Altare Papale nel Duomo di Monza

«Abbiamo esplorato antiche cave ormai chiuse per trovare i marmi originali, quelli scelti da Andrea Appiani nel Settecento. E dopo lunghe ricerche abbiamo ottenuto il risultato che desideravamo: rinnovare il presbiterio della cattedrale in modo coerente». Così monsignor Silvano Provasi, dal 2007 arciprete del Duomo di Monza, descrive i recenti interventi che hanno portato alla realizzazione di un nuovo altare.

Il Rinnovamento del Presbiterio e la Nascita del Nuovo Altare

Il nuovo altare rappresenta il coronamento di un lavoro iniziato con il Concilio Vaticano II. Nel 1965, il presbiterio del Duomo era stato modificato per adeguarlo alle nuove norme liturgiche, e in quell'occasione era stata realizzata una mensa eucaristica in legno.

Il nuovo altare sarà dedicato a San Giovanni Battista, patrono della cattedrale, e la sua dedicazione ufficiale avverrà domenica 5 ottobre durante la messa delle 10, presieduta per l'occasione dall'Arcivescovo di Milano, Cardinale Angelo Scola.

Gli Elementi Storici e Artistici Incorporati nell'Altare

L'altare include elementi di grande valore storico e artistico. Sul fronte della tavola, incorniciato da una discreta e sottile cornice di pietra grigia, risplende il paliotto d’argento dorato, realizzato nel 1357 da Borgino dal Pozzo. Si tratta di una tavola che racconta in 17 formelle la vita di San Giovanni Battista, con al centro il Battesimo di Cristo. Una spessa lastra di vetro e una sapiente illuminazione a LED lo rendono ancora più brillante, catturando immediatamente lo sguardo dei visitatori. Al di là del suo indubbio valore artistico e religioso, è stato posizionato anche per la sua valenza storica, essendo stato realizzato nel XIV secolo in occasione della costruzione del Duomo nella sua forma attuale.

Paliotto d'argento dorato del Duomo di Monza, dettagli delle formelle

Sul retro dell’altare è invece incastonata una copia di un elemento ancor più antico (l’originale è conservato nel museo sottostante): una lapide longobarda proveniente dall’oracolum di San Giovanni, eretto dalla regina Teodolinda nel 595. Questa lapide rappresenta la prima traccia di ciò che poi sarebbe diventato il Duomo di Monza. Dietro, le origini. Davanti, l’epoca moderna.

La Dedicazione e la Visita del Cardinale Scola

«Siamo particolarmente felici per l’arrivo di Scola - spiega monsignor Provasi -. È già venuto in Duomo a Monza due volte, da quando è arcivescovo di Milano, ma si trattava sempre di celebrazioni sovraparrocchiali. Questa è la prima occasione in cui visita la parrocchia del Duomo».

La realtà di Monza è particolare: con 120 mila abitanti e 18 parrocchie, ogni fedele monzese è legato alla propria chiesa di zona. Il Duomo è la «chiesa madre» riconosciuta da tutti, guardata con grande affetto e orgoglio, ma non spesso frequentata quotidianamente.

Il Cardinale Angelo Scola, a Monza, ha colto l'occasione della dedicazione del nuovo altare per parlare del bisogno di unità e della necessità di «dare un peso diverso alla domenica». L'Arcivescovo ha esordito affermando: «Viviamo in pieno il mistero eucaristico», sottolineando come esso «spezzi il ritmo a volte banale del quotidiano, perché fa irruzione dentro di noi Cristo che ci conduce al Padre». Secondo Scola, è giunto il momento che «come cristiani ci decidiamo a dare un peso diverso alla domenica. Non sia caratterizzata solo da una partecipazione meccanica all’Eucaristia, ma assaporiamone in profondo il senso di conversione, lasciando che si prolunghi per tutta la giornata».

Il Solenne Rito di Consacrazione

Il rito della dedicazione dell’altare, alla presenza dell’arciprete monsignor Silvano Provasi e delle autorità cittadine e provinciali, è fatto di gesti dalle radici antiche, che pongono la tavola al centro dell’attenzione dell’assemblea. Tra i primi gesti vi è la recita delle litanie dei Santi, «perché i nostri fratelli che hanno già raggiunto la gloria del Cielo intercedano per noi».

Segue la deposizione delle reliquie: il Cardinale Scola ha inserito in una nicchia laterale dell’altare, dove già sono custoditi i resti di San Giovanni Battista, anche le reliquie di San Gerardo, del Beato Luigi Talamoni e del Beato Carlo Gnocchi.

rito di dedicazione e consacrazione dell'altare chiesa Madre Gagliano Castelferrato (10/08/2014)

Particolarmente suggestivo è il gesto dell’unzione, che vede l’Arcivescovo ungere il marmo e spandere su tutta la superficie il sacro Crisma «perché possa diventare simbolo di Cristo: unto dal Padre con lo Spirito Santo e costituito sommo sacerdote per offrire sull’altare il sacrificio del suo corpo per la salvezza di tutti». La vittima, ha spiegato Scola, «diventa altare, creando unità con il sacerdozio, concentrandoli in un’unica persona che siamo invitati a seguire».

È questo, ha aggiunto l’Arcivescovo di Milano, il senso dei gesti della dedicazione, che prosegue con l’incensazione: «Far scaturire da ciascuno, e quindi da tutta l’assemblea, la decisione di metterci alla sequela di Gesù accettando anche, come abbiamo letto nella Lettera agli Ebrei, il disonore che ha accettato», ovvero la morte per crocefissione. «Portiamo sotto alla croce tutto ciò che preme nelle nostre vite di bene e meno bene: frammentazione, male fisico, dolore, gioie e angosce, speranze. Mettiamole a disposizione del Signore per metterci noi stessi a disposizione».

La condizione per farlo è «la perseveranza, che consiste anche nel non farci sviare da dottrine strane ed estranee. Cibi che non hanno mai dato giovamento a chi ne ha fatto uso». In questo «tempo confuso, postmoderno», ha aggiunto Scola, anche noi «che vogliamo essere fedeli a Gesù» rischiamo una «confusione. Anche con le più rette intenzioni possiamo cadere vittima di incomprensioni, divisioni, inutili chiacchiere per via del pensiero dominante che ci arriva dai grandi media».

L’ultimo gesto che conclude la dedicazione dell’altare è, subito dopo la copertura, l’illuminazione. Si accendono le candele e i LED che restituiscono tutto il suo splendore al paliotto dorato posto davanti all’altare, un capolavoro dell’arte del XIV secolo. Ciò ha offerto a Scola lo spunto per ricordare «la grande tradizione di questo Duomo, di questa comunità, di questa città importantissima per la nostra Diocesi e, fatte le debite proporzioni, per la nazione e l’Europa». Una città ricca di congregazioni, associazioni, realtà educative che secondo l’Arcivescovo sono chiamate a una sempre maggiore unità. «A nutrire una stima che, indipendentemente dalla diversità delle opinioni, sia a priori perché condividiamo la fede in Gesù. Come ci invita a fare Papa Francesco: non irrigidiamoci su posizioni diverse, aumentiamo la comunione. La consacrazione dell’altare sia occasione di rinnovamento della nostra fede, libertà, persona».

La tavola è stata così consacrata e ora è pronta a vivere il momento per cui nasce: la consacrazione Eucaristica. Al termine della quale l’Arcivescovo si recherà a Roma per partecipare al sinodo da poco iniziato. «Ringraziamo il Cardinale Scola - ha concluso monsignor Provasi - per essere qui con noi nonostante l’imminente impegno vaticano».

Breve Storia del Duomo di Monza nel Contesto dell'Altare

Più volte ampliata e restaurata nel corso dei secoli, a partire dall’anno 1300 la chiesa fondata da Teodolinda fu sostituita da un nuovo edificio. La cui costruzione, patrocinata dai Visconti, si protrasse per tutto il XIV secolo. Ispirata agli esempi delle coeve chiese francescane, la nuova basilica, conclusa nel 1346, ebbe una struttura a croce latina, fornita di un corpo longitudinale a tre navate coperte a capriate lignee e di un’abside piana preceduta da un transetto con volte a crociera.

Rappresentazione storica del Duomo di Monza nel XIV secolo

A partire dal 1360 circa, l’edificio subì una radicale trasformazione: forse per competere con le maggiori cattedrali europee, la chiesa venne infatti ampliata tramite l’aggiunta di altre due navate laterali divise in cappelle, l’erezione di una grandiosa facciata a vento divisa in cinque campi e la costruzione, alla fine del secolo, di due vaste cappelle ai lati del presbiterio. Protagonista di questa fase dei lavori fu l’architetto e scultore Matteo da Campione, che diresse il cantiere fino al 1396, data della sua morte. Allo stesso Matteo spetta anche il pulpito che troneggia nella navata maggiore (e dal quale proviene la cosiddetta Lastra dell’Incoronazione, oggi collocata nel transetto settentrionale), mentre è scomparso il battistero da lui progettato, così come sono stati distrutti quasi tutti gli affreschi trecenteschi che dovevano ornare l’interno.

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