotelle. Oltre ai pestaggi, venivano imposte umiliazioni degradanti, come il costringere a bere acqua prelevata dal water o sputi. L'operazione mirava anche a individuare e punire 15 detenuti considerati gli agitatori delle proteste del giorno precedente. Questi furono picchiati duramente e trasferiti in reparti di isolamento, una decisione che coinvolse la catena di comando civile nel tentativo di "giustificare" normativamente i trasferimenti. L'obiettivo sembrava essere quello di dare un segnale forte a tutto il reparto, in un contesto in cui il personale era "stanco", come ammesso da alcune figure coinvolte. L'allora Ministro della Giustizia, Buonafede, offrì pubblicamente solidarietà al personale di polizia penitenziaria.

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Le Vittime delle Violenze

Le immagini del massacro, diffuse dai media, e le testimonianze dei detenuti hanno rivelato la brutalità degli eventi. Tra le vittime, si ricordano casi emblematici come quello di Hakimi, un detenuto algerino con una doppia diagnosi (psichiatrica e dipendenza) e grandi fragilità, che fu tra i 15 "agitatori" individuati, picchiato duramente e sbattuto in isolamento, dove fu trovato dal Magistrato di sorveglianza con gli stessi indumenti strappati e sudici del giorno delle violenze. Un altro caso è quello di Fakhri Marouane, un 30enne marocchino, che al giudice per l'udienza preliminare ha raccontato di essere stato pestato per venti giorni fino al 6 aprile, finendo poi nella "mattanza" dove le telecamere interne lo mostrano inginocchiato e picchiato. Molti altri detenuti, tra i 300 picchiati, uscirono per fine pena con i segni delle percosse, denunciando in prima persona quanto accaduto.

L'Avvio delle Indagini e il Ruolo della Magistratura

La Diffusione delle Immagini e le Prime Denunce

Le immagini della videosorveglianza interna hanno rappresentato un contributo fondamentale per avviare le indagini, mostrando chiaramente i poliziotti penitenziari accanirsi sui detenuti. Oltre ai video, le notizie sulle violenze iniziarono a circolare grazie soprattutto ai familiari che, in videochiamata, videro i segni delle percosse sui loro cari e avvertirono associazioni come Antigone. Le voci arrivarono anche al Magistrato di sorveglianza e numerosi familiari presentarono esposti sull'accaduto. Anche il Garante nazionale, Mauro Palma, e quello regionale della Campania, Samuele Ciambriello, presentarono denunce alle autorità.

Il Ruolo del Magistrato di Sorveglianza e delle Associazioni

Il Magistrato di sorveglianza, che nel nostro ordinamento dal 1975 ha non solo giurisdizione sull'esecuzione della pena ma anche il diritto/dovere di vigilanza, effettuò colloqui con i detenuti successivamente alle proteste del 5 aprile. Comprendendo che qualcosa non quadrava e non riuscendo a parlare con tutti, segnò i nominativi degli altri, dimostrando una capacità di controllo cruciale in un conflitto interno di forze. Le denunce del Garante campano Samuele Ciambriello furono tra le prime presentate alla Procura di Santa Maria Capua Vetere.

Il Sequestro delle Videosorveglianza

Un elemento significativo che testimonia la tensione durante le fasi investigative fu il sequestro delle immagini della videosorveglianza da parte dei carabinieri, un'operazione che si svolse senza collaborazione da parte della polizia penitenziaria. La vicenda è giunta alla magistratura che, dopo mesi di indagini, ha emesso ordinanze cautelari.

Schema che illustra il percorso di una denuncia per tortura in carcere in Italia

L'Iter Giudiziario: Processi, Imputati e Questioni Legali

I Procedimenti in Corso: Numeri e Accuse

Il processo è tutt'ora in corso e rappresenta, nella storia repubblicana italiana, il più grande svolto contro le catene di comando della polizia penitenziaria e dell'amministrazione penitenziaria. Inizialmente, 52 persone tra agenti, medici e funzionari sono state imputate nel processo iniziato nel novembre 2022, per violenze che il GIP Sergio Enea ha definito "una orribile mattanza". Agli imputati viene contestato anche il reato di tortura, introdotto nell'ordinamento giuridico italiano nel 2017. Attualmente, in Corte d'Assise, sono presenti 105 imputati, tra personale di polizia interno al carcere, medici e alti dirigenti dell'Amministrazione penitenziaria. Una seconda inchiesta si è conclusa per 32 imputati, agenti esterni all'istituto che hanno eseguito le operazioni violente del 6 aprile 2020. L'istruttoria è iniziata l'8 marzo 2023, non senza obiezioni difensive, come quella relativa alla trasmissione integrale di Radio Radicale delle udienze di escussione dei testimoni, poi autorizzata dalla Corte.

La Difesa e la Catena di Comando

La strategia della difesa si è orientata a sostenere che i responsabili delle violenze peggiori siano stati gli agenti del personale esterno, non quello del carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'ex capo del DAP, Basentini, ha difeso la legittimità dell'operazione, sostenendo che si trattasse di un'operazione di ordine pubblico, non di polizia giudiziaria, con i presupposti per agire in tenuta antisommossa. Questa interpretazione giuridica ha sollevato forti critiche, ricordando analogie con giustificazioni di rappresaglie in contesti storici gravi. È stato evidenziato quanto sia grave la lentezza nell'identificare gli agenti esterni, considerando che il loro arrivo non può essere stato casuale ma organizzato con ordini di servizio e trasporti, tipici di una struttura militare.

Il Caso del Comandante M.G. e la Sentenza della Cassazione

Nel luglio 2021, il Tribunale del Riesame di Napoli aveva confermato l'ordinanza del GIP per il comandante M.G. (Gaetano Manganelli), accusato di aver concorso a organizzare la "perquisizione straordinaria". La difesa di M.G. sosteneva la sua estraneità alla catena di comando delle violenze, attribuendo la responsabilità al corpo speciale di 200 persone, e che la perquisizione fosse un atto lecito e necessario. Tuttavia, la Cassazione, con sentenza del 9 novembre 2021, ha censurato la qualificazione della responsabilità di M.G. in termini di concorso omissivo, ritenendo che la sua partecipazione fosse stata piena e consapevole, e ha confermato gli elementi del delitto di tortura, calunnia, falso e depistaggio. La Corte ha ritenuto sussistente il "pericolo di reiterazione di reati della stessa specie" data la gravità dei fatti e il ruolo primario, organizzativo e decisionale assunto dall'imputato.

Il Reato di Tortura nel Diritto Italiano

La vicenda di Santa Maria Capua Vetere ha portato per la prima volta l'applicazione dell'articolo 613-bis c.p. (reato di tortura) davanti alla Suprema Corte dall'introduzione della norma nel 2017. Le condotte di tortura commesse da agenti di polizia penitenziaria su detenuti rientrano in questa fattispecie, che tutela l'integrità psico-fisica, distinguendosi dal reato di abuso di autorità contro arrestati o detenuti (articolo 608 c.p.), che tutela la libertà personale residua. Rimane tuttavia controversa la qualificazione della fattispecie di cui all'articolo 613-bis comma 2 c.p., se sia da considerarsi circostanza aggravante o reato autonomo.

I Reintegri degli Agenti e le Loro Implicazioni

Nonostante i processi in corso, in tempi recenti ci sono stati reintegri di agenti coinvolti nell'inchiesta. Nel mese di agosto 2023, altri 22 agenti erano rientrati in servizio. Più di recente, dopo una sospensione iniziata nel giugno 2021, sei agenti della polizia penitenziaria sono stati riammessi in servizio. Tra questi, i due dirigenti Gaetano Manganelli (già M.G.) e Anna Rita Costanzo, capo e vice della Polizia Penitenziaria del carcere, oltre a due ispettori e due assistenti capo. Il Garante campano Samuele Ciambriello ha commentato che, pur rispettando l'autonomia amministrativa del provvedimento, è fondamentale sottolineare che esso è distinto dal merito delle singole responsabilità ancora al vaglio della Corte d'Assise, esprimendo l'auspicio che la sentenza giunga in tempi ragionevoli.

Immagine stilizzata della bilancia della giustizia o di un aula di tribunale

Il Dibattito Politico e le Questioni Aperte

La Proposta di Legge sull'Abrogazione del Reato di Tortura

Il piano processuale si è spesso intersecato con quello politico. Una questione significativa riguarda la notizia della presentazione alla Camera dei deputati di una proposta di legge per l'abrogazione del reato di tortura, introdotto nel 2017 dopo lunghi anni di discussioni. Questa iniziativa, come anche il "Decreto sicurezza", solleva interrogativi sulla volontà politica di affrontare complessivamente la gestione sistemica dell'istituzione penitenziaria e la protezione dei diritti dei detenuti. Separare le responsabilità individuali dalla gestione complessiva dell'istituzione carceraria rappresenterebbe una grave leggerezza.

La Necessità di Fare Luce

Sulle vicende accadute dentro e fuori i reparti del carcere di Santa Maria Capua Vetere vi è ancora la necessità di fare piena luce. La complessità dell'iter giudiziario, le diverse fasi processuali e le questioni legali sollevate evidenziano l'importanza di un'attenta valutazione di tutte le responsabilità e di un'applicazione rigorosa della legge, a tutela dei diritti umani e della dignità di ogni persona.

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