Le Meditazioni Quaresimali di Raniero Cantalamessa: Percorsi di Fede e Interiorità

Le meditazioni proposte durante la Quaresima, guidate dal Cardinale Raniero Cantalamessa, Predicatore della Casa Pontificia, invitano a un profondo cammino di riflessione e conversione. Queste catechesi, spesso tenute nell'Aula Paolo VI alla presenza di Papa Francesco, offrono spunti preziosi per vivere il tempo quaresimale, approfondendo temi quali il ruolo della Madre di Dio, il mistero eucaristico e l'importanza dell'interiorità.

Cardinale Raniero Cantalamessa in meditazione

La Presenza di Maria nel Mistero della Salvezza

Proseguendo un percorso iniziato in Avvento, le riflessioni quaresimali spesso si concentrano sulla figura di Maria, la Madre di Dio. Sebbene non si parli di lei moltissimo nel Nuovo Testamento, la sua presenza è fondamentale nei tre momenti costitutivi del mistero della salvezza.

  • Nell'Incarnazione, come già approfondito nelle meditazioni dell'Avvento, Maria è al centro del mistero.
  • Nel Mistero pasquale, è scritto che «presso la croce di Gesù stava sua madre» (cf Gv 19, 25).
  • Nella Pentecoste, lo Spirito Santo discese sugli apostoli mentre «erano assidui e concordi nella preghiera con Maria, la madre di Gesù» (cf At 1, 14).

Queste tre presenze di Maria nei momenti-chiave della salvezza non sono un caso, ma le assicurano un posto unico accanto a Gesù nell’opera della redenzione. Maria ci guida alla comprensione profonda della Pasqua e alla partecipazione alle sofferenze di Cristo, invitandoci con le parole di una madre: “Andiamo anche noi a morire con lui!” (Gv 11, 16).

Il Cammino Pasquale di Maria: La Kenosi della Madre

Il Mistero pasquale non inizia per Gesù solo con la cattura nell'orto, ma permea tutta la sua vita, dalla salvezza di Giovanni Battista come l'Agnello di Dio. Parallelamente, anche per Maria il Mistero pasquale iniziò assai per tempo. Già le parole di Simeone sulla spada che le avrebbe trapassato l’anima contenevano un presagio che ella conservava nel suo cuore.

Il cammino di santità spesso include un tempo di purificazione e spoliazione, la cosiddetta notte della fede. San Giovanni Paolo II, nell'enciclica «Redemptoris Mater», applica alla vita della Madonna la categoria della kenosi, con cui san Paolo ha spiegato la vicenda terrena di Gesù: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso, la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò (ekénosen) se stesso” (Fil 2, 6-7). Maria, mediante la fede, è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione, partecipando al mistero ai piedi della croce, ma questo processo iniziò ben prima, a Nazareth e durante la vita pubblica di Gesù.

Un grande progresso nella devozione alla Madonna, post-Concilio Vaticano II, ha portato a riconoscere che Maria non fu esentata da dolori, fatica, dubbio, tentazione, ignoranza e morte, come un tempo si pensava per via della sua immacolatezza. Oggi, la sua santità è spiegata non tanto dal privilegio, quanto dalla sua fede in progresso, che non diminuisce, ma accresce la sua grandezza spirituale. La grandezza di una creatura davanti a Dio si misura da ciò che Dio le chiede, non solo da ciò che le dà.

Episodi Evangelici di Spoliazione di Maria

Nei Vangeli, alcuni episodi, che un tempo creavano disagio, ora illuminano il cammino di fede di Maria:

  • Lo smarrimento di Gesù nel tempio (cf Lc 2, 41 ss): Fu l'inizio della spoliazione per Maria, che, ritrovandolo, si sentì chiedere: “Perché mi cercavate?”.
  • Le nozze di Cana (Gv 2, 4): Alla sua richiesta, Gesù rispose: “Che c'è tra me e te, o donna?”, parole che Maria non comprese pienamente allora.
  • Durante la vita pubblica di Gesù (cf Mc 3, 20): Quando Maria e i suoi parenti andarono a cercarlo, Gesù disse: «Fuori c'è tua madre che ti vuole parlare», ma egli rispose: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre». Questo generò per lei un'amarezza di rifiuto in quel momento.
  • L'assenza di Maria dal «seguito femminile di Gesù» (cf Lc 8, 2-3): Tra le donne che assistevano Gesù con i loro beni, la madre non figurava, un dettaglio significativo per una madre che avrebbe desiderato prendersi cura del figlio.
Maria ai piedi della croce (dipinto classico)

Questa serie di fatti e parole indica che Maria attraversò la sua kenosi. La sua maternità divina, pur avendo un aspetto "carnale" nel senso positivo, richiese la rinuncia a ciò che di umanamente esaltante vi era nella sua vocazione. Seguiva Gesù «come se non fosse» la madre, vivendo una povertà spirituale nel suo grado più alto, lasciandosi spogliare di tutti i privilegi, senza potersi appoggiare su nulla del passato o del futuro. È una specie di «notte oscura della memoria», un dimenticare il passato per essere protesi unicamente verso Dio, vivendo in pura speranza.

Gesù agì con Maria come un direttore spirituale esigente, spingendola verso la totale spoliazione in vista dell’unione con Dio, insegnandole il rinnegamento di sé. Maria reagì con il silenzio, non di ripiegamento, ma un silenzio buono, come si vede a Cana, dove, capendo nella fede, disse ai servi: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5). Questo non significò assenza di lotta o fatica nel credere, ma una profonda adesione alla volontà divina. In questo cammino, Maria scopriva una gioia nuova, diversa dalle gioie materne, una gioia nel credere e nel dare a Dio il più prezioso, una «gioia dell’incomprensibilità» (santa Angela da Foligno), che nasce dal comprendere che Dio è più grande di quanto si possa concepire.

La consolante certezza che ricaviamo è che abbiamo una Madre capace di compatire le nostre infermità, essendo stata provata in ogni cosa, eccetto il peccato. Ora glorificata, Maria può condurci, dicendo: “Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo” (1 Cor 11, 1).

COME È MORTA LA VERGINE MARIA: la VERA STORIA sulla Vita e la MORTE della Vergine MARIA.

Il Mistero Eucaristico: Offerta di Vita e Morte

Un'altra delle meditazioni del Cardinale Cantalamessa si concentra sul mistero eucaristico, tema centrale del ciclo di catechesi quaresimali, soffermandosi sulla Preghiera eucaristica, o anafora, e in particolare sulla consacrazione, sia dal punto di vista liturgico-rituale che teologico-esistenziale. Al Padre arriva l’offerta pagata da uno solo, Cristo, ma con la firma di tutti i fratelli.

Occorre, dopo aver detto «Prendete, mangiate», realmente lasciarsi “mangiare” dagli altri, soprattutto «da chi non lo fa con tutta la delicatezza e il garbo che ci aspetteremmo». Sant’Ignazio di Antiochia scriveva: «Io sono frumento di Cristo: che io sia macinato dai denti delle fiere, per diventare pane puro per il Signore». Ognuno ha «denti acuminati di fiere che lo macinano: sono critiche, contrasti, opposizioni nascoste o palesi, divergenze di vedute, diversità di carattere». Se nella consacrazione diciamo: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo. Prendete, bevete: questo è il mio sangue”, dobbiamo comprendere il significato di queste parole.

Nel linguaggio biblico, la parola “corpo” non indica una componente dell'uomo, ma «tutto l'uomo, in quanto vive la sua vita in un corpo, in una condizione corporea e mortale». Indica, quindi, “tutta la vita”. Gesù, istituendo l’Eucaristia, ha donato tutta la sua vita, dall'incarnazione alla morte, con tutto ciò che l'ha riempita: silenzio, sudori, fatiche, preghiera, lotte, umiliazioni. Non la “vita” in astratto, ma il “vissuto”. Quando Gesù dice: «Questo è il mio sangue», aggiunge la morte. Il termine “sangue” nella Bibbia indica non una parte del corpo, ma «un evento: la morte». Se il sangue è la sede della vita, il suo “versamento” è il «segno plastico della morte». L’Eucaristia è, dunque, «il mistero del corpo e del sangue del Signore, cioè della vita e della morte del Signore!»

L'Offerta Personale del Fedele

Cosa offre il fedele quando, insieme con Gesù, offre il corpo e il sangue nella Messa? «Offriamo - ha detto Cantalamessa - anche noi quello che offrì Gesù: la vita e la morte». Con la parola “corpo”, doniamo «tutto ciò che costituisce concretamente la vita che conduciamo in questo mondo, il nostro vissuto: tempo, salute, energie, capacità, affetto, magari soltanto un sorriso». Con la parola “sangue”, esprimiamo «l'offerta della nostra morte», che non è solo quella definitiva, ma tutto ciò «che in noi, fin d’ora, prepara e anticipa la morte: umiliazioni, insuccessi, malattie che immobilizzano, limitazioni dovute all’età, alla salute»: tutto ciò, in una parola, che “mortifica”.

Celebrare la Messa con questa partecipazione personale significa che, «appena usciti dalla messa, dobbiamo fare anche noi della nostra vita un dono d’amore al Padre e per i fratelli». Un sacerdote, un parroco, un vescovo, che celebra la sua Messa con questa consapevolezza, rende eucaristia tutta la sua giornata, imitando il “buon Pastore” che dà «la vita per le sue pecorelle».

Rappresentazione artistica dell'Eucaristia

L'Eucaristia e la Chiesa: Il Sacerdozio di Cristo e dei Fedeli

L'approccio moderno all'Eucaristia, influenzato dal riavvicinamento tra cristiani ed ebrei post-Concilio Vaticano II, riconosce la sua matrice ebraica. L'Eucaristia è il compimento del pasto rituale ebraico (Seder, culto sinagogale), da cui deriva il primo nome paolino di “pasto del Signore” (kuriakon deipnon) (1 Cor 11, 20).

Nel momento in cui Gesù, alla fine del pasto rituale ebraico, aggiunge alle preghiere di ringraziamento (berakah) le parole “Questo calice è la nuova Alleanza nel mio Sangue che è sparso per voi” (Lc 22, 20), egli dichiara conclusa la vecchia Alleanza. Con “fate questo in memoria di me”, Gesù conferisce una portata duratura al suo dono, proiettando nel futuro l'atto centrale della storia umana: la sua morte per il mondo.

Noi, sacerdoti e fedeli, agiamo «in persona Christi», rappresentando il Sommo Sacerdote. La Lettera agli Ebrei spiega l'unicità del sacerdozio di Cristo: «Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna» (Eb 9, 12). Sant’Agostino riassume: «Ideo sacerdos quia sacrificium», sacerdote perché vittima. In Cristo, è Dio che si fa vittima per l'umanità, portando i nostri peccati nel suo corpo sulla croce (1 Pt 2, 24).

Sull'altare sono presenti due corpi di Cristo: il suo corpo reale (nato da Maria Vergine, morto, risorto e asceso al cielo) e il suo corpo mistico che è la Chiesa. La Chiesa stessa si offre («In ciò che offre, la Chiesa offre se stessa», Agostino). Vi sono due «epiclesi» nella Messa: la prima invoca lo Spirito per santificare i doni (pane e vino) affinché diventino il corpo e il sangue di Cristo; la seconda, dopo la consacrazione, chiede la pienezza dello Spirito Santo perché i fedeli diventino «in Cristo un solo corpo e un solo spirito». L'Eucaristia non è solo la sorgente della santità della Chiesa, ma ne è anche la «forma», il modello, rendendo la santità del cristiano una santità eucaristica.

L'Urgenza dell'Interiorità: "In Te Ipsum Redi"

Durante il tempo di Quaresima, le meditazioni richiamano l'appello di Sant’Agostino: “In te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas” (Rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità). Questo è un invito a rifugiarsi nel deserto interiore del cuore, un “luogo” dove si entra in contatto con il Dio vivente. L’episodio di Zaccheo, che cerca Gesù fuori tra la folla ma viene invitato a farlo scendere in casa propria (Lc 19, 5), simboleggia la necessità di questa conversione interiore.

L'interiorità è un valore in crisi nella civiltà moderna. La “vita interiore”, un tempo sinonimo di vita spirituale, è ora guardata con sospetto. Questo calo della stima dell'interiorità è dovuto sia alla nostra natura umana, che tende all'esterno, sia a cause più specifiche e attuali, come l'emergenza del "sociale" e un'interpretazione della "Chiesa per il mondo" che talvolta porta a una "fuga verso il mondo", anziché dal mondo. L'abbandono dell'interiorità è un aspetto pericoloso del secolarismo.

Persona in meditazione in un luogo sereno

La Crisi dell'Esteriorità e la Ricerca del Silenzio

La civiltà attuale è tutta proiettata all'esterno. Come l'uomo che esplora lo spazio ma ignora ciò che avviene sotto la crosta terrestre, così «anche noi sappiamo, ormai in tempo reale, quello che avviene all’altro capo del mondo, ma ignoriamo quello che si agita nel fondo del nostro cuore». L'evasione è quasi istituzionalizzata, e il silenzio fa paura. La ricerca ossessiva di rumore e distrazione impedisce di pensare, di fare scelte libere, di ritrovare se stessi e, in se stessi, Dio. È necessario opporsi con un risoluto “no!” a questo svuotamento, riscoprendo luoghi e tempi di silenzio e contemplazione.

L'interiorità è la via a una vita autentica. Come il figliol prodigo, che “rientrò in se stesso” (Lc 15, 17) prima di intraprendere il ritorno a casa, la conversione esterna è preceduta e valorizzata da quella interiore. Non solo i giovani, ma anche le persone impegnate nella Chiesa sono insidiate dalla “dissipazione”, una “malattia mortale” che porta a vivere come «un vestito rovesciato, con l’anima esposta ai quattro venti». Molti si ritrovano prigionieri dell'esteriorità, incapaci di rientrare nel proprio “castello interiore”. La scomparsa del silenzio è un sintomo grave, tanto da porre il dilemma: “O silenzio o morte!” per molti ambienti religiosi.

L'obiezione che Dio si trova fuori, nei fratelli, nei poveri, nell'Eucaristia, è vera, ma «dove è che “incontri” veramente il fratello e il povero, se non nel tuo cuore?». L'insistenza sull'interiorità non si oppone all'azione, ma a un modo superficiale di agire. Come il Verbo si incarnò senza abbandonare il seno del Padre, anche noi dobbiamo andare verso il mondo senza uscire mai del tutto da noi stessi. Mosè, Francesco d'Assisi e Caterina da Siena offrono esempi di come coltivare l'interiorità attraverso un "eremitaggio interiore" o una "cella interiore", luoghi di ritiro mentale per riannodare un contatto vivo con la Verità che abita in noi.

COME È MORTA LA VERGINE MARIA: la VERA STORIA sulla Vita e la MORTE della Vergine MARIA.

La Trasfigurazione di Gesù: Un Cristianesimo con Cristo

Il brano evangelico della Seconda Domenica di Quaresima (Mc 9, 2-10) narra la Trasfigurazione di Gesù. Su un alto monte, il suo volto brillò di una luce sfolgorante, Mosè ed Elia apparvero conversando con lui. Questo evento rivelò per un momento la realtà divina di Gesù, e dalla nube luminosa si udì la voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!”. Questo imperativo divino non è rivolto solo ai tre discepoli sul Tabor, ma a tutti i discepoli di Cristo di ogni tempo.

Cantalamessa invita a chiedersi perché la fede e le pratiche religiose siano in declino, causando noia e fatica. La risposta, talvolta, è un «cristianesimo senza Cristo», dove Cristo è impersonale, lontano, un estraneo, pur essendo notissimo. Per cambiare, è necessario un incontro personale con Cristo, simile all'innamoramento, dove l'altro diventa l'unico, il centro dell'interesse, e tutto il resto indietreggia. Non si agisce più per costrizione, ma per attrazione.

Gesù si vede e si tocca «con altri occhi e con altre mani: quelli del cuore, della fede». Egli è risorto e vivo, un essere concreto. L'esempio più forte è san Paolo, la cui vita fu divisa in un “prima” e un “dopo” l’incontro con Cristo. Per "frequentare" Gesù e conoscerlo in modo trasfigurato, bisogna leggere i Vangeli, le sue “lettere d'amore”, e cercare i suoi amici, la sua "casa".

Dipinto della Trasfigurazione di Cristo (es. Raffaello)

Dove Gesù Parla e Dove Non Parla

L'imperativo “Ascoltatelo!” invita a discernere dove Gesù parla e dove no. Egli parla anzitutto attraverso la nostra coscienza, ma essa deve essere illuminata dal Vangelo e dall'insegnamento della Chiesa. Il Vangelo è il luogo per eccellenza in cui Gesù parla oggi, ispirando ideali come la non-violenza (Gandhi) e principi sociali (marxismo). Ma il luogo ordinario dove Gesù parla è la Chiesa, attraverso la sua tradizione e il magistero dei successori degli apostoli, garantendo un'interpretazione autentica.

È altrettanto cruciale sapere dove Gesù non parla. Egli non parla attraverso maghi, indovini, negromanti, oroscopi, sedicenti messaggi extraterrestri, sedute spiritiche o occultismo. Questi sono modi pagani di rapportarsi al divino, basati sulla furbizia anziché sull'obbedienza, la fiducia e l'amore. Con la parola divina “Ascoltatelo!”, tutto ciò è finito; c'è un solo mediatore tra Dio e gli uomini.

Oggi, purtroppo, questi riti pagani sono tornati di moda, e la diminuzione della vera fede aumenta la superstizione. Gli oroscopi, per esempio, sebbene possano sembrare innocui, inducono a pensare che il successo dipenda da fattori esterni e che la responsabilità del bene e del male non sia nostra, ma delle "stelle". Allo stesso modo, nel campo delle rivelazioni private, messaggi celesti e apparizioni, occorre estrema cautela. Prima di dar per scontato che si tratti di Cristo o della Madonna, è necessario attendere il giudizio della Chiesa, senza anticiparlo, poiché abbiamo già tutto ciò che occorre per conoscere la volontà di Dio nel Vangelo e nella tradizione. San Giovanni della Croce affermava che, da quando Gesù ha detto sul Tabor “Ascoltatelo!”, Dio è diventato, in certo senso, muto, avendo già rivelato tutto e non avendo cose nuove da aggiungere.

Le Letture della Seconda Domenica di Quaresima (Anno B)

Le letture bibliche proposte per la Seconda Domenica di Quaresima (Anno B) sono fondamentali per la comprensione del messaggio quaresimale e si collegano profondamente alle meditazioni proposte.

  • Antifona d'ingresso

    Di te dice il mio cuore: "Cercate il suo volto".

    Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto.

    Ricorda, Signore, il tuo amore e la tua bontà,

    le tue misericordie che sono da sempre.

    Non trionfino su di noi i nostri nemici; libera il tuo popolo,

    Signore, da tutte le sue angosce.

  • Prima Lettura (Gn 22, 1-2. 9a. 10-13)

    In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va' nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l'ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

    L'angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.

  • Salmo Responsoriale (Dal Sal 115)

    R. Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.

    Ho creduto anche quando dicevo:

    «Sono troppo infelice».

    Agli occhi del Signore è preziosa

    la morte dei suoi fedeli.

    Ti prego, Signore, perché sono tuo servo;

    io sono tuo servo, figlio della tua schiava:

    tu hai spezzato le mie catene.

    A te offrirò un sacrificio di ringraziamento

    e invocherò il nome del Signore.

    Adempirò i miei voti al Signore

    davanti a tutto il suo popolo,

    negli atri della casa del Signore,

    in mezzo a te, Gerusalemme.

  • Seconda Lettura (Rm 8, 31b-34)

    Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà?

  • Vangelo (Mc 9, 2-10)

    In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi qui stare; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti.

  • Antifona alla Comunione

    "Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo".

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