I Vangeli offrono diverse prospettive sul concetto di "tempo" in relazione alla figura e all'insegnamento di Gesù. Questo include non solo la sua dottrina sugli ultimi tempi e la fine della storia, ma anche il suo ingresso nella storia umana e la sua incessante chiamata all'uomo in ogni epoca. Esamineremo alcuni passaggi chiave per comprendere queste dimensioni temporali e il loro significato.
Il Discorso Escatologico di Gesù: La Fine dei Tempi e la Perseveranza (Luca 21,5-19)
Il brano di Luca 21,5-36 costituisce un'unità letteraria significativa che si colloca all'inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Gesù si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio, in un momento prossimo alla sua passione. I Vangeli sinottici (Mt 24; Mc 13 inclusi) fanno precedere, al racconto della passione, morte e risurrezione, il cosiddetto discorso "escatologico". Questi eventi devono essere letti alla luce della Pasqua, utilizzando un linguaggio "apocalittico". L'attenzione non va posta su ogni singola parola, ma sull'annuncio di un capovolgimento totale. La comunità di Luca, già a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme (avvenuta nell'anno 70), universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della Chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria. Luca fa riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti (12,35-48; 17,20-18,18).

La Profezia della Distruzione del Tempio
Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, Gesù disse: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta» (Luca 21,5-6). Questa introduzione, probabilmente pronunciata negli atri del tempio, anticipa un linguaggio di sventura (cfr. 17,22; 19,43) e riprende le ammonizioni dei profeti riguardo al tempio (Michea 3,12; Geremia 7,1-15; 26,1-19). È anche una considerazione sulla caducità di ogni realizzazione umana, per quanto meravigliosa. Gli ascoltatori gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?» (Luca 21,7). Gesù non risponde a questa specifica domanda, ma sottolinea che "non sarà subito la fine" (versetto 9) e che "prima di tutto questo..." (v. 12) dovranno accadere altre cose. Ciò interroga sulla relazione tra gli avvenimenti storici e il compimento della storia della salvezza, ovvero i tempi dell'uomo e i tempi di Dio.
I Segni dei Tempi e l'Invito alla Vigilanza
Gesù rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non seguiteli» (Luca 21,8). Luca, rispetto agli altri evangelisti, aggiunge il riferimento al tempo. La comunità dei primi cristiani stava superando la fase di un ritorno prossimo del Signore e si preparava al tempo intermedio della Chiesa. Gesù raccomanda di non lasciarsi ingannare o sedurre da impostori. Prosegue: «Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine» (Luca 21,9). Anche gli avvenimenti bellici e le azioni terroristiche non sono l'inizio della fine. Tutto questo accade, ma non è il segno della fine (Daniele 3,28). Luca vuole prevenire l'illusione della fine imminente dei tempi con la conseguente delusione e abbandono della fede.
I segni che annunciano la seconda venuta di Gesù sulla terra
Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo» (Luca 21,10-11). Questo è un linguaggio pienamente apocalittico, che significa "rivelazione" (Isaia 19,2; 2 Cronache 15,6) e velazione allo stesso tempo. Vengono usate immagini tradizionali per descrivere l'accelerazione del cambiamento della storia (Isaia 24,19-20; Zaccaria 14,4-5; Ezechiele 6,11-12). L'immaginario catastrofico è come un sipario che vela la bellezza dello scenario che è dietro: la venuta del Signore nella gloria (v. 27).
Le Persecuzioni e l'Occasione di Testimonianza
Gesù avverte i discepoli: «Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza» (Luca 21,12-13). Il cristiano è chiamato a conformarsi a Cristo: "Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi." Luca ha presente la scena di Paolo davanti al re Agrippa e al governatore Festo (Atti 25,13-26,32). Questo è il momento della prova, non necessariamente solo sotto forma di persecuzione. I cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della speranza che li anima. Gesù promette: «Mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò lingua e sapienza, a cui tutti i vostri avversari non potranno resistere, né controbattere» (Luca 21,14-15). Questo è il momento di riporre la fiducia totale in Dio; solo Dio basta. È la stessa sapienza con la quale Stefano confutava i suoi avversari (Atti 6,10). È garantita al credente la capacità di resistere alla persecuzione.
La Protezione Divina e la Perseveranza
La fedeltà a Cristo può comportare grandi sacrifici: «Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome» (Luca 21,16-17). La radicalità nel seguire Cristo comporta anche il superamento delle relazioni di sangue, quelle che affettivamente si credevano più sicure. C'è il rischio di rimanere soli, come Gesù nella sua passione. Tuttavia, Gesù rassicura: «Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà» (Luca 21,18). Luca riprende un versetto precedente (12,7) per ricordare la protezione divina assicurata nei momenti della prova. È garantita al credente la custodia della sua integrità fisica, intesa in un senso più profondo della mera sopravvivenza. Infine, l'esortazione cruciale: «Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Luca 21,19). La perseveranza (cfr. anche Atti 11,23; 13,43; 14,22) è indispensabile per produrre frutto (8,15), nelle prove quotidiane e nelle persecuzioni. Significa il "rimanere" in Cristo di Giovanni. La vittoria finale è certa: il regno di Dio sarà instaurato dal Figlio dell'uomo. Occorre allora essere perseveranti, vigilanti e in preghiera (v.36 e 12,35-38). Lo stile di vita del cristiano deve farsi segno del futuro che verrà.
Gesù e il Tempio: Una Riforma del Culto (Giovanni 2,13-22)
Il Vangelo ci presenta anche un altro significativo episodio legato al Tempio, quello della cacciata dei mercanti. Questo evento, riportato da tutti i Vangeli, è di fondamentale importanza perché parla del rapporto autentico con Dio stesso. Avvicinandosi la Pasqua dei Giudei, Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Fece allora una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!» (Giovanni 2,13-16). Questo gesto sorprendente di Gesù, in contrasto con una certa immagine buonista, rivela la sua decisa volontà di svegliare le coscienze dal torpore dell’abitudine o del “si è sempre fatto così”.

Il Tempio come Corpo di Cristo e la Vera Relazione con Dio
Alla domanda dei Giudei: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?», Gesù rispose: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Giovanni 2,18-19). I Giudei capirono in riferimento all'edificio materiale, ma l'evangelista chiarisce che "egli parlava del tempio del suo corpo". Questo episodio invita a non fare mercato né della persona né di Dio. Non bisogna usare gli altri per i propri scopi, né comprare una relazione o sfruttare per un proprio beneficio. Se si toglie libertà o si lasciano morire speranze, si dissacra e si profana il più vero tabernacolo di Dio che è la persona. La fede non è un mercato in cui si compra Dio con preghiere, sacrifici e offerte in cambio di salute e benessere. L’amore, se è vero, non si compra, non si mendica, non si finge: semplicemente si riceve. Gesù, con il suo gesto, definisce cos’è il vero amore e qual è il vero significato dell’autenticità del rapporto con Dio. Chi vuole pagare l’amore va contro la sua stessa natura e lo tratta come una merce. I profeti, parlando di prostituzione nel tempio, intendevano questo tipo di culto, tanto devoto quanto offensivo se il fedele vuole gestire Dio: "io ti do preghiere e sacrifici, tu mi dai sicurezza e salute". Invece, l’amore si riconosce e si accoglie per fede. La Quaresima invita proprio a questa riflessione: lasciarsi provocare e decidersi se ricevere l’amore o contrattare l’amore.
Il Tempo Compiuto e la Chiamata dei Discepoli
Il ministero pubblico di Gesù inizia in Galilea, la terra degli inizi, quella a cui tornare quando ci sembra di essere persi. Qui, quando finisce la missione del suo precursore Giovanni Battista, che viene arrestato, Gesù proclama che «il tempo è compiuto»: è maturato, è giunto alla sua pienezza, è un tempo di grazia, di decisioni, di scelte. Il regno di Dio e la sua logica si avvicinano. La risposta più chiara alla vicinanza del regno è quella di riorientare la propria vita alla sua venuta, ovvero la conversione: "convertitevi e credete al vangelo". La buona notizia , ricordava Marco all’inizio del suo vangelo, è Gesù stesso. L'invito di Gesù si traduce in una proposta di vita concreta: dentro una "routine", ecco l'incontro inatteso, l'evento urgente che interroga l'abitudine e chiede di lasciare tutto per seguirlo. I primi discepoli, Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, sperimentano in pratica quella parola: "ora è il tempo, adesso!"
L'Espressione Liturgica "In quel tempo"
L'espressione "In quel tempo", spesso usata nelle letture liturgiche del Vangelo (es. Marco 2, 13-17 o Giovanni 1,35-42), pur essendo talvolta assente nel testo greco e latino originale, costituisce un'aggiunta pedagogica e liturgica. Secondo i "Praenotanda" relativi alle letture della Messa (articolo 124), espressioni come "In quel tempo", "In quei giorni", "Fratelli" introducono abitualmente il testo, ma si omettono quando nel testo stesso c'è un'indicazione sufficiente del tempo o delle persone, o quando tali parole non risultano opportune. Questa introduzione serve a collocare il testo scelto nel suo contesto liturgico, sottolineando l'ingresso di Gesù-Dio nel tempo e nello spazio, dimensioni che, a rigore, sono estranee a una divinità, esistente "al di là" di ogni barriera spaziotemporale, in una dimensione "eterna".
La Chiamata Immediata e l'Incontro con Gesù
Passando lungo il mare di Galilea, Gesù vide Simone e Andrea, suo fratello, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Marco 1,16-17). Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui (Marco 1,19-20). Gesù avvia un movimento, non chiede un "incasellamento" dentro a uno "stato di vita", ma una risposta dinamica che avvia un cammino. Allo stesso modo, Giovanni Battista, stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete» (Giovanni 1,35-39). L'incontro con Gesù è potente e trasformativo. Lo sguardo di Gesù è capace di imprimersi e cambiare una vita, come accadde a Pietro. L'ora di questo primo incontro, le quattro del pomeriggio, è ricordata come un punto di partenza, l'ora in cui lo sguardo di Gesù ha trafitto, l'ora dell'innamoramento e del colpo di fulmine. A quell'ora, o al "punto di partenza", bisogna ritornare sempre, soprattutto nei momenti di crisi, come insegnava Chiara d’Assisi.

Comprendere il Linguaggio Evangelico nel Tempo
La comprensione dei Vangeli attraverso i secoli è stata influenzata da numerosi fattori, inclusi i mutamenti linguistici e sociali. Gesù non ha lasciato scritti diretti. I testi che cercano di mettere ordine nel suo insegnamento sono stati redatti anni o decenni dopo la sua morte, riflettendo una tradizione orale ben consolidata nel periodo ebraico, come nelle scuole di Hillel e Shammaj. Forse Gesù desiderava che il suo insegnamento non fosse "ingabbiato" in forma scritta, che avrebbe potuto essere facile preda dei teologi di professione. In tal caso, ci troviamo di fronte al paradosso di una predicazione orale e operosa, fatta assistendo i deboli e gli emarginati e risvegliando coscienze, ma tradotta in testi scritti dopo la morte del protagonista.
Le Parabole: Strumento Selettivo di Verità
I Vangeli sinottici mostrano una predicazione di Gesù volta a promuovere un cambiamento di mentalità e un'apertura agli altri, specialmente ai più deboli, piuttosto che a stabilire un'ortodossia rigida. Per questo, Gesù spesso usava le parabole, dal greco παραβολή ("collocazione di una cosa accanto a un’altra", quindi "comparazione", "similitudine"). La parabola chiarisce un argomento difficile accostandolo a uno più chiaro, desunto dalla vita reale, ma nel Nuovo Testamento assume un valore più ampio, diventando un racconto sviluppato per illustrare una verità religiosa o morale. Le parabole sono selettive: il loro significato dipende fortemente dall'ambiente socioculturale in cui sono nate. Se l’ambiente cambia, la parabola va spiegata e, in parte, perde la sua immediatezza originaria. Ad esempio, la parabola del seminatore o quella della zizzania erano immediatamente comprensibili per i contadini, ma potrebbero aver richiesto spiegazioni per le comunità urbane cristiane successive, come quelle del III secolo.

Le Sfide della Traduzione e il Significato di "Euanghelion"
Migliaia di anni, ripetuti cambi di lingua e molteplici mutamenti sociali possono rendere ambiguo un testo. Si riscontrano sfide nella traduzione di parole chiave. Ad esempio, nel Vangelo di Marco, la parola greca "paidios", tradotta in latino "puer" e in italiano "bambino" (Marco 9,36-37), è ambigua e può significare anche "servo addetto ai lavori umili". Questo suggerisce un'interpretazione che enfatizza il servizio e l'umiltà, piuttosto che solo l'età, richiamando il versetto precedente dove Marco usa "diàconos" (servitore) per esprimere un concetto simile. Questo problema di traduzione si pone anche nel passo corrispondente di Matteo 18,1-5, dove il successivo versetto 18,10 ("Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli") ha senso profondo se si parla non genericamente di bambini, ma di servi o di lavoro minorile, indicando una condizione di vulnerabilità sociale.
Anche la parola "Euanghelion", che significa "Buona notizia", ha acquisito nel corso dei secoli significati nuovi, finendo per diventare sinonimo di "verità indiscutibile, parola per parola". Tuttavia, il titolo originale stava a significare che quel che conta è la notizia nel suo insieme - il capovolgimento del rapporto con Dio - e non la singola parola. In un'epoca senza stampa, la copiatura manuale dei testi poteva introdurre errori o piccole interpretazioni, come testimoniato dall'avvertimento dell'Apocalisse (22,18-19) contro la modifica del testo. Sostituire "Vangelo" con "la buona notizia" può talvolta rivelare un significato diverso all'intera frase, riportando all'essenza del messaggio di Gesù.