L'Altare nella Chiesa Cattolica: Storia, Simbolismo e Arredi Liturgici

Di etimologia incerta, l'altare deriva dal latino altus (elevato) o adolere (ardere, allusivo al fuoco che consuma la vittima), ed è per definizione il luogo dove viene offerto il sacrificio. Già fatto di pietra presso greci e romani, con dimensioni che variavano da ridotte a più ampie, come l'ara pacis di Augusto, ha assunto nel tempo un ruolo centrale nella pratica religiosa.

L'Altare nell'Antica Economia Cultuale

L'Altare Biblico: Dalle Origini al Tempio

Nell'epoca biblica più antica, chi costruiva un altare lo faceva per rispondere a YHWH che l'aveva visitato, come testimonia la formula frequente che accompagna il gesto dei patriarchi: "Edificò un altare a YHWH e invocò il suo nome" (Gen). Prima di essere un luogo in cui si offrivano sacrifici, l'altare era quindi un memoriale del favore divino, come attestano i nomi simbolici che questi altari ricevevano (Gen 33,20; Gdc 6,24).

Per i discendenti dei patriarchi, il luogo del culto tendeva ad avere maggior valore che non il ricordo della teofania che vi aveva dato occasione, diventando spesso un luogo di pellegrinaggio. Questo primato del luogo sul memoriale si manifestava già nella scelta di antichi luoghi di culto cananei, come Bethel (Gen 12,8) o Sichem (Gen 12,6), e più tardi Gilgal (Gs 4,19) o Gerusalemme (Gdc 17,5).

Quando il popolo d'Israele entra in Canaan, si trova di fronte agli altari pagani, che la legge impone di demolire senza pietà (Es 34,13; Dt 12,3; Nm 33,52). Esempi di distruzione di altari di Baal si trovano in Gedeone (Gdc 6,25-32) o Jehu (2Re 10,26-28). Tuttavia, ordinariamente ci si accontentava di adattare al culto di YHWH le alture con il loro materiale cultuale (1Re 12,31).

Tolleranza, Idolatria e Centralizzazione del Culto

In pratica, fu Salomone a inaugurare un regime di tolleranza per gli idoli portati a Gerusalemme dalle sue mogli straniere (1Re 11,4-8). Acab agì allo stesso modo (1Re 16,32), mentre Acaz e Manasse introdussero nel Tempio stesso degli altari secondo l'usanza pagana (2Re 16,10-16; 2Re 21,3-5). Dal canto loro, i profeti vituperarono la moltiplicazione degli altari (Am 3,14; Os 8,11; Ger 11,13).

Un rimedio alla situazione fu apportato con la centralizzazione del culto a Gerusalemme (2Re 23,8-9; cfr. 1Re 3,2-3). Quando Ezechiele descrive il tempio futuro, l'altare è oggetto di descrizioni minuziose (Ez 43,13-17), e la legislazione sacerdotale che lo concerne è collegata a Mosè (Es 29,10-14; Lev 4,1-12).

I corni dell'altare, menzionati già da gran tempo come luogo d'asilo (1Re 1,50-51), assunsero una grande importanza: saranno frequentemente aspersi di sangue per il rito dell'espiazione (Lev 4,7; Es 29,12). Questi riti indicano chiaramente che l'altare simboleggia la presenza di YHWH. Nello stesso tempo, si precisarono le funzioni sacerdotali: i sacerdoti diventarono in modo esclusivo i ministri dell'altare, mentre i leviti erano incaricati delle cure materiali (Nm 3,5-10).

L'Altare in Cristo e nella Nuova Alleanza

Cristo come Altare, Vittima e Sacerdote

Per Gesù, l'altare rimane santo, ma è tale in virtù di ciò che significa. Cristo non soltanto dà il vero senso del culto antico, ma vi pone termine. Nel nuovo tempio, che è il suo corpo (Gv 2,21), non c'è più altro altare che lui (Eb 13,10).

Siccome è l'altare che santifica la vittima (Mt 23,19), quando Cristo si offre, vittima perfetta, è egli stesso a santificarsi (Gv 17,19); è a un tempo il sacerdote e l'altare. E quindi, comunicare con il corpo e con il sangue del Signore significa comunicare con l'altare che è il Signore, significa condividere la sua mensa (1Cor 10,21).

L'altare celeste di cui parla l'Apocalisse, e sotto il quale stanno i martiri (Ap 6,9), altare d'oro la cui fiamma fa salire a Dio un fumo abbondante e odoroso al quale sono unite le preghiere dei santi (Ap 8,3-4), è un simbolo che designa Cristo e completa il simbolismo dell'agnello. Esso è l'unico altare del solo sacrificio il cui profumo sia gradito a Dio; è l'altare celeste di cui parla la liturgia e sul quale le offerte della Chiesa sono presentate a Dio, unite all'unica e perfetta offerta di Cristo (Eb 13,10).

Rappresentazione artistica dell'altare celeste con l'Agnello e i martiri

L'Altare nella Chiesa Primitiva e lo Sviluppo Storico

Dalla Mensa Mobile all'Altare Fisso

I cristiani dei primi secoli, coscienti della novità del cristianesimo, hanno preso le distanze dall’idea ebraica e pagana dell’altare: «Ara et delubra non habemus» diceva Minucio Felice (Octavius 32), significando così la peculiarità del culto «in spirito e verità» (Gv 4,23) inaugurato da Cristo, vero altare, sacrificio, sacerdote e tempio dell’eterna alleanza tra Dio e uomo.

Nella “domus ecclesiae”, il pane e il vino per il sacrificio eucaristico erano posti su una tavola mobile di legno (come il tripode, comune nelle case romane, raffigurato nella cappella dei sacramenti nel cimitero di Callisto): tale mensa ha valore di altare, essendo l’Eucaristia un convito sacrificale, modellato sull’Ultima Cena; spiegando la comunione al sacrificio di Cristo, san Paolo parla infatti di «mensa Domini» (1Cor 10,21).

Illustrazione di una tavola mobile usata come altare nelle catacombe cristiane

L'Altare Lapideo e il Culto dei Martiri

Con l’avvento delle basiliche, nel secolo IV, compare l’altare fisso, di pietra o metallo prezioso: san Pier Crisologo commenta che «commutantur in ecclesias delubra, in altaria vertentur arae» (Sermo 51). All’adozione dell’altare lapideo non fu estraneo il simbolo biblico di Cristo «pietra angolare dell’edificio spirituale» (cf. Sal 117,22; Mt 21,42; At 4,11; 1Cor 10,4; 1Pt 2,4-8).

Contribuì anche l’uso di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, i “confessori” della fede: la visione giovannea di Ap 6,9 («Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso»), trovò infatti concreta traduzione sia nella costruzione di altari sopra i sepolcri dei martiri, sia nella traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche. Al riguardo sant’Ambrogio scrive: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare» (Epistula 22,13: PL 16,1023).

Forme e Evoluzioni dell'Altare

Nel V-VI secolo, l’altare, spesso posto sotto un ciborio per rimarcarne l’importanza nello spazio basilicale, si presentava in tre forme:

  1. Una lastra di marmo sostenuta da un pilastro centrale o da colonnine ai quattro angoli (come l’altare in San Vitale a Ravenna, raffigurato anche nei mosaici del presbiterio).
  2. Un cubo vuoto, al cui interno erano poste le reliquie, visibili e accessibili per deporvi fazzoletti o indumenti tramite la «fenestrella confessionis», una grata o porticina.
  3. Un blocco squadrato di pietra, innalzato sopra il sepolcro del martire (confessio), al quale si accedeva mediante una scala. Nelle basiliche romane di San Pietro e di San Paolo l’altare, eretto sopra la tomba dell’apostolo martire, è ancora oggi chiamato della «confessione».

Di dimensioni ridotte, fino al secolo IX l’altare si ergeva al centro dell’abside sul pavimento a capo della navata, oppure su un piano rialzato. Dal secolo VI, cominciò a disattendersi l’antica norma di «un solo altare» e di «una sola messa» in ogni chiesa, a motivo del crescente numero di sacerdoti e della moltiplicazione di messe, specie di suffragio per i defunti.

L'Altare Reliquiario e Monumentale

Dal secolo IX, l’uso di porre le reliquie dei santi sulla mensa dell’altare e di elevare, dietro a esso, l’urna di un santo, lo trasformarono in altare reliquiario. Poiché non tutte le chiese disponevano di reliquie insigni, si diffuse l’uso dell’altare a dossale, sul quale erano raffigurati Cristo, Maria, i santi patroni.

Progressivamente, la pala si sviluppò in elaborate costruzioni, fino a giungere all’altare monumento, che sarà addossato al fondo dell’abside. In Spagna sono famosi i retablos, elevate pareti in legno policromo istoriato, dapprima intorno ai misteri della vita di Cristo e poi a glorificazione di un santo, specie nel barocco. Si assiste così a uno spostamento d’accento: le immagini non erano più un accessorio dell’altare, ma era la mensa dell’altare a risultare un accessorio del complesso monumentale. Ne conseguiva che la mensa del sacrificio eucaristico non attirava più l’attenzione dei fedeli, perché visivamente era più importante l’urna del santo o l’immagine che la sovrastava; scompariva il ciborio; lungo le pareti della chiesa o in cappelle vi erano gli altari laterali o minori, in onore della Vergine e dei santi, a seconda delle devozioni. L’idea dell’unicità era tuttavia custodita dall’altare maggiore.

Foto di un retablo barocco spagnolo che sovrasta un altare

Il Tabernacolo sull'Altare

Un’ulteriore fase evolutiva fu la collocazione del tabernacolo al centro della mensa dell’altare. Il primo sostenitore fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+1543). A Milano, ne fu convinto assertore San Carlo Borromeo. Il Rituale di Paolo V (1614) lo prescriveva a Roma e lo raccomandava alle altre diocesi. Nel secolo XVIII, quest’uso era universalmente seguito - eccetto nelle cattedrali che spesso seguivano la prassi antica - fino a sviluppare l’altare tabernacolo.

Non sempre però il tabernacolo e, al di sopra, il luogo della solenne esposizione del Santissimo Sacramento (espressione manifesta di fede nella presenza reale contro i negatori di essa) mantennero la giusta proporzione in rapporto alla mensa dell’altare.

La Riforma Liturgica e il Significato Contemporaneo

Il Recupero del Significato Liturgico

La riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II ha inteso restituire all’altare il suo significato liturgico. Tra i luoghi di una chiesa - ambone, sede, battistero, tabernacolo - solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Institutio generalis Missalis Romani, 296). Perciò, come ha ricordato Papa Francesco, «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017).

Dedicazione della Chiesa e dell'Altare - 8 settembre 2021

Simbolismo della Dedicazione e Ruolo Attuale

Il valore dell'altare è espresso anche dai riti che, nella dedicazione, ne esplicitano il simbolismo: l’unzione con il crisma, l’incensazione, l’illuminazione; stendendovi la tovaglia, il nuovo altare è preparato quale mensa del sacrificio: lì ci si nutre del Pane della vita e ci si disseta al Calice della salvezza; lì risplende e da lì si diffonde la luce che illumina i commensali e i familiari di Dio, perché a loro volta siano luce del mondo.

Lo rammenta il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (n. 1383).

Si chiede che in chiesa si costruisca un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, e collocato in modo da attirare l’attenzione; sia normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra (non è esclusa altra materia degna, solida e ben lavorata); sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; sia coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri (cf. Institutio generalis Missalis Romani, 298-308).

Gli Arredi Liturgici dell'Altare

Significato Essenziale degli Arredi

È un luogo comune ritenere che gli arredi dell’altare siano casuali o comunque di poca importanza e, di conseguenza, vengano disposti in modo improprio o eliminati. In realtà, anche l’arredo liturgico dell’altare rivela aspetti essenziali del Mistero e rende visibile nel simbolo le dimensioni interiori del Sacrificio e del Convito, che sull’altare si compie.

Per arredo liturgico dell’altare non si intende la materia del divin Sacrificio, ossia le oblate (pane, vino e acqua), ma quegli oggetti che costituiscono quasi le ‘insegne’ dell’altare stesso e lo configurano come ‘icona’ di Cristo Sommo Sacerdote, che compie l’azione liturgica. Ed ecco che la tovaglia, la croce e almeno i due ceri proclamano le tre parti indissolubili dell’evento eucaristico: la reale Presenza, il Sacrificio e il Convito.

  • Distendere sull’altare una tovaglia di colore bianco significa affermare che su di esso si compie il Convivio sacramentale secondo le parole del Signore “Prendete e mangiate…prendete e bevetene tutti”.
  • Disporre ai lati dell’altare due ceri o due gruppi di ceri significa richiamare la reale Presenza, che si attua nelle parole di Cristo, uomo-Dio: “Questo è il mio Corpo…Questo è il mio Sangue”.
  • Porre sull’altare la croce significa riconoscere che lì si attualizza l’unico Sacrificio del Calvario, secondo le stesse parole del Redentore “Corpo offerto in sacrificio… Sangue versato in remissione dei peccati”.

Gli arredi liturgici, quindi, rendono visibile l’intero mistero nei suoi tre aspetti teologici essenziali e indivisibili: Presenza, Sacrificio, Convito. Vi potranno essere altri elementi decorativi, ma questi rimangono secondari rispetto ai tre principali, che, invece, esprimono i contenuti intrinseci alle stesse parole istituzionali dell’Eucaristia.

Schema illustrativo della corretta disposizione degli arredi liturgici sull'altare

Norme e Prassi Postconciliare

L’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) afferma: «Vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato» (OGMR, 308). La regola classica della croce, che sta sopra l’altare, rimane sempre valida come prima modalità che il novus ordo ha sempre previsto. Tuttavia, alla luce delle concrete realizzazioni postconciliari, la concessione che la croce possa essere collocata anche accanto all’altare ha portato in molti casi a soluzioni dubbie in ordine all’efficacia simbolica. Una croce lontana dall’altare, infatti, non interpreta più la sua identità di croce d’altare e in relazione intima con esso.

La disposizione classica della croce al centro e dei candelabri ai lati sull’altare è certamente quella che assicura meglio la loro natura di insegne proprie dell’altare, in quanto fanno corpo con esso. Questa forma è certamente la meta migliore che si dovrebbe raggiungere, anche secondo le indicazioni del Sommo Pontefice. Non è tuttavia di immediata riuscita disporre con gusto sull’altare rivolto al popolo, al centro della mensa, la croce, ma, con intelligenza, equilibrio e senso estetico è possibile e auspicabile.

Si tratta di evitare da un lato di creare una barriera così corposa da togliere ogni visibilità del sacerdote che compie gli atti del divin Sacrificio e dall’altro di non eccedere in dimensioni tali, quali la verticalità della croce e dei candelabri, da ledere le proporzioni e il senso estetico in rapporto alla massa talvolta esigua dell’altare ad populum. Ciò è adeguatamente richiamato dal Messale che afferma: «…tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare» (OGMR, 307).

È necessario anche osservare che la croce, pur prossima all’altare, ma laterale, non afferma con la dovuta evidenza quella centralità ottica che sarebbe richiesta per il sacerdote e per l’intera assemblea, come ben si esprime il Messale «ben visibile allo sguardo del popolo radunato» (OGMR, 308).

La Collocazione dei Candelabri

Come si può vedere, rimane sempre valida la norma di collocare i candelabri sopra l’altare, anzi è proposta come prima forma. È quindi erroneo affermare che i candelabri non debbano mai stare sulla mensa dell’altare, ma sempre e solo accanto ad esso. Da molte parti, però, si è ormai perduto il criterio simbolico nella disposizione dei candelabri dell’altare.

Nel primo caso, si fa dei candelabri un polo a se stante, senza alcun rapporto con l’altare. Da ciò l’effetto di una zona presbiteriale invasa da una molteplicità di elementi (altare, ambone, sede, croce, candele, tabernacolo, ecc.) dislocati qua e là, senza più la loro reciproca relazione. Nel secondo caso, molto diffuso, si compromette il senso sacro dell’altare, uniformandolo a una comune mensa domestica. Ora l’altare è sì anche mensa, ma è la Mensa del Signore, sulla quale viene deposto il suo Corpo e il suo Sangue e dalla quale si innalza il suo Sacrificio redentore. Per questo l’arredo liturgico deve rivelare il mistero invisibile e ad esso condurre l’animo dei fedeli. I ceri dell’altare quindi non sono semplicemente come quelli che allietano una cena di gala, ma devono poter proclamare la presenza viva di Cristo e del suo Spirito e muovere i cuori dei presenti alla venerazione. Per riuscire in questo intento sacro è necessario adottare una regola ben precisa, diversa dall’uso profano.

Sarebbe anche interessante che nei candelabri, posti simmetricamente alle due estremità della mensa, o comunque divisi dalla croce che sta in mezzo, si ravvisi il simbolo delle due nature del Verbo incarnato, vero Dio e vero Uomo. La croce poi, quale vessillo di passione e di gloria, compirebbe il simbolo col riferimento alla Pasqua di morte e risurrezione. Così l’altare rappresenta ‘iconicamente’ Cristo nei due fondamentali aspetti del suo Mistero: l’Incarnazione e la Redenzione. In tal modo la Presenza reale e l’Atto sacrificale troverebbero una mirabile espressione simbolica. In questa luce potrebbe essere interessante l’‘inaugurazione’ dell’altare nella notte di Natale, quando si accenderebbero i suoi ceri nell’eventuale veglia lucernale, che prepara la Missa in nocte.

L'Uso dei Sette Candelabri

Una parola deve essere detta sull’uso antico dei sette candelabri nella celebrazione stazionale del vescovo. La norma, anche se facoltativa, è ancora prevista sia dal Messale Romano (OGMR, 117), come dal Cerimoniale dei Vescovi (CE, 125, 128). I sette candelabri sono posti sull’altare e anche portati nella processione introitale e finale. È interessante il loro simbolismo attinto dall’Apocalisse 1,12-13.16. La visione dell’Apocalisse viene resa plastica nella Croce posta al centro dell’altare attorniata da sette candelabri. Tale visione riconduce all’esercizio del sacerdozio celeste del Kyrios, che si attua pure nel sacrificio sacramentale che si compie sull’altare terrestre. Si evidenzia in tal modo la dimensione gloriosa del sacerdozio e del sacrificio eucaristico, che si attua sotto il velo del sacramento: è il Kyrios, risorto e glorificato che presiede, nel fluire del tempo, mediante il ministero del Vescovo, l’unico ed eterno sacrificio, che perennemente è offerto sull’altare del cielo. Il riferimento poi alle sette Chiese, afferma la pienezza della liturgia pontificale, nella quale si attua col massimo grado sacramentale, localmente, il mistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (SC, 41). Il simbolo è ulteriormente specificato in Apocalisse 4,5: «…sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio» (cfr. Zc 4,10).

L'Altare Spoglio e l'Addobbo Liturgico

Non soltanto nella prassi di alcune chiese moderne, ma anche nella teoria di talune attuali linee di pensiero si ammette e si propone l’idea e la realizzazione di un altare, che fuori della celebrazione dovrebbe rimanere sempre spoglio. In ambienti artistici ed estetici si contempla in questo una nobile maestà e in una visione raffinata, ma elitaria, si ritiene di potenziarne in tal modo la sua sacralità.

Tuttavia, nella celebrazione della liturgia si deve attenersi a quella forma che la Chiesa riconosce adatta al nostro tempo e sarebbe un indebito archeologismo ricorrere a forme storiche interessanti, ma non recepite dalla disciplina attuale della Chiesa. Attualmente la Chiesa non considera l’altare sempre spoglio, ma lo ritiene, invece, sempre ‘rivestito’ delle sue fondamentali insegne: tovaglia, croce e candelabri. Soltanto il Venerdì e il Sabato santo la liturgia romana stabilisce che l’altare sia totalmente spoglio (privo di tovaglia, candelieri, croce, tappeti, ecc.), quale ‘icona’ della passione del Signore e assenza, in questi giorni austeri, della celebrazione del divin Sacrificio.

Cristo, infatti, presiede sempre alla sua Chiesa e l’altare è il segno di Lui ed è luogo di venerazione anche fuori del rito, a chiesa vuota. Anzi un più ricco addobbo dell’altare (ceri, fiori, paliotto, ecc.) sottolinea la festa della Chiesa nelle solennità liturgiche, mentre l’assenza dei fiori esprime l’austerità tipica del tempo penitenziale e una certa sobrietà accompagna il tempo ordinario. Con un altare permanentemente spoglio non si vede come esprimere la desolazione del Venerdì santo, né come creare il diverso clima di solennità nello scorrere dell’Anno Liturgico, né come assicurare che anche fuori della celebrazione sia un luogo di venerazione e di preghiera per i semplici fedeli, che con difficoltà hanno la percezione elitaria di un artista o di un teologo.

È intuitivo capire che un altare ben addobbato, con una decorosa tovaglia e la centralità di una croce veramente bella ed espressiva, attrae la preghiera più che uno splendido altare marmoreo, ma freddo e nudo, che potrebbe non parlare facilmente ai ‘poveri’ del popolo di Dio. Se si vuole ritornare a educare i fedeli a riconoscere nell’altare, anche fuori del rito, il segno di Cristo, il Kyrios, e a prostrarsi davanti ad esso, come facevano gli antichi, bisogna evitare forme eccessivamente ermetiche e trovare quell’equilibrio di bellezza, tradizione e calore spirituale che è connaturale al migliore genio liturgico e pastorale dei secoli cristiani. La nobiltà dell’altare che risplende per mirabile arte eleva la fede, purifica i contenuti del dogma e suscita il senso del vero e il gusto del bello negli intellettuali e nei ‘semplici’, che presso l’altare di Dio diventano tutti bambini. È necessario riprendere con intelligenza e buon gusto aspetti importanti, abbandonati con troppa facilità e che assicurano, nella continuità della tradizione, la profonda ricchezza dei simboli liturgici. Si tratta di far nuova chiarezza, nel tumulto talvolta frettoloso e superficiale, in cui ci può condurre una prassi liturgica senza teologia e senza radici.

Simbolismo e Venerazione dell'Altare

La venerazione per l’altare (lo si bacia, lo si incensa, davanti a esso ci si inchina) è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale nel sacramento si associa il sacrificio della Chiesa orante. Segno di Cristo e vincolo di comunione con lui è il santo altare: su di esso viene deposta l’offerta spirituale dei fedeli, significata nel pane e nel vino, perché lo Spirito Santo, per il ministero del sacerdote, li renda sacramento del corpo e sangue di Cristo, così che quanti se ne nutrono diventino un solo corpo in Cristo, a lode di Dio Padre. Lo esprime in preghiera il prefazio della messa di dedicazione: «Intorno a quest’altare ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio per formare la tua Chiesa una e santa».

Sull’altare si depone anche l’Evangeliario. Davanti all’altare si compiono i riti di ordinazione (nel rito bizantino il candidato pone il capo sull’altare), il matrimonio, la professione religiosa, la consacrazione della verginità, e nelle esequie si depone la bara del defunto. Nella liturgia delle Lodi e del Vespro, estensione della lode eucaristica alle ore cardine del giorno, l’altare può essere incensato. Sempre, anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5). Pietra su cui si celebra il sacrificio eucaristico e che rappresenta Cristo, pietra angolare su cui si edifica la chiesa.

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