Indagini e processi legati alla criminalità organizzata in provincia di Cosenza
Il processo denominato "Recovery" prosegue con l'escussione dei testimoni che hanno preso parte alle indagini. Alla sbarra figurano oltre 100 persone accusate, a vario titolo, di essere parte di una rete di intrecci tra 'ndrangheta, narcotraffico, usura ed estorsioni nell'area urbana e nella provincia di Cosenza.
L'operazione condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia, scattata all'alba del 14 maggio 2024, ha coinvolto 176 persone. L'inchiesta, ritenuta il prosieguo della maxi-operazione "Reset", mira a indagare le dinamiche interne ai clan cosentini impegnati nel convogliare nella "bacinella" delle cosche i guadagni derivanti dalle attività illecite. Il gruppo degli italiani, secondo l'accusa, opererebbe in accordo con gli "zingari" ed è capeggiato da Francesco Patitucci, per il quale la DDA ha recentemente richiesto una condanna a 20 anni di reclusione tramite rito abbreviato.

Il processo ordinario e le testimonianze in aula
In attesa della pronuncia del Gup di Catanzaro sulle posizioni di Patitucci e di altri 75 imputati, a Cosenza prosegue il processo ordinario per circa 100 persone. Nei giorni scorsi, il collegio giudicante del Tribunale di Cosenza, presieduto da Paola Lucente con a latere i giudici Marco Bilotta e Fabio Giuseppe Squillaci, ha terminato l'escussione di un teste di polizia giudiziaria, iniziata nelle udienze precedenti. Si tratta di un maresciallo che, in aula, ha risposto alle domande del pubblico ministero Corrado Cubellotti e dei difensori degli imputati coinvolti nelle vicende esaminate.
Tra gli argomenti trattati, il maresciallo ha fornito dettagli sulle analisi effettuate sui cellulari sequestrati a Diego Porco al momento del suo arresto: uno smartphone e un mini telefono. Questi dispositivi, secondo le ricostruzioni presentate in aula, sarebbero stati utilizzati per comunicare anche con Riccardo Gaglianese, detenuto nel carcere di Catanzaro. Gaglianese, nei mesi precedenti, era stato condannato a 20 anni di reclusione in abbreviato (insieme alla compagna Giada Pino, condannata a 4 anni) nel processo "Open Gates", relativo a un circuito di droghe e comunicazioni telefoniche nel carcere di Siano.
Le conversazioni e le ipotesi investigative
I messaggi rinvenuti nel cellulare di Diego Porco, scambiati con Giada Pino, sembrerebbero contenere sollecitazioni a tenere a portata di mano il "piccolino", ovvero il micro-telefono, con frasi come: "tieni vicino il telefono" e "30 minuti e ti chiama". La difesa ha sostenuto che tali comunicazioni potessero rientrare nell'ambito professionale, dato che la donna lavorava all'epoca con Diego Porco in un'autofficina e gestiva un'attività di autonoleggio.
Dalle conversazioni emerse, Gaglianese avrebbe chiesto, dal carcere tramite l'utenza del micro telefono, se un'altra persona indicata come "Cesar" disponesse anch'egli del "piccolino" per poterlo contattare. Successivamente, avrebbe preteso spiegazioni sul mancato riscontro, ricevendo rassicurazioni quali: "tra poco ci troviamo".
Il teste ha inoltre riferito di dialoghi captati tra Diego Porco e Bruno Carlo (in attesa di giudizio in abbreviato, per il quale sono stati chiesti 20 anni). Secondo l'accusa, tali discussioni sarebbero riconducibili a stupefacenti recapitati in carcere a Gaglianese, con frasi come: "Gliel’hai mandata buona a Riccardo?"; "Voleva le canne e 5 grammi"; "L’altra volta gli ho mandato 100 grammi di erba a Paola".
Un ulteriore elemento emerso riguarda i rapporti tra coimputati, con l'ipotesi che Diego Porco rifornisse di armi Carlo Bruno. Tale ipotesi si baserebbe sul ritrovamento, nel 2021, in un garage nei grattacieli di via degli Stadi, dove risiedeva Diego Porco, di mezzo chilo di cocaina, una mitraglietta Uzi con silenziatore, 100 proiettili di pistola calibro 9 e un ordigno esplosivo di grosse dimensioni.

Episodio di violenza alla Casa dell’Immacolata di Udine
In un contesto completamente differente, venerdì 29 agosto si è verificato un grave episodio di violenza presso la Casa dell’Immacolata, una struttura di accoglienza per giovani situata a Udine. Intorno alle ore 22, una violenta lite tra alcuni ospiti è degenerata in una vera e propria rissa, causando danni alla struttura e l'utilizzo improprio degli estintori, svuotati durante il parapiglia.
L'incidente ha riacceso il dibattito sulla gestione della struttura e sul suo impatto sul quartiere. Un esponente di Fratelli d'Italia ha definito la situazione "insostenibile", citando continue segnalazioni dei residenti e immagini che documenterebbero modalità di gestione dell'accoglienza critiche. Viene inoltre lamentata una presunta disparità di trattamento rispetto ad altre realtà cittadine.
I residenti esprimono esasperazione e richiedono interventi urgenti da parte dell'amministrazione comunale. Si sollecita una presa di posizione decisa da parte del sindaco Alberto Felice De Toni, dell'assessore Gasparin, del Questore e del Prefetto, al fine di ristabilire l'ordine pubblico e garantire la sicurezza della comunità.
Nel quartiere si registra un crescente malcontento, con cittadini che lamentano da tempo situazioni di disagio, rumori notturni e preoccupazioni legate alla sicurezza. La struttura, che ospita minori stranieri non accompagnati, è stata teatro di episodi di violenza in passato, con scontri tra diverse nazionalità.
La scintilla che ha innescato la recente lite, poi sfociata in rissa, sarebbe stata il diniego da parte di un operatore alla richiesta di accendere la radio in auto. Il ragazzo nordafricano, prima di rientrare nella struttura, avrebbe allertato i propri connazionali, portando a uno scontro di gruppo con i sostenitori di un giovane bengalese.

MINORI TURBOLENTI: RISSA IN STAZIONE E TENSIONE ALLA CASA DELL'IMMACOLATA | 30/03/2024
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