Emilio Villa: Poeta, Biblista e Precursore dell'Avanguardia

Emilio Villa (1914-2003) è stato una figura poliedrica e complessa nel panorama culturale italiano del XX secolo: artista, poeta, biblista, intellettuale, fondatore di riviste e iniziative culturali, promotore di talenti artistici e convinto assertore dell'intrinseco valore dell'avanguardia.

Biografia e Formazione di un Intellettuale Eclettico

Emilio Villa nasce ad Affori, oggi un quartiere di Milano, il 21 settembre 1914 e muore il 14 gennaio 2003 in solitudine, in un ospizio presso Rieti. Dopo aver frequentato per un paio d'anni il liceo Parini e poi il seminario (prima presso Seveso e poi a Milano), prosegue i suoi studi presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Qui si dedica a studi di filologia semitica e paleogreca, specializzandosi in assiro-babilonese e ugaritico, discipline a cui dedicherà gran parte della sua vita.

Negli anni Trenta, Villa vive a Firenze, dove conosce figure come Mario Luzi, Oreste Macrì e Aldo Palazzeschi. Nel 1934 pubblica la sua prima raccolta di versi, Adolescenza, cui segue un'intensa attività pubblicistica su riviste come "Il Meridiano", "Letteratura" e "Il Frontespizio". In un periodo controverso della sua vita, collaborò a "La Difesa della razza" e fu tra i firmatari del Manifesto della razza fascista. Richiamato dalla Repubblica di Salò, si nasconde in Toscana; a Milano vive in clandestinità e prende parte alla Resistenza insieme al critico Mario De Micheli.

Tra il 1951 e il 1952, Villa si trasferisce in Brasile, vivendo a San Paolo. Lì lavora al Museo d'arte moderna e conosce Bardi, il fondatore del museo. In questo periodo, è influenzato dalle idee di Roger Caillois sulla scrittura naturale e primigenia, incontra il gruppo dei Noigandres e apprende la poesia concreta e tematiche pittoriche ancora sconosciute all'ambiente italiano. Viaggia anche svendendo tele e disegni di artisti come Perilli, Turcato e Dorazio. Tornato in Italia, a Roma, si dedica per lo più d'arte, fondando riviste come «EX» e «Documento Sud». Frequenta e ammira Lucio Fontana, collocandolo ai vertici della sua idea di arte, accanto a Rothko e Pollock. Villa legge Nietzsche, ma scivola dentro alla "tonante depressione di Cioran con la sua disgrazia di essere nato", e studia Leonardo, annotando la lezione che dice: «Ogni cosa in natura si fa per la sua linea più breve».

Foto di Emilio Villa durante un periodo di studio

La Rivoluzione Linguistica di Villa: Contro l'“Ytaglyana” e la Glossolalia

Emilio Villa sviluppa una profonda avversione per la lingua italiana, da lui definita "Ytaglyana" e ritenuta una "lingua di schiavitù d’una Ytaglya pomposamente accademica". Questa allergia lo spinge a perseguire un'integrazione molto audace fra le lingue morte e quelle vive, avvalendosi della sua profonda conoscenza delle etimologie. Negli anni Cinquanta, sperimenta una scrittura matrice del plurilinguismo, dove si compenetrano francese, inglese, spagnolo, provenzale, portoghese, latino, greco e il dialetto milanese. Ha preferito scrivere soprattutto in un latino di proprio estrosissimo conio, con saporose deviazioni in greco antico, provenzale e inserti semitici, per approdare infine ad un francese sui generis che, secondo le testimonianze, "farà stordire i nativi di quella madrelingua".

Accanto a questa sperimentazione, compare una singolare variante della glossolalia, quel "parlare strano" già menzionato da San Paolo in una lettera ai Corinzi, una forma presente in certe situazioni di esaltazione mistica presso molte comunità religiose. La glossolalia villana scaturisce dal fermento di una materia linguistica densa di bisticci fonici, di congetture etimologiche, di accostamenti inaspettati ove il suono genera il senso rischiando ognora il nonsenso. Villa è sempre disponibile a svincolare l’eufonia dal significato; certi passaggi sono del tutto oscuri, pur se qualcosa si percepisce di fosforescente come tra fantomatiche presenze abissali, creando una zona ove regna il massimo grado di ambiguità semantica in un divenire senza fine. Un esempio, dalla raccolta Verboracula (su rivista Tau/ma, 1981), è il nome Artemis fatto nascere da sequenze foniche sumere e accadiche.

Nel suo pensiero, la storia è rifiutata e considerata "uno sbaglio continuo". A questo rifiuto si ricollega la critica del rapporto tra cose e parole: «chi che aspetta di sentire le parole? / o voi / aspettare di sentir le cose tra le cose? Ogni si aspetta / di udire le cose e le parole?». Il linguaggio è inteso non tanto quale veicolo di significati, quanto puro materiale da analizzare in un continuo processo di associazioni e dissociazioni che parte dalle Parole in Libertà futuriste e dal linguaggio transmentale zaum? di Velemir Chlebnikov, Aleksej Krucenych e Iliazd, per sfociare nel totale disimpegno dal senso proprio del dada. «Non c’è più origini. Né si può sapere se. / se furono le origini e nemmeno, ciò ch’è conseguente con quel senso di perdita assoluta già adombrato in Oramai», scriveva Villa in Linguistica (da E ma dopo, 1950). Tuttavia, la ricerca di una "lingua edenica" non l'abbandonerà mai, apparentandolo a Chlebnikov, anch'egli poeta filologo che scava nelle parole e le ricostituisce con inediti impasti di radici, suffissi e prefissi, trasformando l'esperimento linguistico in atto estetico.

Schema delle influenze linguistiche e filosofiche di Emilio Villa

Emilio Villa e l'Avanguardia Artistica: Mentore e Teorico

Emilio Villa è ritenuto fra i precursori della neoavanguardia, del Gruppo 63 e dei Novissimi. Il suo impegno per far emergere personalità rilevantissime è ben noto: tra queste, Burri, Mirko, Novelli, Debernardi, Mario Francesconi e, in anni più recenti, Claudio Parmiggiani, Mimmo Paladino, Gian Ruggero Manzoni, Gino De Dominicis. Ha lavorato con grandi artisti internazionali come Rothko, Duchamp, Matta, e con artisti italiani come Schifano, Turcato, Lo Savio. Fu il profeta italiano dell'action painting, l’apologeta e il sodale di molti tra i maggiori talenti allora emergenti o affermati.

Nell’arte contemporanea Villa vede l’atto del taglio in Fontana, nella cucitura dei sacchi in Burri, nel dripping di Pollock, un ritorno ai segni-simboli primordiali, dai quali l’uomo storico e tecnologico si è fatalmente allontanato. Questa visione si ricollega all'idea che la poesia non è purezza, ma un compromesso che rispecchia la condizione umana di perdita del divino, dell'infanzia e di una caduta originaria. Se la poesia è compromesso, essa dovrà accettare la degradazione della lingua, l’informale materico, corrispondendo agli esiti dell’espressionismo astratto di un Pollock, di un Gorky o all’informale tragico di un Burri. Villa parlava di un "lessico informale dunque della langue nulle, degré zéro" (in L’homme qui descend quelque. Roman métamytique, Magma, Roma, 1974), uno spazio nel quale la frase si dissolve e non sarà più recuperabile che a tratti, rischiando ad ogni passo di precipitare nel vuoto del nonsenso. Il suo stile si traduce in un "melting pot lessicale" che mescola serie di bisticci paradossali, una continua deformazione e contaminazione dei termini, l’uso indifferente di diverse lingue e la creazione di un idioma onnicomprensivo, inarticolato, totale, polisegnico, farcito d’accidenti ortografici e di "parole-baule" come "arboraranea" (albero-ragno) o "nuxnox" (noce-notte).

Centrale, nell’universo poetico di Villa, è il ruolo della Sibilla, vox clamantis in tenebris verborum, che impersona la fondamentale ambiguità del linguaggio tramite la figura dell’enigma, che già per Aristotele è l’antenato della metafora. Per comprendere meglio l’idea villana del rapporto tra il divino e l’umano, gli estratti dell’incompiuto saggio L’arte dell’uomo primordiale, stesi verso il 1965, offrono spunti preziosi: il sacrificio, il sacrum facere, l’uccisione della vittima, è considerato atto nutritivo divinizzante ma al contempo immanente, senza trascendenza. Con la nascita dell’arte cosiddetta preistorica, il segno, come espressione del simbolo, tende a sostituire il rito sacrificale.

Labirinti e Tarocchi di Emilio Villa

Le Traduzioni Bibliche e Omeriche: Rigore Filologico e Visione Aconfessionale

Grazie alla sua formazione presso il Pontificio Istituto Biblico e la sua specializzazione in lingue semitiche, Villa ha dedicato anni alla traduzione di testi sacri e classici. Tra le sue opere più significative, spicca la traduzione integrale della Bibbia, di cui la pubblicazione di Proverbi e Cantico. Traduzioni dalla Bibbia, curata da Cecilia Bello Minciacchi per le edizioni Bibliopolis (2004), costituisce la prima apparizione. Questa edizione è un "contributo poetico e storico-letterario significativo e prezioso", frutto di un impegno solitario e soverchiante.

La peculiarità della sua traduzione risiede nell’unione del rigore filologico con cui Villa ha affrontato il testo ebraico e nell’ottica aconfessionale da lui assunta. Villa ha inteso riportare i testi biblici al loro valore letterario prima che religioso, indagando ascendenze da culture antiche prossime a quella ebraica - egiziana e mesopotamica in primis - e mettendone in risalto le reciproche influenze, avanzando talora ipotesi inedite. Ha anche tradotto una tavola del poema Enuma eliš, l'Odissea e, integralmente, la Bibbia, stendendo note, commento e introduzione ad ogni libro.

Emilio Villa incominciò a tradurre l’Odissea nel 1942, ma solo dopo la fine della guerra ne apprestò una prima stesura, pubblicata nel 1964. Seguì qualche anno più tardi una versione definitiva, ampiamente ritoccata e ripensata. Questa traduzione fu giudicata immediatamente «stravagante e spropositata» da accademici e universitari, ma Villa mirava con puntiglio a ridare luce ai legami profondi tra l’epica ellenica e le culture precedenti. Scopre anche i Finnegans Wake di Joyce, dimenticando Carlo Emilio Gadda.

Il "Clandestino": Un'Esistenza ai Margini e un'Eredità da Riscoprire

Nonostante la sua immensa erudizione e il suo ruolo di promotore culturale, Villa condusse un’esistenza per lo più grama e raminga, "uomo esule di un mondo cattivo del quale non bisogna essere mai partecipi". Era incredibilmente colto, ma anche disordinato e, a detta di alcuni, "sporco". Le sue tasche erano piene di poesie, brani tradotti, appunti e illuminazioni, che finivano in scatole e valigie, poi disperse. Villa non si preoccupò di raccogliere i propri testi, né di cogliere i frutti dei propri rapporti privilegiati con artisti destinati a mietere grandi successi, preferendo inseguire un personalissimo sogno di gloria assumendo una posizione marginale rispetto all’ufficialità.

La sua quotidianità era costellata di eccentricità: dormiva per terra avvolto in fogli di giornale, traduceva dall’assiro, si pettinava a metà cena con un pettinino azzurro, sputava nel minestrone prima di mangiarlo. Era amato dalle contesse, cucinava trippe e campava vendendosi un Consagra o un brano ritradotto del Qohelet. Abitava in case precarie, soffitte, atelier prestati, e qualche volta dormiva sulle panchine. La sua vitalità, espressa nel cibo, nella scrittura, nell'incanto per il teatro di Carmelo Bene, viaggiava verso un "orizzonte perfettamente nero". Per lui, "Non c’è sapere trasmissibile. Non ci sono parole per spiegare. Non c’è soluzione all’enigma. Non c’è uscita dal labirinto."

Rarissime furono le sue pubblicazioni “ufficiali”. Oltre all'Odissea, la raccolta di scritti sull’arte Attributi dell’arte odierna 1947-1967 (dopo il primo volume edito da Feltrinelli nel 1970 non uscì il programmato secondo; l’opera nella sua completezza è stata restaurata da Aldo Tagliaferri per «fuoriformato», Le Lettere 2008). Anche un secondo volume delle Opere poetiche (dopo un primo curato da Tagliaferri per Coliseum nel 1989) non è mai uscito.

La sua fama ha avuto parecchie ridondanze, ma sempre in memorie aleatorie, in carte di artisti introvabili, in testimonianze d’occasione, in ricordi quasi del tutto cancellati. Mai un racconto sistematico, salvo qualche pagina dedicatagli da Giampiero Mughini. Se ne incarica adesso Aldo Tagliaferri, che gli è stato amico e allievo per una quarantina d’anni, con la biografia Il clandestino (“Vita e opere di Emilio Villa”, DeriveApprodi). Grazie alle ricerche scrupolose di Tagliaferri è stato identificato e pubblicato anche il saggio L’arte dell’uomo primordiale (Abscondita 2005), un testo non firmato appartenente all’artista Gianni De Bernardi, di cui Villa aveva scritto più volte con entusiasmo.

Nel 1986 un ictus lo paralizzò e lo ammutolì. Emilio Villa, l'uomo che ammirava D'Annunzio con "tutto il suo carico di gloria e di tristezza" e che ha plasmato l'arte e la poesia del suo tempo, morì in solitudine il 14 gennaio 2003.

tags: #bibbia #emilio #villa