La Biblia Hebraica Stuttgartensia e il Libro dell'Esodo: Analisi Approfondita e Contesto Storico-Critico

Il Libro dell'Esodo nella Tradizione Biblica

Il libro dell’Esodo narra gli avvenimenti che vanno dalla nascita alla morte di Mosè: l’uscita dall’Egitto, la sosta nel Sinai, la salita verso Kades, il cammino attraverso la Transgiordania e l’insediamento nelle steppe di Moab.

L’importanza di questi ricordi per la vita del popolo e l’eco che essi trovavano nei riti hanno dato ai racconti il colore di gesta eroiche (come il passaggio del Mar Rosso) e di una liturgia (come la Pasqua). Israele, diventato un popolo, fa dunque il suo ingresso nella storia e, sebbene nessun documento lo menzioni ancora - salvo un’allusione oscura nella stele del faraone Merneptah - ciò che la Bibbia narra concorda, a grandi linee, con i testi e le scoperte archeologiche che si riferiscono alla discesa di gruppi semitici in Egitto, all’amministrazione egiziana del Delta e alle condizioni politiche della Transgiordania.

Contenuti e Struttura

Il libro dell'Esodo è composto da 40 capitoli. Nei primi 14 capitoli descrive il soggiorno degli Ebrei in Egitto, la loro schiavitù e la miracolosa liberazione tramite Mosè, mentre nei restanti descrive il soggiorno degli Ebrei nel deserto del Sinai. Sul Monte Sinai Dio rivela a Mosè il proprio nome, con un dialogo sincero, diretto e personale: Dio è chiamato per nome e parla ai singoli chiamandoli per nome.

Il valore salvifico della liberazione dall'oppressione egiziana, l'istituzione della Pasqua, la teofania sul Sinai, con la trasmissione dei dieci comandamenti e la codificazione dell'alleanza tra Dio e il popolo eletto costituiscono a vari livelli alcuni dei temi centrali delle religioni ebraica e cristiana.

Significato Teologico e Storico

Nel momento scelto da Dio, l’Esodo segnò la fine di un periodo di oppressione per i discendenti di Abraamo e l’inizio dell’adempimento della promessa del patto concluso con il patriarca: i suoi discendenti non solo avrebbero abitato la terra promessa, ma si sarebbero anche moltiplicati e sarebbero diventati una grande nazione. Gli Israeliti appresero per rivelazione divina la sovranità, la maestà, la bontà, la santità, la grazia e la misericordia del loro Signore, unico e solo Dio dei cieli e della terra. Il racconto dell’Esodo e altri importanti avvenimenti che lo seguirono furono anche oggetto di nuove importanti rivelazioni bibliche.

Rappresentazione grafica della rivelazione del nome di Dio a Mosè sul Sinai

L'Edizione della Biblia Hebraica Stuttgartensia e le sue Caratteristiche

Il volume dedicato al libro dell'Esodo offre un approccio critico e multilingue al testo biblico, un valido strumento per recepire il testo biblico in lingua originale e affrontare le difficoltà delle lingue antiche.

La Proposta Editoriale

Del libro dell’Esodo il volume propone diversi testi per un'analisi comparata:

  • il testo della Bibbia CEI 2008, con introduzione e note dalla Bibbia di Gerusalemme;
  • il testo masoretico della Biblia Hebraica Stuttgartensia che riporta il Codex Leningradensis B19A(L), datato circa 1008;
  • la versione interlineare in lingua italiana, eseguita a calco, che cerca di privilegiare il più possibile gli aspetti morfologico-sintattici del testo ebraico, anche a scapito, in alcuni casi, della semantica. Va letta da destra a sinistra seguendo la direzione dell’ebraico e conia diversi neologismi che intendono rendere meglio il senso originario.

Questo strumento consente anche a chi non conosce o conosce solo parzialmente la lingua antica di coglierne le specificità e il ritmo, per una fruizione più piena di un contenuto che non è solo testo sacro ma anche opera letteraria.

L'Edizione Quadriforme

L'edizione quadriforme del libro dell'Esodo è particolarmente utile per chi desidera approfondire la comprensione del testo biblico nelle sue lingue originali e nelle principali traduzioni storiche:

  • il testo ebraico masoretico (TM) della Biblia Hebraica Stuttgartensia, basata prevalentemente sul Codex Leningradensis B19A, datato circa 1008;
  • il testo greco nella versione dei Settanta (LXX) di Rahlfs, basata prevalentemente sul Codex Vaticanus (B) risalente al IV secolo dopo Cristo;
  • il testo latino della Nova Vulgata, redatta nel post-concilio e normativa per la liturgia cattolica;
  • il testo della Bibbia CEI 2008, normativa per la liturgia italiana, con paralleli essenziali a margine e segnalazione dei termini difformi dall'ebraico;
  • la traduzione interlineare italiana di ebraico e greco, eseguita a calco e orientata a privilegiare gli aspetti morfologico-sintattici del testo originale.
Esempio di pagina con testo masoretico della BHS e traduzione interlineare italiana

Il Curatore

Il curatore dell'edizione è Roberto Reggi (nato nel 1974), laureato in Filosofia, Scienze della Formazione, Psicologia e Psicologia scolastica e di comunità, e licenziato in Teologia dell’evangelizzazione e Scienze bibliche. Per EDB ha pubblicato, tra le altre opere, I «fratelli» di Gesù.

Dibattito Storiografico e Cronologia dell'Esodo

L'inquadramento storico degli episodi narrati nell'Esodo ha da sempre posto notevoli problemi agli esegeti veterotestamentari.

La Datazione Biblica e Tradizionale

Ebrei 11:22 elogia la fede di Giuseppe che, sul letto di morte (1840 a.C.), fece menzione dell’“esodo” dei figli d’Israele, sopraggiunto 350 anni dopo (1445 a.C.). L’Antico Testamento conferma l’autorità mosaica delle parti menzionate sopra. La data dell’Esodo colloca la composizione dell’opera nel XV secolo a.C. Le Scritture pongono il quarto anno di regno di Salomone, quello in cui egli diede inizio alla costruzione del tempio (966/965 a.C.), 480 anni dopo l’Esodo (1 Re 6:1), stabilendo quindi per quest’ultimo la data del 1445 a.C. Questo collocherebbe l'Esodo attorno al 1448 a.C., sotto il regno del faraone Thutmose III, avallando la teoria dell'Esodo antico. Inoltre l’incarico di Giuseppe come viceré di tutto l’Egitto esclude che abbia operato sotto gli Hyksos (1730-1570 a.C.). Mosè, secondo questa cronologia, sarebbe nato nel 1530 a.C.

Le Ipotesi Critiche e Archeologiche

Se si nega la realtà storica di questi fatti e della persona di Mosè, si rendono inesplicabili il seguito della storia di Israele, la sua fedeltà allo jahvismo - malgrado la tendenza, durata secoli, a volgersi verso gli dèi stranieri, soprattutto cananei - e il suo attaccamento alla Legge. Tuttavia, non essendo stati trovati elementi storici od archeologici che dimostrino che una migrazione di tale imponenza sia mai avvenuta nella storia egizia, gli eventi narrati nel Pentateuco non possono essere considerati storici in senso letterale da molti studiosi. Nonostante ciò, la maggioranza degli studiosi ritiene che vi sia un nucleo storico dietro agli eventi biblici, ovvero la migrazione di un popolo semita dall'Egitto a Canaan nel XIII secolo a.C.

La maggioranza degli esegeti moderni ritiene inoltre che tutto il Pentateuco sia in realtà una raccolta, formatasi in epoca post-esilica (VI-V secolo a.C.), di vari scritti di epoche diverse.

Infografica comparativa sulle diverse datazioni e cronologie proposte per l'Esodo

Identificazione dei Faraoni

Il racconto biblico presenta due faraoni principali. Il primo, "che non aveva conosciuto Giuseppe", è responsabile della riduzione in schiavitù degli Ebrei e dell'ordine dell'uccisione dei neonati maschi, la cui figlia trovò ed allevò Mosè. Il secondo faraone, distinto dal primo, è quello con cui si scontra Mosè adulto e che, con il suo rifiuto di lasciar partire gli Ebrei, attira sull'Egitto le dieci piaghe. Questo secondo faraone è da taluni identificato in Merenptah.

La maggior parte degli studiosi ed esegeti moderni sono orientati a identificare nel faraone dell'oppressione Ramses II (circa 1279-1212 a.C.). Le città menzionate nel Libro dell'Esodo, Pitom e Ramses, costruite dagli Ebrei durante la schiavitù, sono verosimilmente da identificare con Pitom ("casa di Atum" in egiziano) e Pi-Ramses ("casa di Ramses" in egiziano). Pi-Ramses fu edificata dopo il 1300 a.C., nel territorio sotto il controllo di Paramses, visir del faraone Haremhab, che poi diverrà faraone col nome di Ramses I, mentre la città di Pitom fu costruita durante il regno del faraone Horemheb, predecessore di Ramses I. Entrambe le città furono quindi costruite tra il 1319 e il 1291 a.C.

Una testimonianza storica relativa a questi periodi è la cosiddetta stele di Merenptah, che riferisce dell'esistenza presso la terra di Canaan di un popolo nomade di nome ysrỉr, da molti studiosi identificato con Israele.

L'Ipotesi degli Hyksos

Gli Hyksos erano un popolo semitico, come gli Ebrei, che aveva invaso l'Egitto attorno al 1700 a.C. instaurando la loro capitale ad Avaris, nel basso Egitto, per poi essere espulsi attorno al 1550-1525 a.C. L'ipotesi degli Hyksos ha origini antiche: il primo che identificò gli Hyksos con gli Ebrei fu Erodoto, nel V secolo a.C., ripreso poi da Giuseppe Flavio e da molti Padri della Chiesa. Tra i Padri della Chiesa dei primi secoli dell'era cristiana, con l'eccezione di Eusebio di Cesarea, prevalse l'idea che gli Ebrei fossero identificati con gli Hyksos scacciati dall'Egitto dal faraone Ahmose. John J. Bimson è il principale sostenitore contemporaneo di questa teoria, che non gode comunque di particolare diffusione tra biblisti e storici antichi, poiché il racconto biblico descrive gli Ebrei come ridotti in schiavitù e non come classe dominante dell'Egitto.

Il Fenomeno degli Habiru

Negli anni '70 molti studiosi, fra cui George Mendenhall e Norman Gottwald, associarono l'arrivo degli Israeliti in terra di Canaan all'arrivo dei cosiddetti "Habiru" (in egizio: ˁpr.w, traslitterabile 'apiru), un evento testimoniato da alcuni documenti del Nuovo Regno, come le Lettere di Amarna, e del periodo del faraone Ramses II, ad esempio nel trattato di pace con gli Hittiti. Alcuni studiosi ritengono che, più che un'etnia o una tribù, il termine "Habiru" designasse una classe sociale: si sarebbe trattato di un gruppo privo di una lingua comune e di leggi e confinato ai margini della società, composto perlopiù, stando ai testi antichi, di fuorilegge, mercenari e schiavi.

Tra le Lettere di Amarna ve ne sono alcune di re-vassalli di Canaan che scrissero al faraone Amenofi IV (circa 1330 a.C.) per chiedere aiuto contro le ribellioni degli Habiru, ma in quel frangente il faraone non dimostrò alcun interesse alle loro richieste. Una di queste lettere afferma: «Gli Habiru saccheggiano tutte le terre del re. Se verranno gli arcieri, allora quest’anno le terre del re, mio signore, rimarranno.» Si aggiunsero agli stranieri già residenti nel paese molte migliaia di Cananei, Amorrei, Hurriti, portati in Egitto come prigionieri di guerra per lavorare nei grandi possedimenti templari e statali. Tra il variopinto coacervo di gente arruolata a forza per tali lavori, erano i cosiddetti Apiru, detti Habiru nelle fonti mesopotamiche: persone senza residenza fissa e senza radici, che si gettavano, o erano gettate, in vari generi di mestieri, compresi i lavori pesanti nell'edilizia.

Il principale materiale da costruzione in Egitto era costituito dai mattoni grazie alla grande abbondanza di fango proveniente dai sedimenti (limo) del fiume Nilo. Fonti archeologiche confermano che esistevano effettivamente le mattonaie in Egitto, che il lavoro presso di esse era particolarmente duro, eseguito impastando il fango con la paglia, poi pigiandolo nei telai e infine cotto al sole. Normalmente il lavoro era eseguito da stranieri o schiavi ed era organizzato in squadre con responsabili e attendenti.

Rappresentazione storica di schiavi e lavoratori stranieri che fabbricano mattoni nell'antico Egitto

La Metafora dell'"Esodo" secondo Mario Liverani

Secondo alcuni studiosi l'Esodo potrebbe non essere storicamente avvenuto nel senso tradizionalmente inteso, vale a dire come fuoriuscita dall'Egitto di una massa di persone identificabili come Ebrei. Secondo l'orientalista Mario Liverani, infatti, l'espressione "esodo" (shē't e altre forme di yāshā' "uscire") in realtà farebbe parte di quello che è stato chiamato "codice motorio", cioè una serie di metafore legate all'idea del movimento e usate per indicare il mutamento di appartenenza politica di una regione, di una città o di un gruppo etnico ad una formazione statale più grande rispetto ad un'altra o a nessuna. Questo codice motorio era abitualmente usato nei testi del Tardo Bronzo e lo si trova, ad esempio, in un testo del re ittita Šuppiluliuma I a proposito di una sua conquista nella Siria centrale.

Lentamente, però, si perse il reale significato della metafora e le si attribuì quello tradizionale verso la fine dell'VIII secolo a.C., quando si diffuse la pratica assira di deportare intere popolazioni da una regione dell'impero all'altra, e quando sotto la spinta delle invasioni gruppi di profughi uscirono realmente dal regno di Israele (nel nord) per rifugiarsi nel regno di Giuda (nel sud). Non è casuale che le prime attestazioni del nuovo significato siano collocate proprio nel Libro di Amos e nel Libro di Osea, scritti appunto nel regno di Israele durante l'invasione assira (730-710 a.C.), quindi molto prima del Libro dell'Esodo, la cui composizione definitiva si fa risalire al periodo della dominazione dell'Impero Achemenide nel VI-IV secolo a.C. La nuova formula era poi stata collegata retroattivamente a vecchie storie di transumanza pastorale tra il Sinai e il Delta del Nilo, alle storie sul lavoro coatto di gruppi di ḫabiru al servizio di sovrani egizi della dinastia ramesside e agli avvenimenti più recenti con i rifugiati che si muovevano fra la Giudea e l'Egitto.

Il Numero degli Israeliti

In Esodo 12:37 il testo biblico parla di 600 mila (in ebraico 'elef) uomini maschi, senza contare donne e bambini. La cifra biblica lascia supporre una popolazione di alcuni milioni di individui (tra i 3 e 6), decisamente inverosimile tenendo conto della popolazione complessiva dell'Egitto e del successivo soggiorno nel deserto. La stessa Bibbia, comunque, fa riferimento a una popolazione milionaria, precisando - sempre nel Libro dell'Esodo, al primo capitolo - che il numero degli Ebrei era così imponente da superare quello degli stessi Egizi: "I figli d'Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno. Allora sorse sull'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi»."

Il Racconto Biblico della Liberazione

Le Dieci Piaghe d'Egitto

Secondo il racconto del Libro dell'Esodo, il faraone si rifiutò di lasciare partire il popolo ebraico, benché, secondo la Bibbia, fu lo stesso Dio a "ostinare il cuore" del faraone perché, nonostante tutti i prodigi compiuti da Mosè, non lasciasse partire gli Ebrei dall'Egitto e potesse così colpire l'Egitto con stermini e distruzioni. Dio allora mandò sull'intero Egitto alcune calamità, le cosiddette "piaghe d'Egitto", come la tramutazione dell'acqua in sangue.

Il papiro di Ipuwer, esaminato per la prima volta da Sir Alan Gardiner nel 1909 e datato alla XII dinastia o al secondo periodo intermedio, descrive un periodo di frammentazione politica, carestia, anarchia e profanazioni dei templi nell'antico Egitto, un contesto che alcuni studiosi mettono in relazione con le calamità descritte nel racconto delle piaghe.

Dio scatena le 10 piaghe d'Egitto | Il principe d'Egitto | CLIP 🔥 4K

Il Passaggio del Mare: Narrazione e Interpretazioni

Il miracoloso passaggio del Mare di Giunco e l'uccisione degli Egizi inseguitori è descritto in Esodo 14:15-31. Il brano allude sicuramente a un allegorico trionfo di Dio sul male e sul caos, che nel pensiero biblico sono raffigurati appunto dal mare. Il racconto dettagliato inizia con gli Israeliti che partirono da Succot e si accamparono a Etam, sul limite del deserto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte.

Il Signore disse a Mosè: «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achirot, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Zefon; di fronte ad esso vi accamperete presso il mare. Il faraone penserà degli Israeliti: Vanno errando per il paese; il deserto li ha bloccati!». Quando fu riferito al re d'Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che abbiamo fatto, lasciando partire Israele, così che più non ci serva!». Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata.

Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. Poi dissero a Mosè: «Forse perché non c'erano sepolcri in Egitto ci hai portati a morire nel deserto? Che hai fatto, portandoci fuori dall'Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l'Egitto che morire nel deserto?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più!». Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all'asciutto. Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri.» L'angelo di Dio, che precedeva l'accampamento d'Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro. Venne così a trovarsi tra l'accampamento degli Egiziani e quello d'Israele. Le acque si divisero. Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. Ma alla veglia del mattino il Signore dalla colonna di fuoco e di nube gettò uno sguardo sul campo degli Egiziani e lo mise in rotta. Frenò le ruote dei loro carri, così che a stento riuscivano a spingerle. Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano sul mare: le acque si riversino sugli Egiziani, sui loro carri e i loro cavalieri». E il mare, sul far del mattino, tornò al suo livello consueto, mentre gli Egiziani, fuggendo, gli si dirigevano contro. Le acque ritornarono e sommersero i carri e i cavalieri di tutto l'esercito del faraone, che erano entrati nel mare dietro a Israele: non ne scampò neppure uno.

Identificazione del "Mare di Giunco" (Yam-Suf)

Il testo ebraico in Esodo 13:18 afferma che il popolo ebraico, uscendo dall'Egitto, si diresse verso il Yam-Suf, letteralmente "Mare di Giunco". L'identificazione di questo mare non è certa, poiché il giunco è presente in tutte le acque sia interne che esterne all'Egitto. Le ipotesi principali includono:

  • Golfo di Aqaba o Golfo di Elat: Nel testo ebraico della Bibbia, l'unico passo che esplicita la natura geografica del Yam Suf è 1 Re 9:26, dove viene riferito che Re Salomone costruì un porto presso Elat sulla riva del Mar di Giunco. Nonostante questa chiara identificazione, la lontananza del Golfo di Aqaba sia dall'Egitto che dalla Palestina rende questa possibilità inverosimile.
  • Mar Rosso: La tradizione ha identificato il Yam-Suf nel ramo occidentale del Mar Rosso, l'attuale Golfo di Suez. Già la versione greca della Bibbia, detta Settanta, realizzata nel III secolo a.C., traduce erithràn thàlassan, "Mar Rosso", seguita dalla Vulgata e dalle principali versioni moderne della Bibbia.
  • Lago Sirbonico o Lago di Menzaleh: Una specie di golfo nel Mar Mediterraneo a nord del Sinai.
Mappa del percorso tradizionale dell'Esodo con le diverse ipotesi per l'identificazione del Mare di Giunco

Le Tradizioni Teologiche (Yahwista e Sacerdotale)

Le narrazioni bibliche del passaggio del mare riflettono diverse tradizioni teologiche. La tradizione yahwista (J), considerata più antica, attribuisce l'accaduto a cause naturali, dove il mare non viene improvvisamente "diviso" e Mosè è ininfluente. Al contrario, la tradizione sacerdotale (P), più recente, amplifica l'aspetto miracolistico dell'accaduto e sottolinea il ruolo chiave svolto da Mosè.

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