Il Monte Pellegrino, una presenza maestosa per tutti i palermitani, è da sempre considerato un punto focale del simbolismo religioso e della fusione di elementi mitologici, culturali e dottrinari delle varie religioni che si sono alternate o sono coesistite nella città. Celebrato da Goethe e da numerosi viaggiatori, questa montagna custodisce segreti secolari, quasi un nume tutelare che veglia dall’alto del suo massiccio sulla città.
Monte Pellegrino: Nomi e Significato Storico
Alto 609 metri, il Monte Pellegrino è stato conosciuto con diversi nomi nel corso della storia. I Greci lo chiamarono Ercte, probabilmente per la sua ripidezza. Gli Arabi lo designarono come Gebel Grin (monte vicino) e successivamente Bulkrin. I Latini, invece, gli diedero il nome di Mons Peregrinus, vocabolo che, tratto dal latino classico, non significa solo "straniero" ma anche "ostile" o "nemico". Tale appellativo fu attribuito dai Romani che per ben tre anni furono costretti a combattere in zone avverse e inaccessibili contro i Cartaginesi che si erano accampati sulle sue balze.
Oggi, i Tamil, un gruppo etnico di origine indiana, che salgono sul monte al Santuario di S. Rosalia (429 m), lo considerano come il loro sito sacro nello Sri Lanka: il Kataragama.
Le Origini del Culto Punico e l'Edicola di Tanit
Nel contesto delle religioni pre-cristiane, alcune montagne, e il Monte Pellegrino in particolare, erano considerate veri e propri templi di pietra, i cosiddetti Kronion, dal dio Kronos di origine cartaginese. Il Monte Pellegrino fu indubbia sede di un antico culto punico, probabilmente dedicato a Tanit, dea della fertilità. Questa dedizione è attestata dalla presenza di un’edicola a lei dedicata, le cui tracce esistono ancora all’interno dell’attuale Santuario di Santa Rosalia, dove fu successivamente trasformata in chiesa cristiana.
Descrizione dell'Edicola Punica
Di lontana derivazione egizia, l’edicola punica si presenta nella tipica forma a naos (cella del tempio destinata al simulacro della divinità). È scavata sulla parete rocciosa alla destra dell’attuale accesso del santuario, un tempo stretto da un cunicolo di difficile attraversamento. Originariamente, la grotta era quasi ermeticamente chiusa e, viste le sue caratteristiche, fu utilizzata nei secoli per ospitare diverse inumazioni, pratica comune per le tombe all’interno degli edifici di culto fino al 1700 circa.

Il Ruolo dell'Acqua e i Culti Ancestrali
Davanti all’edicola punica, la presenza di una falda acquifera di derivazione meteorica, infiltrandosi sotto le rocce, dava origine più a valle a un piccolo specchio d’acqua chiamato poi “Gorgo di S. Rosalia”. Questo creò condizioni favorevoli, in origine, per ospitare gli eremiti, successivamente per agevolare la costruzione della cappella e, infine, per l’incastonamento della costruzione dell’attuale Santuario. La presenza di questa acqua salutare coincide con lo sviluppo di un antico culto per una ninfa idriade, successivamente traslato a una divinità ellenica, quindi a Tanit, alla Madonna e infine a Santa Rosalia. Lo scaturire dell’acqua dal vivo della roccia è sempre stato considerato un fenomeno di natura divina, prova ne sia che ancora in epoca moderna esiste la tradizione dell’incubatio (occupazione di spazi), cioè il dormire davanti alla grotta, un’antica pratica religiosa effettuata nelle vicinanze di pozzi e sorgenti sacre nei santuari della salute.
La Trasformazione: Dall'Altare Punico al Culto Cristiano
L’evoluzione dell’edicola punica nel corso dei tempi è documentata dalla presenza di tracce, come i buchi ricavati nella roccia viva (ove si pensa dovessero innestarsi travi di sostegno) e il lungo scavo soprastante di appoggio. Questi elementi denotano presumibilmente la presenza di un soffitto o di una volta soprastante alla cappella e attestano la sovrapposizione all’edicola punica di una chiesetta che ospitò per un certo tempo un antico culto della Madonna.
Le Prime Attestazioni Cristiane e il Culto di Santa Rosalia
Tracce del culto cristiano sono riscontrabili a partire dal VII secolo. I culti religiosi legati al Monte vengono, di volta in volta, assorbiti dall’ambito religioso cristiano-eremitico. Il culto della Madonna divenne in seguito culto di Santa Rosalia. Infatti, nel 1180, i Giurati della città di Palermo, con un atto del Senato palermitano, fecero erigere una cappella sul monte, proprio presso l’ingresso della grotta (l’edicola che subì la trasformazione precede di alcuni metri l’ingresso vero e proprio della grotta).
Ulteriori materiali documentari attestano il culto di S. Rosalia a Palermo a partire dal 1205. Una prova molto significativa è un documento del 18 aprile 1257, in cui una donna palermitana, Teofania, assegna il legato di un tarì alla chiesa di S. Rosalia, ritenuta da alcuni la cappella sul Monte Pellegrino. Nel 1474, durante il corso di una forte pestilenza precedente a quella famosa del ritrovamento delle ossa del 1624, il Senato di Palermo propose di restaurare la chiesa, ormai diruta, di S. Rosalia sul Monte Pellegrino. Si trattava, con tutta probabilità, del restauro della cappella risalente al 1180, che a distanza di quasi trecento anni si era rovinata. Tutto questo documenta l’evoluzione dell’edicola punica in cappella e quindi in chiesa incorporata nel Santuario.
La Nascita del Santuario di Santa Rosalia
Nel 1624, anno della tragica peste, il Senato provvide ad abbellire il luogo sacro con un altare in marmo, quattro colonne in pietra misca, la statua in marmo bianco di Carrara commissionata a Gregorio Tedeschi, quattro pilastri, quattro porte in rame e una pittura di Pietro Novelli.
Il 15 luglio 1625, appena un anno dopo il ritrovamento dei resti attribuiti alla Santa, il Senato palermitano stabilì di erigere un vero e proprio Santuario sul Monte Pellegrino. Furono abbattuti gli ultimi alberi (querce), demoliti con i picconi i restanti diaframmi di roccia che impedivano l’agevole accesso alla grotta, allargato l’ingresso e livellato ed allargato il pianoro dove si progettava di far sorgere la chiesa. Infine, nel dicembre del 1625, il Senato di Palermo elesse alcuni deputati per sovraintendere alla definizione più celere della chiesa di S. Rosalia sul Monte Pellegrino. La costruzione del Santuario, che ingloba l’edicola-cappella, iniziò nel 1626 e fu conclusa nel 1629, anno in cui Urbano VIII confermò ufficialmente la santità della verginella eremita.

Le Vie Sacre per il Santuario: Le "Acchianate"
L'accesso al Santuario di Monte Pellegrino è stato storicamente facilitato da diverse vie, conosciute come "acchianate", che hanno permesso ai pellegrini di raggiungere questo luogo sacro.
La Valle del Porco: L'Antico Percorso
Dalla preistoria, la Valle del Porco fu certamente l’accesso principale al Monte Pellegrino e la via più breve per giungere direttamente alla grotta-santuario. Un’ode al Signore e una croce, incise sulla roccia a metà del tratto principale, recitano in greco: “Sii glorificato dovunque sempre, o Dio”, a testimonianza di come in epoca bizantina fosse una strada già regolarmente percorsa dai pellegrini. Il sentiero, di cui esistono ancora chiare tracce, è stato battuto per secoli e fino ad oggi dai pastori con le loro greggi. Molto vicino all’imbocco inferiore della valle si apre la Grotta Niscemi, ricca di graffiti che testimoniano la sua caratteristica di luogo sacro e apotropaico. Salendo, si possono apprezzare i resti di alcuni muri e di un’antica cisterna, fino a giungere sui pianori più a monte, siti usati a lungo per la pastura e forse qualche piccola coltura grazie a una risorsa idrica disponibile (zona del “Gorgo”).
La Scala Vecchia: Il Percorso Medievale
La Scala Vecchia, un percorso a rampe ripide ancor più antico di quello seicentesco, era già documentata nel Medioevo in un testamento del 1337. Fu confermata durante la costruzione della moderna via P. Bonanno dall’architetto C. De Stefani, che ne rilevò la presenza verificando che univa le falde meridionali con il Santuario di S. Rosalia. Un primo tratto è costituito da un angusto e tortuoso sentiero scavato nella roccia, gradinato in più punti, in comune e in alcuni tratti parallelo o adiacente alla successiva Scala Nuova.
La Scala Nuova: L'Architettura del XVII Secolo
Nel XVII secolo, il Senato palermitano decise di migliorare l’antico camminamento che porta fino alla grotta di S. Rosalia attraverso la realizzazione della cosiddetta Scala Nuova, costruita tra il 1638 e il 1650. Questa imponente opera architettonica, con le sue trentaquattro rampe, in parte su volte e archi, si inserisce nel contesto della montagna creando un particolare equilibrio tra la strada e il paesaggio. La prima rampa (Scala Lunga) parte dalla Piazza del Campo, in località Piede della Scala, proiettandosi sui primi otto archi. Le successive rampe si sviluppano su archi e si incuneano tra i boschetti, facilitando l'accesso di un maggior numero di pellegrini al santuario e offrendo uno splendido paesaggio.

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