Tra le più celebri scritture spirituali dell’umanità, la Bhagavad Gita rappresenta una guida senza tempo per chiunque sia alla ricerca di equilibrio, saggezza interiore e consapevolezza. Spesso considerata una delle "bibbie indiane" per la sua profonda influenza e per la sua natura di testo sacro fondamentale, essa si distingue per la sua capacità di offrire insegnamenti universali applicabili a tutte le culture, nazioni, classi sociali e religioni.
La Bhagavad Gita, assieme ai Sutra di Patanjali, è tra i testi più tradotti in diverse lingue al di fuori dell’India, testimoniando la sua importanza e il suo impatto globale. Nonostante le sue radici antiche, è un testo straordinariamente attuale, libero da dogmi e caratterizzato da un approccio che riflette l’apertura culturale dell’India.
Origine e Struttura della Bhagavad Gita
La Bhagavad Gita, il cui nome significa "canto del Beato" (poiché il sanscrito non si recita ma si canta, essendo una lingua sacra e liturgica), è un poema filosofico e spirituale di 700 versi, contenuto nel sesto capitolo del Mahabharata, conosciuto come Bhisma parva. È considerata da molti una delle maggiori Upanishad e chiamata anche Gitopanishad. Di questo testo esistono più di cinquecento versioni diverse, con relative interpretazioni; la più accreditata è quella che espone la Bhagavad Gita “così com’è” di Shrila Prabhupada (1896-1977), un maestro di yoga indiano che ne ha rispettato l’integrità.
Shrila Prabhupada ha portato in Occidente un patrimonio di circa ottanta volumi sulla spiritualità indiana, tradotti in tutte le lingue e distribuiti in cento milioni di copie nel mondo, tanto che in India gli hanno di recente dedicato una moneta.
La Scena e il Dilemma di Arjuna

L’originalità e la particolarità del messaggio della Bhagavad Gita è che il mondo e la vita terrena diventano un luogo e un’opportunità di liberazione, qui e ora. E per spiegarcelo, il poema ci porta in un campo di battaglia, a pochi istanti dall’inizio di una violenta guerra.
Al centro dell’opera vi è la battaglia tra i due eserciti opposti, quello dei Pandava e dei loro cugini e rivali Kaurava. Alla vigilia di una battaglia decisiva, il principe guerriero Arjuna è assalito dal dubbio e dalla sofferenza: combattere significherebbe affrontare e forse uccidere i propri parenti, amici e maestri. Il primo capitolo si chiama “Arjuna viṣāda-yoga”, dove viṣāda, "depressione", deriva da viṣa, che significa "veleno": la depressione è associata al veleno che prende spazio all’interno dell’individuo. Questo veleno fa nascere in Arjuna il desiderio di abbandonare il campo di battaglia pochi istanti prima dell’inizio della guerra.
Dimenticandosi del suo ruolo di guerriero e del suo dovere, egli desidera ritirarsi sulle montagne e prendere rifugio nell’inazione, nell’inerzia e nell’oblio. In quel momento Arjuna si arresta, lascia il proprio arco a terra nel carro, acquisendo consapevolezza che dovrà combattere contro i suoi parenti.
Da questo momento inizia il celebre dialogo con Krishna, suo cugino e amico fraterno, che prende le vesti di guida e di maestro, rispondendo alle sue domande e sciogliendo qualsiasi dubbio. Krishna, chiamato anche “Beato” (Bhagavat), è l'Avatar, la forma umana di Dio, e la sua presenza e guida sono cruciali.
Gli Insegnamenti Fondamentali: Karma-Yoga e Dharma
La Differenza tra KARMA e DHARMA | Vibrant Kundalini
Prima della Gita, l’azione (karma) era spesso vista come il carburante del motore della sofferenza. Uno dei punti chiave di questo testo è quello di riabilitare l’azione, riqualificarla, in modo che essa stessa diventi una via per la liberazione (karma-yoga), perché «Nessuno, infatti, neanche per un solo istante, può rimanere inattivo, giacché ciascuno è indotto ad agire, suo malgrado, dalle caratteristiche intrinseche della Natura».
Krishna contrappone alla via della rinuncia all’azione, vagheggiata inizialmente da Arjuna, la via dell’azione (karman), unita però all’affidamento a Dio (bhakti) cui solo compete di decidere quale esito debba avere l’azione intrapresa. Dunque, la responsabilità umana si limita all’intrapresa dell’azione, mentre i suoi frutti non dipendono dall’uomo. L’azione corretta sarà quella che mira solo all’esecuzione del proprio dovere (o sva-dharma) e non al raggiungimento di un certo frutto, il quale è comunque fuori dall’influenza umana. Chi agisca in questo modo, ossia privo di attaccamento per i frutti dell’azione, non porta le conseguenze karmiche negative dell’azione compiuta.
Krishna si rivolge ad Arjuna in maniera confidenziale, proprio per spiegargli la distinzione tra corpo materiale e anima spirituale, con definizioni di coscienza, di percezione di sé stessi e di «Chi sono io?». La legge materiale vuole che tutto nasca, sussista, si riproduca, deperisca e infine scompaia. Tutti i corpi, vegetali, animali e umani, obbediscono a questa ferrea legge.
Un esempio emblematico è quello dell’albero baniano: «Esiste un albero baniano, le cui radici si dirigono verso l’alto e i rami verso il basso; le sue foglie sono gli inni vedici. Chi lo conosce, conosce i Veda» (Bhagavad Gita, 15.1). In questo testo il mondo materiale viene paragonato a un albero rovesciato che è solo un’immagine riflessa che si specchia in un fiume o nel mare e che sottintende a un’immagine reale. Il mondo materiale similmente è come un riflesso della realtà, l’ombra della realtà, ma è la traccia di un oggetto reale e concreto.
Al termine del dialogo, Arjuna riprenderà il suo arco, risalirà sul carro guidato da Krishna e in diciotto giorni, con la mente e il cuore fissi in Krishna, vincerà la battaglia e riconquisterà il Regno.
Il vero “rinunciante” non è colui che recita i mantra, che porta segni sulla fronte o l’abito arancione, non è colui che fa le offerte nel fuoco sacro o alle murti (immagini delle divinità), e nemmeno colui che si ritira nelle grotte senza svolgere nessuna attività, perché queste cose non sono la prova della sua devozione o della sua rinuncia.
Influenza e Commentari
La Bhagavad Gita, che raccoglie probabilmente materiali di origine (Sāṅkhya, Yoga e bhakti) ed età diverse, è diventata il testo più venerato dell’induismo. Assieme a Bhāgavatapurāṇa e Brahmasūtra rappresenta il ‘triplice fondamento’ delle scuole vaiṣṇava. È stata oggetto di molteplici commenti, da Abhinavagupta fino ad Aurobindo Ghose. In particolare, molte scuole vedāntiche hanno elaborato un proprio commento alla Bhagavad Gita in cui la interpretano alla luce della propria visione del rapporto fra anima individuale e assoluto. Śaṅkara la considera perciò un testo monista, mentre Rāmānuja ne enfatizza il valore devozionale. Anche Gandhi scrive: “Quando sono in difficoltà o angosciato cerco rifugio nella Gita. Non respinge nessuno.”
Il Contesto della Letteratura Vedica e Indù
La letteratura indiana si divide in due grandi filoni:
- Śruti ("ciò che è stato udito"): una letteratura senza autore, un corpus di testi che è stato “udito” o meglio realizzato dai saggi in un passato non precisato. Dopo vari passaggi per via orale da maestro a discepolo, questa conoscenza è stata messa per iscritto intorno al 1500 a.C.
- Smriti ("ciò che è stato ricordato"): letteratura di matrice umana che si è sviluppata nei secoli successivi, tra il 500 a.C. e il 500 d.C., e che rappresenta un tentativo di rendere accessibile il messaggio della Śruti.
I Veda: Le Fonti della Conoscenza

I Veda sono un’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii che invasero nel XX secolo a.C. l’India settentrionale. La parola Veda significa "Gnosi", "sapere", "conoscenza", "saggezza" e "conoscenza duratura". Il loro intento è quello di portarci a capire la posizione spirituale delle anime condizionate dalla natura materiale. La letteratura vedica comprende migliaia di nozioni suddivise per argomenti che comprendono tutto lo scibile umano, dalla politica all’agricoltura.
I Veda principali sono:
- RigVeda
- SamaVeda
- YajurVeda
- AtharvaVeda
Non vi è accordo tra gli studiosi sul periodo della loro origine, peraltro durata a lungo nei secoli per aggiunte progressive; perciò il periodo più accreditato di composizione varia tra il 2000 e il 500 a.C., considerando orale la trasmissione precedente. Essi sono stati composti a partire dal XII secolo a.C. e - messi per iscritto non prima del VII a.C. - offrivano complesse informazioni cosmologiche, aiuto psicologico, elementi storico-antropologici e di comportamenti sociali e familiari.
Le Upanishad: Commentari e Approfondimenti
I commentari ai Veda sono noti come Upanishad o Vedanta, che significa “estensioni”. La radice del nome ha il significato di “sedersi sotto”, ossia ai piedi del Maestro, colui che spiega e parla della dottrina sacra. A partire dalle Upanishad, grazie all’influenza di buddhismo e jainismo, ci arrivano concetti come il karma e la reincarnazione, e la necessità di liberare l’essere umano dal dolore e dalla sofferenza attraverso la ricerca interiore.
I Grandi Poemi Epici Indiani
Il Mahabharata: La Grande Storia dei Bharata

Il Mahabharata, “La grande storia dei figli di Bharata” o “La grande storia dei Bharata”, è uno dei più grandi poemi della mitologia induista assieme al Ramayana. È l’opera più monumentale di tutta la letteratura mondiale: quattro volte più lunga della Bibbia e trasmessa oralmente. Contiene 106 mila versi e narra la grandezza della civiltà indiana con intrighi e lotte paragonabili ai conflitti interiori. Per la sua importanza ed esaustività in tutti i campi del sapere e delle sfere dell’umano, viene considerato il quinto Veda.
Il Mahabharata è al contempo una descrizione di fatti reali e mitici. La collocazione storica non è chiara: da alcuni eventi astronomici descritti (eclissi, congiunzioni, ecc.) sembrerebbe l’India vedica intorno al 1400 a.C. o in alternativa al 3100 a.C., se non addirittura prima. Gli studiosi concordano nel dire che gli avvenimenti descritti sembrano avere un’importanza secondaria rispetto al contenuto filosofico, etico e sacro dell’opera.
L’autore del testo è attribuito al saggio Vyasa, ma è molto probabile che questo sia una sorta di nome di funzione e che l’immensa opera sia frutto di diversi autori, che per dare continuità si diedero tutti lo stesso nome - Vyasa in sanscrito significa “compilatore”. La narrazione storica che inizia con le imprese del grande re Bharata e dei suoi discendenti, arriva fino ad Arjuna, uno di questi.
Il grande pubblico lo ha conosciuto anche grazie alla rappresentazione cinematografica e teatrale del regista Peter Brook, che ha portato sulla scena anche il personaggio esemplare di Draupadi, vinta al gioco dei dadi e costretta a vivere per dodici anni in esilio nella foresta con i suoi cinque mariti.
Il Ramayana: Il Viaggio di Rama
Il Ramayana, “Il viaggio di Rama”, descrive l’epopea di Rama che, cacciato dal suo regno e con la sposa rapita da un demone, dopo molte prove riconquista entrambi e riunisce, da guerriero e sacerdote, il regno diviso. La stesura definitiva si fa risalire al I secolo d.C. ma si ritiene che la forma originaria possa risalire al IV-III secolo a.C., se non al VI secolo a.C. o precedenti. Vi è un ricco simbolismo legato ai personaggi, ai loro attributi ed agli oggetti che appartengono loro.
Concetti Chiave e Personaggi Centrali
Il Sanscrito: La Lingua Sacra dell'India
In India, il Sanscrito è ancora lingua ufficiale insieme ad altre 22. Essa appartiene alla famiglia delle lingue indoeuropee da cui derivano molti altri idiomi del paese (primo fra tutti l’hindi, la più diffusa). Il ruolo di questa lingua nella cultura indiana è simile a quello dell’Ebraico per l’Occidente e dell’Arabo per gli islamici, ossia è una lingua sacra; ma è anche una lingua liturgica come il Latino e il Greco antico. In Sanscrito furono scritti molti testi classici come i Veda. Vi sono minime differenze tra il Sanscrito vedico e il Sanscrito classico, più tardo, nel quale furono redatte le grandi epiche indiane Mahabharata e Ramayana. La sua forma definitiva fu fissata nel IV secolo a.C. Ad oggi parlano il Sanscrito classico persone colte come bramhana, pandit e letterati.
Yoga e Meditazione
Yoga deriva da "yu", “il fatto di legare”, “collegare”, “unire”, “congiungere”, e significa anche “veicolo”. Corrisponde al latino iugum, dal verbo iungo, “giuntare”, “congiungere”, “unire”, “giogo”, “coppia”. La Bhagavad Gita è un testo pratico che ci parla di diverse strade di ricerca interiore attraverso lo yoga. Oggi lo yoga ha superato i confini dell’India per rivolgersi a una platea occidentale di persone che ricercano benessere psicofisico e pace mentale che non riescono a trovare nella società stressante e caotica. Con la meditazione si riesce a creare uno spazio tra i pensieri e con la contemplazione si sviluppa l’immaginazione per realizzare obiettivi superiori.
Mantra
Un Mantra deriva da "man" (“pensare”) e "tra" (“salvare”): un pensiero in grado di salvare l’uomo, un suono in grado di liberare la mente. Può avere effetto anche fisico ed energetico.
Krishna: L'Avatar Divino
Krishna, chiamato anche “Beato” (Bhagavat), è il nome con il quale viene chiamato quando, in un’epoca remota della storia dell’India (1500 a.C. circa), fonda una nuova religione a carattere monoteista, rinnovando la concezione che gli Indiani si erano fatti della tradizione (Smriti) e della rivelazione (Śruti) abbracciante i Veda. Egli corregge le conclusioni sbagliate e richiama gli uomini alla vera spiritualità e alla pietà del cuore. La nuova rivelazione portata da Krishna, figlio di Vasudeva e Devaki, si diffuse all’inizio tra i guerrieri della sua tribù e di quelle vicine, poi si estese a più largo raggio, ed i suoi seguaci ebbero il nome di Bhagavati. Pur non negando l’autorità degli antichi testi su cui poggiava la legge bramanica, con Krishna la parola salvifica dell’Avatâr diventa la fonte stessa della Sapienza.
Arjuna: Il Puro Arciere
Arjuna significa "bianco", "argento", "luminoso come la luna piena". È descritto come il puro, l’arciere, figlio di Indra, il più retto e il più abile combattente.
La tradizione e il poema indicano che la battaglia si svolse a Kurushetra nel “campo di Kuru”, presso Amballa nell’India settentrionale, divenuta poi meta di pellegrinaggi. “Campo di Kuru” fu poi detto anche il territorio tra il Gange superiore, centro da cui irradiò nell’India la cultura bramanica e perciò considerato sacro. La causa della guerra fratricida che si combatté nel Kurushetra forma il soggetto della maggiore epica indiana. Gli eredi di Kuru, dopo molte generazioni, si trovarono a contendersi il regno. S’interposero i saggi ma invano e la guerra scoppiò.
L'Impatto della Tradizione Vedica e la Civiltà Indiana
La collocazione storica condivisa della civiltà indiana è tra il 3300 e il 1500 a.C., con il massimo fulgore tra il 2600 e il 1900 a.C., contemporanea quindi a quelle della Mesopotamia e dell’Antico Egitto, come testimoniato dai recenti scavi nella zona di Harappa. Nel momento di maggior splendore, attorno al 2200 a.C., la civiltà indiana occupava un’area più grande dell’Europa.
La lingua dei Veda è importantissima anche per la datazione delle scritture; a livello cronologico troviamo una grande varietà di dialetti, mentre per le classi più elevate si parla di Rig Veda, poi standard della comunità dei Brahmana o casta dei sacerdoti. Essi offrivano complesse informazioni cosmologiche, aiuto psicologico, elementi storico-antropologici e di comportamenti sociali e familiari.
Ruolo della Donna nella Società Vedica

La donna veniva intesa come una persona in evoluzione che non era l’unica a doversi occupare di cibo e figli; infatti, anche il marito contribuiva con il suo supporto emozionale alla vita di coppia, educava e doveva dimostrare di diventare un compagno saggio, saper difendere la moglie e rispettarla. Insieme praticavano lo yoga e lo studiavano per sviluppare maggior autocontrollo e moderazione. Nella letteratura vedica sono presenti molte figure di donne, madri, insegnanti e studenti, che erano citate spesso come esempi positivi o modelli di riferimento. Ad esempio Satyavati, l’apsara Urvashi, Satyabama e la regina Kunti, sono considerate persone che praticano lo yoga a diversi livelli e non vengono discriminate; nelle loro parole, negli atteggiamenti, nelle loro storie si evidenzia la classe sociale nel contesto tradizionale che le contraddistingue e da cui hanno attinto per realizzare un’identità personale.
La Scoperta Occidentale della Filosofia Vedica
In Occidente, lo studio di questi testi si sviluppa negli anni Venti con le scoperte archeologiche degli scavi nella valle dell’Indo. Già nel 1784 fu fondata a Calcutta la “Società asiatica del Bengala” per pubblicare e diffondere scritti di carattere storico e linguistico che vennero letti dai più noti intellettuali dell’epoca e tradotti dal sanscrito soprattutto in tedesco.
La filosofia vedica divenne subito fonte d’ispirazione dei romantici tedeschi; il primo appassionato fu Johann Gottfried von Herder e Friedrich von Schlegel pubblicò il Saggio sulla lingua e la saggezza dell’India (1808), mentre Wilhelm von Humboldt pubblicò un lungo studio sulla Bhagavad Gita che descrisse come «la cosa più profonda ed elevata apparsa al mondo» (1812). George Hegel paragonò la scoperta del sanscrito a quella di un nuovo continente e nelle sue Lezioni sulla filosofia della storia elogiò il subcontinente indiano come «il punto di partenza per il mondo occidentale». La tradizione vedica non venne amata solo dai filosofi, ma anche dagli studiosi americani, francesi e slavi.
Essa propone degli insegnamenti basilari, delle istruzioni pratiche, che gradualmente portano a comprendere i ragionamenti più complessi e raffinati. Vero è che non si può essere superficiali nel leggere le parole di questi testi: se si vuole approfondire la vera natura umana bisogna metterne a frutto alcuni principi utili.