Gloria in excelsis Deo: significato e storia di un inno millenario

L'inno Gloria in excelsis Deo, noto anche come inno angelico o semplicemente Gloria, è una delle preghiere più antiche e solenni della liturgia cristiana. Contrariamente a quanto il suo riferimento alla nascita di Gesù potrebbe suggerire, questo inno ha un carattere prevalentemente pasquale ed è una lode a Cristo, acclamato come Signore, Dio, Re, Agnello di Dio, Figlio Unigenito del Padre e Santo.

Origini e significato teologico

Le parole del Gloria affondano le loro radici nei primi secoli del cristianesimo. La versione latina, la più diffusa, inizia con "Gloria in altissimis Deo", dove "altissimis" è inteso in senso geografico e fisico, a differenza di "excelsus", che indica una qualità superiore. È interessante notare come la Vergine Maria non venga mai menzionata direttamente in questa preghiera. Il testo contiene una professione di fede che riecheggia alcuni punti fondamentali del Credo Niceno, come l'affermazione di Gesù Cristo come "unigenito Figlio di Dio".

Il Gloria in excelsis Deo e il Te Deum sono definiti "salmi idiomatici" per la loro struttura metrica e musicale, simile a quella del Salterio biblico. La loro funzione primaria è quella di innalzare lode e ringraziamento a Dio, celebrandone la grandezza e la santità.

Illustrazione stilizzata degli angeli che cantano il Gloria sopra la scena della Natività

Svolgimento liturgico

Nella liturgia cattolica, il Gloria viene recitato o cantato in momenti specifici. Tradizionalmente, viene intonato dal sacerdote o dal cantore all'inizio della Messa, dopo l'Atto Penitenziale, ma prima della Liturgia della Parola. L'esecuzione può avvenire in diverse modalità: da tutti i partecipanti simultaneamente, dal popolo in alternanza con la schola, o dalla sola schola. Durante la recita della frase iniziale, il sacerdote compie gesti specifici, come stendere le mani e chinare il capo, a sottolineare la reverenza verso Dio.

Nel rito ambrosiano, il Gloria viene recitato o cantato dopo l'Atto Penitenziale. La Chiesa d'Inghilterra, nel Book of Common Prayer del 1549, lo collocava nello stesso punto del rito romano, per poi spostarlo alla fine della celebrazione. L'edizione statunitense del 1928 e il Continuing Anglican movement permettono l'uso del Gloria in excelsis al posto del Gloria Patri alla fine dei salmi o dei cantici nella Preghiera della Sera.

Storia e evoluzione

La tradizione attribuisce a Papa Telesforo (128-139 d.C.) l'ordinanza di recitare l'inno angelico durante le messe notturne per la nascita del Signore. Inizialmente, il Gloria veniva pronunciato solo dal vescovo dopo l'introito e il Kyrie. La sua introduzione nella liturgia natalizia segnò un passaggio importante, estendendosi successivamente alle domeniche e ad altre feste solenni, ma inizialmente riservato ai vescovi.

L'Ordo Romanus I (VII-VIII secolo) indica che il pontefice iniziava il Gloria "se è il tempo appropriato", sottolineando che i preti potevano recitarlo solo a Pasqua. Il testo latino antico, pur esistendo precedentemente in greco, è tradizionalmente attribuito a Sant'Ilario di Poitiers (morto nel 366), che avrebbe imparato l'inno durante il suo esilio in Oriente.

La versione latina presenta differenze rispetto a quella greca, aggiungendo frasi come "Tu solus altissimus" e "Cum sancto Spiritu". Nel corso dei secoli, l'inno è stato ulteriormente esteso e integrato nella liturgia, diventando parte integrante della Messa, ad eccezione dei tempi penitenziali (Avvento e Quaresima).

Manoscritto medievale con il testo del Gloria

Il Gloria nel contesto della Messa

Il Gloria è considerato un "inno idiomatico", paragonabile per struttura e musicalità ai Salmi. La sua recita o il suo canto segnano un momento di lode e ringraziamento collettivo, un'esplosione di gioia che segue il perdono ricevuto nell'Atto Penitenziale. È un'espressione della fede della Chiesa che celebra la grandezza di Dio, la redenzione operata da Cristo e la presenza dello Spirito Santo.

La sua importanza è tale che la sua omissione (ad esempio, durante l'Avvento e la Quaresima) viene percepita come una vera e propria mancanza. Il suo significato si lega profondamente al mistero pasquale, celebrando la vittoria di Cristo sulla morte e la sua gloriosa risurrezione.

Il Te Deum: un inno di ringraziamento

Il Te Deum laudamus, comunemente noto come Te Deum, è un altro inno antico e solenne, strettamente legato al Gloria nella sua importanza liturgica. Viene intonato in circostanze particolari come ringraziamento, ad esempio all'elezione di un Pontefice, alla fine di un Conclave, al termine dei Concili e, significativamente, nell'ultimo giorno dell'anno civile.

La sua ragione d'essere è il ringraziamento per qualcosa che si è compiuto e che sta per ricominciare, sottolineando la responsabilità e l'impegno necessari. Viene concordemente attribuito a Niceta, vescovo di Remesiana (fine IV secolo). Insieme al Gloria, è considerato uno degli inni più antichi e simbolici del sacro.

Il Te Deum è un inno proteso verso l'alto, rivolto a Dio Padre, con invocazioni ad angeli, apostoli, profeti e all'intera umanità. Descrive una liturgia celeste alla quale partecipano anche gli uomini, esprimendo un ringraziamento umile e un'accettazione paziente delle prove della vita terrena, riconoscendo la necessità della misericordia divina.

Illustrazione che rappresenta il Te Deum come un ponte tra la terra e il cielo

Struttura e contenuto del Te Deum

Il testo del Te Deum si articola in diverse sezioni:

  • Lode a Dio Padre: "Noi ti lodiamo, Dio, ti proclamiamo Signore. O eterno Padre, tutta la terra ti adora."
  • Inno delle potenze celesti: "A te cantano gli angeli e tutte le potenze dei cieli: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell'universo. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria."
  • Lode dei santi e della Chiesa: Si menzionano il coro degli apostoli, la schiera dei martiri, le voci dei profeti e la santa Chiesa che proclama la gloria di Dio, adora il Figlio e lo Spirito Santo.
  • Invocazione a Cristo: Viene acclamato come re della gloria, eterno Figlio del Padre, nato dalla Vergine Madre, vincitore della morte, seduto alla destra di Dio.
  • Supplica: Si chiede soccorso, accoglienza nella gloria e salvezza per il popolo di Dio.
  • Benedizione e speranza: Si benedice il nome di Dio per sempre e si esprime la speranza in Lui.

Il triplice "Sanctus" nel Te Deum richiama il "Santo, Santo, Santo" pronunciato dopo il Prefazio nella Messa. Il canto del Te Deum avviene a cori alterni, tra celebrante e assemblea.

Il Gloria e il Te Deum nella musica

Entrambi gli inni hanno ispirato innumerevoli compositori nel corso dei secoli, dando vita a capolavori musicali di grande valore. Dal canto gregoriano, che ne enfatizza la dolcezza e il ritmo sommesso, alle elaborate composizioni polifoniche del Rinascimento (Palestrina, Victoria), fino alle interpretazioni barocche (Lully, Charpentier, Händel) e classiche (Haydn, Mozart). Ogni epoca ha reinterpretato questi testi sacri, riflettendo le proprie sensibilità musicali e artistiche.

Compositori come Bruckner, Verdi, e persino Mahler, hanno lasciato testimonianze della profonda spiritualità e della potenza espressiva di questi inni. Il Preludio del Te Deum di Marc-Antoine Charpentier, in particolare, è diventato celebre come sigla di apertura dei programmi in Eurovisione della Rai, associato a un senso di vittoria ed energia.

GOSP - Giovane Orchestra Spezzina, esecuzione virtuale del Te Deum di Charpentier

Anche compositori più recenti come Ennio Morricone hanno esplorato queste forme musicali, mescolando parodia e lirismo. La musica sacra, attraverso il Gloria e il Te Deum, continua a essere un veicolo potente per esprimere la fede, la lode e la speranza.

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