Laddove la Volontà salvifica di Dio si manifesta esplicitamente alla coscienza del credente, nelle realtà che strutturano la vita della Chiesa o attraverso una persona designata per svolgere un ruolo specifico, ha luogo un avvenimento di natura non soltanto storico-temporale ma anche teologica. Tale avvenimento possiede un significato che richiede d’essere considerato sia sotto il profilo della storia che, soprattutto, alla luce della fede. Va, cioè, analizzato in rapporto all’intera storia della salvezza.
Dio ha eternamente ordinato le proprie azioni nei confronti degli uomini in una oikonomia nella quale si esprimono e dispiegano amorevolmente in nostro favore i misteri della theologia, in quanto contesto permanente e immutabile dei doni divini. Se il pensiero cristiano può riflettere sul significato teologico dei fatti storici, e persino concepire una vera teologia della storia (elaborazione intellettuale tipicamente cristiana) è proprio per la profonda certezza, derivante dalla fede, che l’uomo e tutta la realtà creata sono stati concepiti e voluti da Dio all’interno di tale contesto. Essi trovano quindi la fonte ultima del proprio significato nella generosa e gratuita comunicazione della Vita trinitaria alla creatura amata: all’uomo, amato nell’Amato, elevato e chiamato in Cristo per lo Spirito Santo alla condizione di figlio del Padre.

Il mistero del Dio-Uomo, pienezza della donazione trinitaria, è, conseguentemente, la luce che ci consente di raggiungere, con il suo splendore, la conoscenza del “mistero del Padre e del suo amore” e, in esso, il mistero della nostra condizione e del nostro destino filiale. Cristo è la luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo (Gn 1, 9). Nella sua vita, morte e resurrezione e nel Dono dello Spirito Santo che da esse promana sull’uomo redento, si trova la chiave di volta dell’economia salvifica e della storia umana costruita su di essa. Perciò qualunque avvenimento appartenente a quest’ambito - qualunque evento latore e testimone della sacramentalità della Chiesa - dev’essere accolto e studiato in rapporto a Cristo e alla sua missione, nonché al Corpo che ne prolunga la presenza e l’efficacia salvifica sino alla fine dei tempi.
La vocazione sacerdotale e la missione fondazionale del Beato Josemaría Escrivá costituiscono, nella loro unità, un avvenimento dotato di tali caratteristiche. Lo approfondiremo analizzando il contenuto dei dati storici per poi proporci, in base ad essi, la questione teologica che vi soggiace e che potrebbe essere così formulata: «Se, come provato dagli studi biografici e dalle ricerche storiche, Dio ha chiamato Josemaría Escrivá anzitutto al sacerdozio, in quanto via o condizione per chiamarlo poi a fondare l’Opus Dei, stabilendosi così un evidente rapporto di continuità temporale e di “causalità” (reciproca esigenza) tra la vocazione sacerdotale e la missione fondazionale, come esprimere il fondamento della correlazione teologica che accompagna ed illumina tale nesso storico»? Oppure: come interpretare teologicamente che egli dovesse essere chiamato al sacerdozio prima di ricevere la successiva missione fondazionale e proprio in funzione di essa?
Questi enunciati ci pongono dinanzi ad una questione storico-teologica molto interessante sulla figura del Beato Josemaría, che certamente darà luogo in futuro ad ulteriori studi. Nella sua formulazione più diretta, la questione sarebbe: qual è la relazione tra i doni sacramentali ricevuti come sacerdote e i doni carismatici che l’accompagnarono nello svolgimento della sua missione specifica? Se si considera che il dono ministeriale per eccellenza è la potestà di agire in persona Christi Capitis, cioè, la partecipazione alla capitalità di Cristo rispetto alla Chiesa, la domanda potrebbe essere questa: «In che modo e per quale ragione, fatta salva la libera Volontà divina dispositiva e sempre nel quadro della presente economia della salvezza, la partecipazione ministeriale alla capitalità di Cristo era condizione necessaria perché il Beato Josemaría Escrivá fosse Fondatore dell’Opus Dei?».
Sembra evidente che tale questione andrebbe studiata prendendo come punto di partenza la riflessione sulla natura e sulla missione dell’Opus Dei, per proiettarne la luce sulla condizione sacerdotale del Fondatore. È la luce che cercheremo di evidenziare nelle presenti pagine. Ma, a questo scopo, non è necessario che lo studio prenda le mosse dal punto appena indicato; speriamo piuttosto che esso venga raggiunto al termine, dopo un’indagine che metta a fuoco i fatti storici.
Il Beato Josemaría, Sacerdote di Cristo: Cornice Essenziale di una Vita e di una Missione
Nella prima parte della ricerca considereremo alcuni aspetti della vocazione sacerdotale di Josemaría Escrivá, ricordando i dati biografici salienti. Sulla premessa di questa chiamata - caratterizzata da alcune circostanze singolari -, e della risposta con cui egli l’accolse, cercheremo di determinare la cornice storica all’interno della quale egli riceverà e svilupperà la propria missione fondazionale. Oltre ad analizzare i fatti, ci soffermeremo sul contenuto e sul significato teologico del quadro risultante, poiché da ambedue i punti di vista (quello storico e quello teologico) il sacerdozio del Beato Josemaría offre numerosi spunti di riflessione.
Fatti che configurano la cornice fondazionale
Perché sacerdote?: una domanda che precede il 2 ottobre 1928
Nei racconti autobiografici in cui Josemaría Escrivá racconta in modo succinto i fatti più rilevanti della sua vita, compaiono quasi sempre anche i dati fondamentali sulla chiamata al sacerdozio. Ciò significa che essa era per lui un fatto di tale rilievo da dovervi necessariamente accennare nel riferire sulla propria persona e sulle proprie opere.
Ciò, del resto, appare ovvio nel caso di qualunque sacerdote chiamato a raccontare gli avvenimenti della propria vita: l’origine e le circostanze della vocazione sacerdotale avrebbero sempre un ruolo di spicco nel ricordo e nel racconto. Ma in questo caso si aggiunge un fattore che lo stesso protagonista non mancava di ricordare e che ci può aiutare a capire meglio. Esso emerge in alcune narrazioni autobiografiche sotto forma di una domanda concisa, in prima persona: «perché mi sono fatto sacerdote?», di cui cercheremo di indagare non solo la risposta, ma anche il perché della domanda.

Talvolta il Beato Josemaría commentava che egli stesso si era rivolto spesso tale domanda negli anni trascorsi tra la decisione di divenire sacerdote (ultimi giorni del 1917 e primi mesi del 1918) e la data fondazionale dell’Opus Dei (2 ottobre 1928). Ecco, ad esempio, un testo che allude ad uno dei suoi atteggiamenti più caratteristici di quel periodo: «(...) Ed io, quasi cieco, sempre in attesa del perché: perché mi faccio sacerdote? Il Signore vuole qualcosa, ma che cosa? E in un rozzo latino, raccogliendo le parole del cieco di Gerico, ripetevo: Domine, ut videam! Ut sit! Ut sit! Avvenga ciò che Tu vuoi, e che io non so».
Questo ricordo, dato il rilievo che aveva nella coscienza del Beato Josemaría Escrivá, costituisce un dato importante anche per il nostro studio: la chiamata al sacerdozio si presentò fin dal primo momento come un mezzo necessario per un altro fine, ulteriore ad esso... Non è comune che la chiamata al sacerdozio si presenti così: come un qualcosa voluto da Dio, ma che nel contempo non esaurisce ciò che Egli vuole. E non è abituale neppure che l’interessato - in questo caso un ragazzo di 16 anni - percepisca senza dubitarne e fin dal primo momento questa singolare caratteristica della propria vocazione. Non si può dimenticare che il sacerdozio non solo costituisce una realtà teologicamente piena, dotata di significato in se stessa e perciò non bisognosa di alcun’aggiunta che le dia senso; ma anche psicologicamente esso si presenta al chiamato come un orizzonte di pienezza (pienezza del dono di sé a Dio e pienezza di servizio alla Chiesa...). La condizione sacerdotale non è mai - né teologicamente né psicologicamente - un passaggio verso qualcos’altro che non sia la sua stessa ricezione ed il suo esercizio per il bene della Chiesa. Umanamente non vi è nulla che ne vada al di là e, ponendosi come un traguardo ulteriore, ne rappresenti la vera sorgente di significato. Il sacerdozio è una realtà in sé, sostantiva, sia in quanto sacramento e sia per il suo statuto ecclesiale ed esistenziale.
Josemaría avverte sin dal principio un duplice stimolo dell’azione di Dio in lui (la chiamata al sacerdozio e un “qualcos’altro” unito ad essa ed ancora ignoto), ma fin dal principio vivrà la donazione alla vocazione in modo assoluto. Ciò offre uno spunto di notevole interesse per noi. Negli anni del seminario e del ministero sacerdotale precedenti alla data fondazionale dell’Opus Dei, il suo impegno nella vocazione sacerdotale è pieno ed assoluto, e così sarà per sempre. Il sacerdozio costituiva per lui già dall’origine un’esigenza ed una condizione irrecusabili della volontà di Dio, sicché quel “qualcos’altro”, ancora ignoto, che Dio gli faceva presagire non relativizzava l’autenticità del suo cammino sacerdotale, bensí - senza indebolirne l’essenza e il contenuto - lo orientava verso un reale, ma tuttora conosciuto, volere divino.
«Perché mi son fatto sacerdote? Perché pensai che in questo modo sarebbe stato più facile compiere una volontà di Dio, che non conoscevo. Da circa otto anni prima dell’ordinazione la presentivo, ma non sapevo che cosa fosse, e non lo seppi fino al 1928. Per questo mi feci sacerdote». Queste parole, come le precedenti, mettono a fuoco la questione essenziale. Nell’anima di quel ragazzo, che decide di diventare sacerdote perché sa di essere indubbiamente chiamato da Dio, fin dall’inizio della chiamata sono rimaste scolpite una certezza e un interrogativo: Dio vuole che io sia sacerdote, ma vuole anche “qualcos’altro”. Che cosa?
È importante osservare più da vicino il quadro che si prospetta dinanzi a noi, per cercare di discernere la fisionomia della specifica chiamata di Dio a Josemaría:
- C’è, in primo luogo, una vocazione divina per lui inattesa e imprevedibile: «Non avevo mai pensato di diventare sacerdote, o di dedicarmi a Dio. Non mi ero posto il problema, perché ritenevo che non mi riguardasse». «Anzi: mi dava fastidio il pensiero di poter un giorno arrivare al sacerdozio (...). Amavo molto i sacerdoti, perché in casa avevo ricevuto una formazione profondamente religiosa; mi avevano insegnato a rispettare, a venerare il sacerdozio. Ma non (lo volevo) per me: per qualcun altro».
- Questa venerazione per il sacerdozio dimostra infatti una profonda formazione cristiana, intrisa delle disposizioni d’animo riscontrabili in tutta la tradizione cristiana. Il giovane Josemaría guarda al sacerdozio con quella consapevolezza profonda e semplice che è racchiusa nella multisecolare venerazione di cui è partecipe. Quando gli si svelerà la volontà di Dio e nella sua anima si accenderà la luce del sacerdozio, comprenderà il significato fondamentale di ciò che Dio gli chiede: essere un sacerdote nella Chiesa, un sacerdote secolare. Rimane tuttavia l’oscurità del perché.
- Josemaría comunica agli altri (a suo padre per primo) la decisione di diventare sacerdote: è la certezza senza ombre che Dio ormai ha acceso in lui. Ma non accenna all’altra certezza, ancora pervasa di oscurità. Capisce che cosa vuol dire essere sacerdote e sa che Dio vuole che egli segua questo cammino in tutta normalità, seguendo il processo di formazione e la disciplina stabilita dalla Chiesa. In questi termini gli altri comprendono la sua decisione ed in questo senso si indirizzano i consigli che riceverà. «Vidi con chiarezza che Dio voleva qualcosa, ma non sapevo che cosa. Per questo parlai con mio padre e gli dissi che volevo essere sacerdote (...). Fu l’unica volta che ho visto delle lacrime nei suoi occhi. Mi rispose: guarda, figlio mio, se non diventi santo, perché vuoi essere sacerdote? Comunque non mi opporrò a ciò che desideri. E mi presentò a un suo amico sacerdote, perché mi orientasse».
- Le narrazioni biografiche inquadrano l’episodio nel suo contesto e aiutano a capire meglio la ragione di quelle lacrime del padre di Josemaría. A noi basti considerare la scena come testimonianza indicativa dell’aspetto che stiamo esaminando: l’annuncio da parte del figlio, e la presa di coscienza da parte del padre, di una decisione che ha per oggetto il sacerdozio, in un contesto familiare cristiano nel quale le esigenze della vita sacerdotale vengono comprese in tutta la loro densità. Tutto ciò emerge implicitamente dalla conversazione di Josemaría con il padre, dalle parole e dalle lacrime di questi (conscio che il cammino intrapreso dal figlio comporta una dedizione esclusiva e ne preclude altri, nei quali il genitore aveva legittimamente riposto le proprie speranze), e dai consigli che riceverà dai sacerdoti amici del padre con i quali parlerà. Josemaría presagisce che Dio vuole qualcosa da lui in quanto sacerdote, e decide di diventarlo, con tutte le conseguenze che ne derivano, giacché quel “qualcos’altro” sarebbe arrivato proprio per questa via. «Vidi con chiarezza che Dio voleva qualcosa, ma non sapevo che cosa (...). Non sapevo quello che Dio voleva da me, ma era - evidentemente - una elezione. Qualunque cosa fosse, sarebbe venuto... E intanto mi rendevo conto che io non servivo a nulla e recitavo una litania, che non è espressione di falsa umiltà, ma di conoscenza di me stesso: non valgo nulla, non ho nulla, non sono nulla, non so nulla...». Ciò che sarebbe accaduto, secondo quanto lasciano intravvedere queste parole e i fatti che stiamo commentando, non veniva considerato da Josemaría come un qualcosa che, pur avendo un qualche rapporto con il futuro sacerdozio, ne avrebbe toccato la sostanza. Con quella “litania” egli mostra d’aver compreso che la sua vita è entrata in una dinamica divina sconosciuta e per la quale si ritiene incapace. Tutto ci ricorda l’atteggiamento del profeta Geremia di fronte alla chiamata di Dio (cfr. Ger 1, 6).
- Il quadro può essere completato da una frase molto significativa, con cui Josemaría descriveva le proprie disposizione interiori dopo gli incontri con il sacerdote cui lo presentò suo padre e con altri sacerdoti conoscenti della famiglia Escrivá: «Non era questo che il Signore voleva da me, e me ne rendevo conto: non volevo fare il sacerdote tanto per fare il sacerdote». Che significa questo nel contesto di un’indubbia chiamata al sacerdozio? La chiamata di Dio al giovane Escrivá, come stiamo vedendo, aveva un duplice contenuto. In primo luogo, consisteva nella vocazione sacerdotale “normale” e, una volta accolta, avrebbe provocato un notevole cambiamento nella vita dell’interessato (andare in Seminario, abbandonare altre possibilità future fino ad allora aperte e persino desiderate...). La vocazione sarebbe culminata...