La Bibbia narra storie di donne che, in epoche remote, furono vittime di violenza e odio, figure che emergono dalle pagine sacre come simboli di sofferenza ma anche di incredibile forza interiore. Tra queste, la concubina del Levita, Rispa, Agar e Tamar rappresentano quattro esempi toccanti di vite segnate da ingiustizie e crudeltà.
La Concubina del Levita: L'Orrore di Ghibea
Tra gli episodi più oscuri e raccapriccianti narrati nella Bibbia si annovera la vicenda della concubina del Levita, riportata nel libro dei Giudici (capitolo 19). Questo racconto, simile a una storia dell'orrore, descrive uno stupro di gruppo su una donna senza nome, il cui corpo viene successivamente profanato e smembrato in dodici pezzi, inviati alle dodici tribù d'Israele.
La reazione di fronte a tale barbarie fu di shock e incredulità: «Ora, chiunque vide ciò disse: “Una cosa simile non è mai accaduta né si è mai vista, da quando i figli d’Israele uscirono dal paese d’Egitto, fino al dì d’oggi! Prendete il fatto a cuore, consigliatevi e parlate”».

Il libro dei Giudici, in particolare il capitolo 19, è considerato uno dei passaggi più "dark" della Bibbia, un trattato negativo sull'ospitalità che costringe il lettore a confrontarsi con un orrore senza attenuanti. La giovane donna, consegnata da coloro che avrebbero dovuto proteggerla, viene stuprata a morte da una folla. Il suo corpo, smembrato e inviato alle tribù, diventa il manifesto di un collasso etico collettivo.
La formula che incornicia l'epilogo del libro dei Giudici, «in quei giorni non c’era re in Israele» (19,1; 21,25), non è solo una nota cronologica, ma una vera e propria diagnosi morale. L'assenza di una guida e del timore di YHWH rende Israele peggiore dei popoli che un tempo additava come paradigma di empietà.
Il racconto inizia con un Levita che va a riprendere la sua concubina, fuggita presso la casa paterna. L'andamento narrativo, apparentemente dimesso, induce il lettore in una calma irreale, prima della tempesta. La notte, uomini della città assediano la casa con la sinistra intenzione di "conoscere" l'ospite (19,22). L'anziano che ospita il Levita tenta una negoziazione moralmente intollerabile, offrendo sua figlia vergine e la concubina dell'ospite (19,23-24), palesando una curva antropologica discendente.
Alla fine, il Levita stesso "afferrò" la concubina e la spinse fuori. La frase successiva - «la violentarono e abusarono di lei tutta la notte» (19,25) - è tra le più dense e terribili della Bibbia per la sproporzione tra la brevità dell'enunciato e l'enormità dell'evento. All'alba, la donna crolla sulla soglia (19,26-27).
L'intera narrazione è orchestrata da una retorica dell'assenza: la donna non ha nome né voce; YHWH non parla; i "giudici" tacciono. La grammatica del collasso si riconosce da questi silenzi. Nella Bibbia, l'ospite è sacro, l'ospitalità un sacramento sociale del timore di Dio. Tuttavia, quando l'ospitalità è ridotta a mera convenzione, si offre una donna al posto dell'ospite per "salvare l'onore" della casa, una perversione estrema di un codice nobile. La concubina, già in una posizione marginale, diventa merce di scambio per ricomporre temporaneamente il conflitto.
Il gesto del Levita di smembrare il corpo della concubina e inviarlo alle tribù ha un'evidente funzione performativa. Nel mondo antico, lo smembramento rituale serviva a convocare, ammonire, sancire maledizioni o patti. Qui, il cadavere dell'innocente diventa un "documento" che vincola la coscienza comune. La reazione non si fa attendere: Israele si raduna a Mizpa (Gdc. 20,1) e interpreta l'accaduto come una "scelleratezza" che contamina l'intera comunità (20,6). L'ambiguità teologica emerge quando la "giustizia" intrapresa degenera, portando alla quasi estinzione della tribù di Beniamino e a ulteriori rapimenti di donne (Gdc. 21).
Il racconto guadagna chiarezza se collocato nel quadro giuridico e culturale del Vicino Oriente antico. Diverse codificazioni antiche concepivano lo stupro in termini di danno all'uomo tutore della donna, con conseguenti riparazioni economiche o matrimoniali. In chiave antropologica, la scena notturna di Ghibea mette in atto il "meccanismo vittimario", dove una società in tensione canalizza la violenza su una vittima relativamente indifesa per ristabilire un ordine effimero. La logica patriarcale che scambia donne per ricomporre legami è qui mostrata nella sua forma più brutale: non più matrimonio combinato, ma consegna allo stupro come "accettabile prezzo sociale".
MATRIMONI DIVORZI E RIPUDI (I COMANDI DI CRISTO (Mt 19,1 ss)
Rispa: La Dignità dei Morti
Rispa, menzionata nel secondo libro di Samuele, era una sposa secondaria di re Saul. Dopo la morte di quest'ultimo, Rispa e i suoi due figli furono vittime della violenza esercitata dal comandante dell'esercito Abner. Quando il nuovo re Davide, spinto da una distorta idea di giustizia retributiva, ordinò l'immolazione dell'intera famiglia del suo predecessore, Rispa non si rassegnò alla morte dei figli.
Non accettò che i loro corpi, impiccati, rimanessero esposti alle intemperie e alle fiere. Con tenacia e compassione, Rispa custodì i cadaveri dei suoi figli, assicurando loro la dignità della sepoltura. Questo gesto di amore materno e di opposizione a una giustizia sommaria mise fine a una guerra, dimostrando come anche nel dolore più profondo possa risiedere una forza capace di portare pace.
Agar: La Schiava Vittima di Sette e Abramo
Agar, raccontata nel libro della Genesi, era la schiava egiziana di Sara, moglie di Abramo. La sua vita fu segnata da una triplice violenza: quella della schiavitù; quella di Sara, che non riuscendo ad avere un figlio, la offrì al marito con l'obiettivo di adottarne il bambino al momento del parto; e infine, quella di Abramo, che la scacciò insieme al piccolo Ismaele quando Sara generò un figlio suo, Isacco.
La storia di Agar è un crudo ritratto della vulnerabilità delle donne in una società patriarcale, dove le loro vite erano spesso subordinate ai desideri e alle decisioni degli uomini, e dove la maternità poteva essere fonte di speranza ma anche di ulteriore sofferenza.
Tamar: L'Amore che Diventa Odio e Vendetta
Tamar, descritta nel secondo libro di Samuele, era la bellissima figlia di Davide. Si innamorò di lei il suo fratellastro Amnon, che, dopo averla violentata, passò dall'amore all'odio e la scacciò di casa. La violenza subita da Tamar segnò profondamente la sua vita, trasformando un sentimento di affetto in un'esperienza traumatica.
Sarà l'altro fratello, Assalonne, a vendicare il disonore arrecatole, mostrando come, anche all'interno di dinamiche familiari complesse, potesse emergere un desiderio di giustizia e riparazione per le ingiustizie subite.

"Il Buio Non Ha Voce": Una Voce per le Vittime
A queste quattro donne bibliche, la scrittrice Rosella Postorino ha dato voce attraverso il libretto dello spettacolo "Il buio non ha voce". Andato in scena al Teatro Petruzzelli di Bari, questo spettacolo è parte della rassegna "È tempo di cambiare musica", un'iniziativa della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari e Regione Puglia, in collaborazione con associazioni italiane contro la violenza sulle donne come Una nessuna centomila e Giraffa onlus.
Lo spettacolo presenta quattro monologhi interpretati dall'attrice Maddalena Crippa, accompagnata dal mezzosoprano Marina Comparato e dall'orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari, diretta da Alessandro Cadario, con la musica di Matteo D'Amico. Attraverso queste performance, le storie di violenza e sofferenza delle donne bibliche vengono portate alla luce, offrendo uno spazio di riflessione e consapevolezza.
La scelta di dare voce a queste figure bibliche sottolinea la persistenza di tematiche legate alla violenza e all'odio nel corso della storia umana. Le parole di queste donne, anche se antiche, risuonano ancora oggi, invitando a una profonda riflessione sul rispetto, sulla dignità umana e sulla necessità di contrastare ogni forma di violenza.