La Libertà tra Fede, Filosofia e Cinema: Un'Analisi Profonda

La libertà, concetto cardine dell'esperienza umana, si manifesta in molteplici forme e viene esplorata attraverso diverse lenti, dalla spiritualità alla filosofia, fino all'arte cinematografica. Questo articolo intende analizzare le diverse sfaccettature della libertà, prendendo spunto dalle riflessioni del Cardinale Martini sulla fede cristiana, dalle teorie filosofiche sulla pena e dalla narrazione avvincente del film "Le ali della libertà", che ne offre una potente interpretazione.

Copertina del film

"Le Ali della Libertà": Una Storia di Resilienza e Redenzione

Dal racconto di Stephen King “Rita Hayworth and the Shawshank Redemption”, “Le ali della libertà”, il cui titolo originale è “The Shawshank Redemption”, è un film sulla vita nelle carceri; una storia di redenzione, di speranza, di fiducia nell’uomo e nei propri mezzi, primo dei quali: l’anima.

La Trama e i Protagonisti

Il film racconta la storia di Andy Dufresne (interpretato da Tim Robbins), un dirigente bancario che nel 1947 viene condannato - malgrado la sua innocenza - a due ergastoli nella prigione di Stato di Shawshank per l’assassinio della moglie e del suo amante. Andy affronta il carcere con coraggio e calma: la speranza e la riflessione lo assistono sempre.

Sottoposto subito al rito iniziatico delle violenze sessuali, Dufresne si lega presto di amicizia con il nero Red (interpretato da Morgan Freeman), ergastolano da trenta anni ed abilissimo nell'arte del sopravvivere in un ambiente più che duro dominato dal carcerato Heywood. Andy si adopera per ricostruire ex novo la polverosa biblioteca gestita dall'anziano Brooks Hatlen, ottenendo infine dal Ministero della Giustizia dollari, libri e dischi. Ma soprattutto si fa stimare sfruttando le proprie qualità professionali dal rigido direttore Warden Norton (un invasato della Bibbia) che fa di Andy il proprio consigliere per loschi affari. Andy è fertile di idee, anche se a volte movimenta la dura vita passando anche un mese in isolamento per qualche insolita iniziativa osteggiata dal sadico capo delle guardie, Hadley. Di fatto è diventato il complice del direttore (corrotto sugli appalti), facendogli affluire su un conto bancario intestato ad un nome di pura invenzione il denaro mal guadagnato.

Nel film risalta il tema del condannato innocente, dell'uomo che trova dentro di sé la forza di non darsi per vinto, nonostante gli affronti laceranti che il sordido ambiente aggiunge all'ingiustizia subita: il sadismo del capo delle guardie, il subdolo ed ignobile ricatto del direttore, la violenza fisica. Nulla piega l'indomito spirito di Andy, la cui statura morale superiore emerge nel bellissimo episodio del disco di Mozart che egli fa ascoltare ai carcerati tramite gli altoparlanti della prigione, come a testimoniare che la bellezza è superiore a qualsiasi gabbia e miseria costruite o vissute dall'uomo. Ed è questa intelligenza, questa dignità sostanziale dell'uomo che emerge anche nel fango, che permette ad Andy di costruire con certosina pazienza la trappola geniale che lo libererà dalle sbarre e dagli aguzzini. A questo si aggiungono i valori dell'amicizia e della solidarietà coi compagni e soprattutto con Red, bella figura resa al meglio da Morgan Freeman.

Il Piano di Fuga e la Redenzione

A dare il via al suo piano di fuga, che l'uomo stava comunque pianificando da anni, è un evento in particolare: la morte di Tommy Williams (Gil Bellows), un ragazzo che Andy aveva preso sotto la sua ala e che stava aiutando a prendere il diploma. Tommy, che era entrato e uscito di prigione da quando aveva 13 anni, rivela un giorno ad Andy e a Red di aver incontrato, in un altro carcere, l'uomo che aveva commesso gli omicidi di cui il protagonista era stato accusato. Nel frattempo, Norton ha fatto uccidere il giovane Tommy, casualmente al corrente della innocenza di Dufresne (il che avrebbe implicato la revisione del processo e la liberazione di Andy, troppo prezioso per Norton).

La vendetta per Andy non ha più sapore: è la libertà ciò che più gli preme. E così, dopo essere riuscito, durante un ventennio, con un martelletto da minerali procuratogli da Red a scavare nella parete della cella (coperta da un poster di una diva del cinema) un cunicolo, riesce ad evadere. L'incredibile evasione di Andy ci viene resa nota poco dopo: una mattina, all'appello fatto dalle guardie, non è presente. La sua cella è vuota, il poster di Raquel Welch (che ha sostituito negli anni quello di Rita Hayworth) è tra le poche cose che l'uomo ha lasciato dietro di sé. Ed è quello che nasconde la sua via di fuga: negli anni, con meticolosa perizia, Andy ha utilizzato il martelletto che Red gli aveva procurato così tanto tempo prima per scavare un tunnel fino al canale di scolo della prigione. Durante il temporale della sera prima, l'uomo era riuscito ad aprirsi un varco nelle tubature (mascherando i colpi sul metallo con il frastuono dei tuoni) e a strisciare fino alla libertà.

Con sé, in una busta di plastica per proteggerli, i documenti contabili di Norton, un suo abito (che avrebbe dovuto portare in lavanderia) e le sue scarpe tirate a lucido. Il giorno successivo, vestito di tutto punto, Andy può così ritirare dalle banche, a nome di Randall Stephens, tutto il denaro che il crudele direttore gli aveva fatto accumulare per anni. Spacciandosi come il titolare del conto bancario creato per Norton (che, denunciato, intanto si è sparato al momento dell'arresto), Andy va a vivere tranquillo e ricco su di una spiaggetta messicana. Andy, prima di raggiungere il suo paradiso messicano, decide di rivelare a un giornale locale tutti i misfatti messi in atto negli anni da Norton e dai suoi, cosa che ne porterà l'arresto. A differenza che nel racconto, in cui Norton viene portato via in manette dalla polizia, nel film di Darabont l'uomo si suicida, subito prima di essere arrestato.

Scena chiave del film

La Libertà Interiore secondo il Cardinale Martini

Il cardinal Martini tratteggia il percorso che ogni uomo può affrontare per scegliere di vivere la fede cristiana. Attraverso la ricca filigrana della Lettera ai Romani, Martini riflette sul come usare le parole antiche della Scrittura per comunicare oggi i contenuti eterni e universali del messaggio d'amore di Gesù. Occorre non distanziarsi dal vocabolario biblico ed evangelico, ma ridirlo in maniera comprensibile, quasi colloquiale, affinché l'essenza dell'annuncio arrivi a tutti.

È un lavoro lungo e impegnativo, che presuppone di aver interiorizzato tutto il messaggio a cui - con profonda libertà interiore - si è scelto di aderire. È un profondo scavo in se stessi, che richiede di essere talmente penetrati dal Mistero di Gesù da poterlo raccontare in tutte le forme possibili, sia quelle più classiche sia quelle più moderne, senza tradire il pensiero fondamentale.

Ritratto del Cardinale Carlo Maria Martini

Riflessioni Filosofiche sulla Libertà e la Pena

La Libertà in Seneca e negli Stoici

Il protagonista, interpretato da Tim Robbins, esprime - in termini attoriali - il pensiero di Seneca, una libertà intesa in senso interiore e non tanto come libertà sociale. Per Seneca, come del resto per gli Stoici, il concetto di libertà si identifica con il concetto di liberazione da tutte le forme di schiavitù che opprimono l’interiorità dell’uomo. La libertà della persona, a partire da Epitteto e Marco Aurelio, diviene un dogma: occorre insegnare, dunque, come conservare tale libertà, uno dei beni fondamentali della vita.

“La libertà è preferibile alla stessa vita”, perché senza libertà l’uomo perde quell’elemento che caratterizza meglio la sua felicità e serenità. L’uomo, solo se mantiene e integra la sua libertà, può essere al sicuro da tutti quei danni che ogni intervento esterno gli provoca. Per raggiungere tale stato è necessario crearsi un criterio di giudizio e di distinzione tra bene e male, senza lasciarsi influenzare dall’ambiente circostante. La sua libertà va oltre l’apparenza perché poggia su radici ben profonde. Così per Andy Dufresne: il suo stato di uomo libero, radicato nel profondo della sua anima, in qualche modo immune dall’ambiente, gli consentirà di sopravvivere a quell’inferno di prigione.

La Pena e la Giustizia: Da Platone a Foucault

Il film si svolge per tutta la sua durata, salvo la scena finale, all’interno di una prigione nella quale i suoi detenuti sono spesso maltrattati, oggetto di violenza, tra i detenuti stessi ma anche e soprattutto ad opera di coloro che in realtà dovrebbero far rispettare la legge. Alla pena il filosofo Platone dedica notevole attenzione, e nel suo Protagora troviamo l’esposizione più celebre e più chiara delle possibili ragioni per le quali uno Stato può infliggere ai propri cittadini un male, qual è ovviamente la pena in tutte le sue possibili forme e gradazioni.

Nel dialogo, Protagora, uno dei primi e più celebri sofisti, discute con Socrate sviluppando il seguente tema: “Può la virtù essere insegnata?”. Per Protagora la risposta è positiva, e la prova sta, appunto, nella pena: “E se vorrai considerare, Socrate, ciò cui mira il punire chi commette ingiustizia, questo ti dimostrerà, di per sé, che veramente gli uomini sono convinti che la virtù si possa acquistare. Nessuno infatti punisce coloro che commettono ingiustizie in considerazione e a motivo del fatto che commisero ingiustizia: chiunque, almeno, non si abbandoni a irrazionale vendetta come una belva. Ma chi cerca di punire secondo ragione, non punisce a motivo del delitto trascorso - infatti non potrebbe certo ottenere che ciò che è stato fatto non sia avvenuto -, ma in considerazione del futuro, affinché non commetta nuovamente ingustizia quello stesso che viene punito, né altri che vedano costui punito” (324 a-b). La giustizia, insomma, è “prospettiva”, non “retrospettiva”. La pena non è retribuzione.

Non è facile parlare del carcere, del carcere come tale, senza avvertire tutta la contraddizione ch’esso introduce nel più venerato tra i principi dell’attuale nostro vivere civile. Che vi sia un rapporto di derivazione diretta tra struttura sociale e sistema delle pene è una verità che, dallo studio di Michel Foucault, non può essere messa in dubbio. Parlando del carcere non parliamo solo dei carcerati: parliamo in primo luogo di noi stessi. Non ce ne si rende conto facilmente. Di solito si ragiona come se ci fossimo noi e loro, distanti gli uni dagli altri.

È possibile una soluzione che liberi dalla spirale della vendetta, comunque civilizzata o modernizzata, e che ci permetta di ripetere la formula benaugurante con la quale Eschilo saluta l’instaurazione della giustizia mediante il nuovo tribunale? È cioè possibile (per citare il drammaturgo ateniese) una giustizia «insensibile alle lusinghe del denaro, degna di rispetto, di animo severo, e che agisca come vigile baluardo per la cittadinanza» (Eumenidi). Per argomentare in margine a questi interrogativi, può essere utile riferirsi a una fra le numerose immagini della giustizia che ritornano con molta frequenza nella tradizione iconografica, già a partire dal tardo Medioevo e dal Rinascimento. Secondo questa ricca e ininterrotta tradizione, la giustizia è rappresentata come una donna accompagnata sempre da tre simboli: la bilancia, la spada e la benda. È stata anche proposta l'eliminazione della spada, come simbolo di una giustizia esercitata tramite la violenza.

Infografica sulla rappresentazione allegorica della Giustizia con bilancia, spada e benda

"La Bibbia" nel Contesto del Film

Nel film "Le ali della libertà", la Bibbia assume un ruolo simbolico e letterale cruciale. Se l’avete visto, ricorderete la famosa Bibbia del contabile, in merito alla quale il direttore ricordava, beffardo, che “dentro c’è la Salvezza”: Dufresne, ovviamente all’insaputa di tutti, aveva intagliato l’interno del libro in modo da celare un martello da geologo con cui, pazientemente, negli anni si sarebbe aperto una via di fuga. Quella Bibbia - una King James dalla copertina nera - esiste, è un pezzo unico e per quanto inservibile è andata all’asta.

Foto della Bibbia del film

La Produzione del Film e l'Adattamento del Racconto di Stephen King

“Le ali della libertà” (The Shawshank Redemption) è la trasposizione cinematografica di Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, racconto di Stephen King contenuto nel volume Stagioni Diverse. A differenza di molti degli adattamenti delle opere di Stephen King, quello di Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è molto vicino al racconto originale. Sì, ci sono state delle piccole variazioni - la più nota è quella dell’aspetto di uno dei suoi protagonisti, Red doveva infatti essere caucasico e di origini irlandesi - ma per la maggior parte la storia raccontata da Frank Darabont ricalca le parole scritte da King.

Nonostante sia alla sua opera prima, il regista franco/statunitense Frank Darabont sa bene cosa fare: elimina dalla regia qualsiasi elemento estetico superfluo, evita di girare in lungo e in largo dentro e fuori le mura della prigione, senza che la macchina da presa prenda iniziative. In questo modo, riesce nella difficile operazione di rendere il carcere luogo e non luogo della vicenda. La sapiente gestione degli spazi permette allo spettatore di vivere per tutte le due ore del film in empatia con i personaggi, capirne punti di forza e debolezze, redenzione e aggressività repressa, giocando spesso con primi piani e panoramiche, che in fase di montaggio, proprio per il loro alternarsi, comunicano un senso di soffocamento, allo stesso tempo salvezza e condanna dei detenuti, come l’epilogo del vecchio Brooks insegna.

Darabont è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese con cittadinanza ungherese naturalizzato statunitense. Nacque in un campo di rifugiati in Francia, perché i suoi genitori scapparono dall’Ungheria comunista nel 1956 all’epoca dell’invasione sovietica.

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Il Messaggio Finale: Speranza Contro l'Istituzionalizzazione

Al termine del film si percepisce come lo status di uomo libero è una conseguenza di un passaggio fondamentale: da uomo a uomo migliore. Questa percezione non è presente negli altri prigionieri, ormai istituzionalizzati. Una condizione abitudinaria che fa percepire loro la vita all’interno del carcere come decisamente migliore rispetto a quella da uomo libero. Non sanno più vivere al di fuori. Sembra quasi essere un peso insostenibile. E mentre Andy non si fa governare dalla rassegnazione, gli altri sono ormai alla sua mercé.

Gli ultimi minuti della pellicola vedono Red finalmente uscire di prigione con la libertà vigilata, e cercare di riprendere la sua vita come il vecchio Brooks prima di lui (si ritrova anche nello stesso alloggio, fornito dal governo, dove l'uomo si era suicidato). Red sceglie però di vivere e, dopo aver inciso il suo nome vicino a quello dell'amico, va in cerca del luogo che gli era stato indicato da Andy. Le parole della lettera scritta da Andy che Red trova nel nascondiglio segreto sono la risposta diretta a una frase che l'amico gli aveva detto molto tempo prima in prigione: "La speranza è una cosa pericolosa, la speranza può far impazzire un uomo." Ma è proprio la speranza a salvare Red, come ha fatto con Andy, che invece di suicidarsi o tornare in galera, sceglie invece di andare avanti, di non lasciarsi sopraffare dalla sua "istituzionalizzazione".

«O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire. Io ho scelto di vivere.», con questa frase Red sceglie di intraprendere un nuovo viaggio, da cui non sa assolutamente che cosa aspettarsi, ma è comunque pieno di speranza.

In occasione del ventesimo anniversario del film, per il quale era stata organizzata una proiezione speciale alla quale hanno partecipato Darabont, Robbins e Freeman, i tre hanno dichiarato che fu una richiesta esplicita dei produttori non lasciare "Le ali della libertà" con un finale così ambiguo. Dopo tutto quello che i protagonisti avevano subito durante la pellicola era giusto che il pubblico ricevesse un finale al cento per cento positivo: "Dopo più di due ore di inferno, che i due si rincontrino glielo devi" avevano detto a Darabont, e fu per questo che al film fu aggiunta la scena della spiaggia, che conferma che Andy e Red alla fine effettivamente si ritrovano.

Il finale del film non poteva che essere questo: la scena di chiusura è commovente, coinvolgente e, soprattutto, da forma al concetto su cui l'intera storia si basa, ossia che è la speranza a rendere liberi. Con questa scena sappiamo che i due personaggi sono riusciti a guadagnarsi la loro libertà, ad essere felici, perché non hanno abbandonato la speranza, fino alla fine. La redenzione del titolo, che tradotto dall'originale è "La redenzione di Shawshank", non è quella che ottengono i detenuti scontando la loro pena, ma la forza di tornare a vivere, di continuare ad andare avanti. La paura è la vera prigione - come ci fa capire anche Red, quando dice che vorrebbe tornare dove non deve "avere paura tutto il tempo" - e la speranza è l'unico modo per ottenere la libertà.

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