Il principio, inteso come il Verbo divino, non può mutare in sé e rinnova tutto ciò che esiste. Esso è sempre lo stesso, e i suoi anni non verranno mai meno, simboleggiando la sua eternità e immutabilità.
La Parola di Cristo: "Io sono" e la condanna del peccato
Gesù nel Tempio e l'ora della Passione
La lettura del Vangelo si conclude con il Signore che insegna nel tempio, affermando ciò che riteneva opportuno. L'evangelista Giovanni aggiunse che nessuno lo arrestò perché non era ancora giunta la sua ora (Gv 8,20). Questo ha permesso di escludere ogni insinuazione che Cristo fosse soggetto a una necessità fatale, poiché la sua passione dipendeva unicamente dal suo potere e dalla sua volontà.
La partenza di Cristo e la ricerca degli uomini
Parlando della sua passione, che non era una costrizione ma una scelta, Cristo dice ai Giudei: "Io vado. Per Cristo Signore infatti la morte è stata una partenza per quel luogo donde era venuto, e dal quale non si era mai allontanato. Io - dice - vado, e voi mi cercherete" (Gv 8,21). Questa ricerca, tuttavia, non era mossa dal desiderio, ma dall'odio. Dopo la sua dipartita dagli occhi degli uomini, sia coloro che lo odiavano (perseguitandolo) sia coloro che lo amavano (desiderando di possederlo) si misero a cercarlo. Cristo stesso, per bocca del profeta, aveva detto nei Salmi: "Non c'è scampo per me; nessuno si dà pensiero della mia vita" (Sal 141,5), e altrove: "Siano delusi e confusi quelli che cercano la mia vita" (Sal 39,15).
Cristo accusa coloro che non lo cercano e condanna quelli che lo cercano con intenzioni malvagie. È male non cercare la vita di Cristo, come facevano i discepoli che la cercavano per averla; ma è altrettanto male cercarla, come fecero i Giudei, per sopprimerla. A coloro che lo cercavano con cuore perverso, egli dice: "Voi mi cercherete, e, affinché non crediate di cercarmi bene, morrete nel vostro peccato" (Gv 8,21). Questo significa cercare male Cristo: morire nel proprio peccato, odiare colui per mezzo del quale si può essere salvati. Mentre gli uomini che ripongono la loro speranza in Dio non dovrebbero rendere male neppure se ricevono del male, i Giudei rendevano male per bene. Il Signore preannunciava loro la condanna, dicendo che sarebbero morti nel loro peccato. Poi aggiunge: "Dove io vado, voi non potete venire" (Gv 8,21; 13,33). Disse così, in altra occasione, anche ai discepoli, ma a loro non aggiunse: "Morrete nel vostro peccato". Ai discepoli, annunciò solo una dilazione, non togliendo loro la speranza.
L'incomprensione dei Giudei e la natura divina di Cristo
I Giudei, abituati a pensare e giudicare secondo la carne, interpretando materialmente ogni parola, dissero: "Vuole forse uccidersi, che dice: Dove vado io voi non potete venire?" (Gv 8,22). Questa era un'affermazione stolta e priva di intelligenza, poiché anche in caso di suicidio, essi sarebbero comunque morti e avrebbero potuto raggiungerlo nella morte. La frase di Cristo non alludeva alla morte in sé, ma alla sua destinazione dopo la morte.
Il Signore, rivolgendosi a questa gente "terra terra", disse: "Voi siete di quaggiù; voi non avete che il gusto della terra, perché mangiate la terra come il serpente. Voi siete di quaggiù; io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo" (Gv 8,23). "Mangiare la terra" significava nutrirsi delle cose terrene, rivolgere ad esse tutta l'attenzione e l'aspirazione, incapaci di elevare il cuore. Cristo, per mezzo del quale il mondo fu fatto, non poteva essere di questo mondo. Tutti coloro che vennero dopo la creazione del mondo sono del mondo; ma Cristo era prima del mondo, in quanto in principio era il Verbo, e tutte le cose furono fatte per mezzo di lui (Gv 1,1-3). Egli era "di lassù" non in senso spaziale (nell'aria, nel cielo o tra gli angeli, anch'essi creati per mezzo di lui), ma perché aveva origine dal Padre, al di sopra di ogni cosa creata, essendo il Verbo coeterno e Unigenito, per mezzo del quale sono stati creati tutti i tempi.
Il significato di "Io sono" e la necessità della fede
Cristo ribadisce: "Io - dice - sono di lassù. Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Ve l'ho detto: voi morrete nei vostri peccati" (Gv 8,24). Questa affermazione chiarisce che "voi siete di questo mondo" significa essere peccatori, malvagi, increduli e con il gusto delle cose terrene. A differenza degli Apostoli, che pur essendo nati "del mondo" cessarono di appartenergli per iniziare ad appartenere a colui per mezzo del quale il mondo è stato fatto (Gv 15,19).
Nessuno dovrebbe dire "Io non sono del mondo", poiché come uomini, tutti vi apparteniamo. Ma Cristo, il creatore del mondo, è venuto a liberarci da esso. Se il mondo ci attrae, significa che vogliamo rimanere immondi; se non ci piace più, siamo già mondi. Anche se la debolezza ci lega al mondo, colui che può mondarci abita in noi, e saremo mondi. "Se voi non credete che io sono, morrete nei vostri peccati" (Gv 8,24). Questa sentenza terribile sembrava togliere la speranza anche a coloro che avrebbero creduto. Ma il Signore aggiunse: "Se invece crederete che io sono, non morrete nei vostri peccati", ridonando speranza e scuotendo dal sonno chi dormiva, portando molti alla fede, anche tra coloro che lo avevano crocifisso. Cristo pregò per loro: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34). Se persino chi ha versato il sangue di Cristo ottiene perdono, quale omicida dovrà disperare? Il ladrone salvato sulla croce (Lc 23,39-43) dimostra che la conversione può portare alla liberazione anche per i più grandi peccatori. Il peccato non è la sventura, ma morire nel peccato senza la fede in Cristo.
L'affermazione "Se voi non credete che io sono" (Gv 8,24) è molto significativa perché non aggiunge nulla, richiamando l'affermazione di Dio a Mosè: "Io sono colui che sono" (Es 3,14-15). L'essere di Dio significa esistere sempre nel medesimo modo. Qualsiasi cosa soggetta a mutamento non può dirsi che "veramente è", poiché dove esiste anche il non-essere, non esiste il vero essere. Tutto ciò che cambia, non è più ciò che era, e in questo cambiamento si verifica una "morte" di ciò che fu. Solo Dio, la Verità, è il vero essere, immutabile e eterno.
"Di chi è la colpa?" - La cecità degli occhi e quella del cuore (Gv 9)
Cristo e la Legge: L'episodio dell'adultera
La prova dei Farisei
I farisei e gli scribi condussero a Gesù una donna sorpresa in adulterio, chiedendogli: "Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che cosa dici?" (Gv 8,3-6). Essi cercavano di metterlo alla prova per avere di che accusarlo.
La risposta della Sapienza
La risposta di Gesù fu: "Chi di voi è senza peccato, getti per primo una pietra contro di lei" (Gv 8,7). Questa risposta costrinse i suoi accusatori a rientrare in se stessi, a scrutare la propria coscienza anziché calunniare gli altri. Gesù non si pose contro la legge dicendo "Non sia lapidata", né si mostrò spietato dicendo "Sia lapidata!". La sua saggezza e mansuetudine si manifestarono nella giustizia che punisce il peccato, ma non per mano di peccatori. Colpiti da questa giustizia, tutti se ne andarono, rimanendo solo la donna e Gesù, "la misera e la misericordia" (Gv 8,9).
Gesù poi, dopo aver respinto gli avversari della donna con la voce della giustizia, rivolgendole gli occhi della mansuetudine, le chiese: "Nessuno ti ha condannato?". Essa rispose: "Signore, nessuno". Ed egli: "Neppure io ti condanno, neppure io dal quale forse hai temuto di essere condannata, perché in me non hai trovato nessun peccato. Neppure io ti condanno" (Gv 8,10-11). E aggiunse: "Va' e d'ora innanzi non peccare più" (Gv 8,11). Gesù, misericordia del Padre, ci insegna a non essere "scribi e farisei", accusatori dei nostri fratelli, ma a riconoscere i nostri stessi peccati.

L'annuncio della fine dei tempi e l'Arca della Chiesa
La venuta del Figlio dell'uomo
Il Vangelo rivela la descrizione della venuta finale del Signore sulla terra e la fine del mondo, preannunciando molte cose terribili che gli uomini e le cose avrebbero sofferto. Cristo rimprovera coloro che vivono da spensierati in un mondo che non offre sicurezza, infondendo timore sulla terribilità della sua venuta per il giudizio finale, pur essendo desiderabile per i fedeli vissuti in santità. La sua venuta alla fine dei tempi avrebbe avuto somiglianza con il tempo di Noè: "Come nei giorni di Noè: mangiavano e bevevano, si maritavano ed ammogliavano, compravano e vendevano, mentre Noè stava costruendo l'arca; e venne il diluvio e tutti andarono in rovina" (Gv 8,21).
La disastrosa sicurezza e il monito di Noè
La gente ai tempi di Noè viveva in una disastrosa sicurezza, irretita dai piaceri mondani, finché il diluvio li sorprese spogli e senza sostegno. Questo monito è valido anche oggi, offrendoci tempo per destarci dal sonno. I contemporanei di Noè perirono per l'accecamento demenziale che li portò a disprezzare i segni. Non si chiesero perché Noè, uomo giusto e saggio, costruisse un'arca così grande, come un araldo che gridava: "Convertitevi a Dio". Se avessero ragionato così e cambiato vita, avrebbero evitato la rovina, come fece Ninive, che in soli tre giorni di pianto e lacrime ottenne la misericordia di Dio. I cento anni di costruzione dell'arca da parte di Noè furono un tempo sufficiente per offrire a Dio il sacrificio di un cuore contrito e cambiare vita.
Per noi, l'arca è la Chiesa, e Cristo è il carpentiere che la costruisce da secoli, abbattendo gli "alberi" (popoli pagani) che non si imputridiscono per innalzare la sua mole. Sono passati molti anni e l'arca è ancora in costruzione; Noè (Cristo) grida ancora, la stessa costruzione grida ancora. Nulla potrà mandare gli uomini in perdizione se non l'incredulità. La Scrittura ha annunciato e visto avverarsi molti eventi, dalla creazione del mondo fino ad oggi, e pochi rimangono ancora da realizzarsi. Sarebbe insensato credere che questi ultimi siano immaginari. Dobbiamo credere negli eventi futuri come abbiamo visto realizzarsi quelli passati.
Il sentiero della vita: via stretta o via larga
L'uomo è invitato a scegliere tra due strade: una comoda, pianeggiante e attraente, ma infestata da briganti (il peccato e la morte); l'altra difficile, ripida e stretta, che richiede fatica e disagio, ma è sicura. Cristo, fatto uomo per amore degli uomini, ci dice: "Non andate per quella strada: è vero che lì il cammino si presenta facile, comodo e attraente; è vero che quella strada è battuta da molti ed è spaziosa, ma là dove essa finisce c'è la morte. Voi dovete avanzare: avanzate però in quest'altra strada. Nel cammino incontrerete delle difficoltà, che però saranno di breve durata, e quando le difficoltà saranno finite voi giungerete nell'immensa larghezza della gioia. Eviterete tutte le insidie che non è dato evitare a nessuno di coloro che vogliono passare per quell'altra strada".
Questo Uomo, il Verbo di Dio, ha parlato per bocca dei patriarchi e dei profeti prima di farsi carne e abitare in mezzo a noi. Molte profezie dell'Antico Testamento si sono avverate: la discendenza di Abramo, la schiavitù in Egitto e la liberazione, l'occupazione della terra promessa, la venuta e crocifissione di Cristo, la sua resurrezione e ascensione, la fede dei popoli e la persecuzione della Chiesa, la conversione dei re e l'insorgere delle eresie. Tutte queste prove eloquenti confermano la verità delle parole di Cristo. Dobbiamo aderire a lui, lasciarci "squadrare e incollare" come legni dell'Arca, evitando la superbia di essere legni fradici.
Molti increduli nell'ultimo giorno saranno come la gente al tempo di Noè, e solo coloro che sono nell'Arca sfuggiranno alla perdizione. Dobbiamo temere di non essere trovati in regola in quel giorno e prepararci. Non dobbiamo considerare le parole annunciate nella Chiesa come semplici parole inflazionate, ma come l'unica Parola di Dio, il "vangelo", che non è solo una "buona novella" gradevole, ma il messaggio da colui che è la Parola stessa di Dio e ha la chiave della verità e della vera gioia.
La ricerca della verità in Sant'Agostino
La delusione delle Scritture e l'adesione al Manicheismo
Agostino, inizialmente accolto nella comunione della Chiesa con il sale dei catecumeni, conobbe Cristo. Tuttavia, i suoi studi lo portarono a considerare la Bibbia un libro di storielle insoddisfacente rispetto al grande sapere della scienza. La sua delusione per il contenuto delle Scritture lo spinse a cercare una religione che corrispondesse al suo desiderio di verità, aderendo all'eresia dei manichei, che propugnavano una religione razionale e si atteggiavano a cristiani.
Il desiderio di verità e l'incontro con il Logos
Agostino fu un uomo alla costante ricerca della verità, insoddisfatto della vita così com'è, animato dalla domanda su cosa sia veramente l'uomo, da dove venga e dove vada, e come si possa trovare la vera felicità. Questa ricerca appassionata della verità lo condusse infine alle Sacre Scritture, poiché la questione della verità dell'uomo era strettamente legata alla questione di Dio. Egli era convinto che Dio esiste e si prende cura dell'uomo. Attraverso la filosofia di Platone, comprese che all'inizio di tutto c'è il Logos, il senso creatore del mondo. Ma la filosofia non poteva indicargli come raggiungere il Logos, che gli sembrava lontano e inavvicinabile. Solo la fede della Chiesa gli rivelò la verità: il Verbo, il Logos, si è fatto uomo.
La rivelazione delle Sacre Scritture e l'esegeta
Questa presa di coscienza permise ad Agostino di leggere più a fondo le Sacre Scritture. Nelle sue "Confessioni", descrive il momento in cui, tormentato dalle sue meditazioni in un giardino, udì una voce di bambino ripetere "Tolle lege, tolle lege!" ("Prendi e leggi!"). Nell'incontro con le Sacre Scritture, in particolare con le lettere di san Paolo, si rese conto che Dio, apparentemente distante, si era avvicinato agli uomini diventando uno di loro e mostrando il suo amore. La fede in Cristo, testimoniata nelle Scritture, portò a compimento la sua lunga ricerca della verità. Grazie all'interpretazione tipologica dell'Antico Testamento appresa a Milano dal vescovo Ambrogio, Agostino divenne uno dei più importanti esegeti della Bibbia, comprendendo come l'Antico Testamento sia una via per giungere a Gesù Cristo.
"Di chi è la colpa?" - La cecità degli occhi e quella del cuore (Gv 9)
Il predicatore della Parola di Dio: "Voce" al servizio del "Verbo"
La missione del predicatore
Agostino dedicò la sua vita all'annuncio del mistero di Cristo. Sulla base della sua esperienza, associò alla missione del predicatore della Parola di Dio un'immagine eloquente: Cristo è la "Parola" (Verbo), mentre Giovanni Battista è la "voce". Il compito del predicatore consiste nell'essere una voce percepibile e viva al servizio della Parola di Dio. La voce, il suono sensoriale che porta la parola da una persona all'altra, è destinata a scomparire, mentre la Parola rimane.
Giovanni Battista come modello
Sant'Agostino, riconoscendo in Giovanni Battista il modello del predicatore, suggerisce ai predicatori di oggi di concepire se stessi come puri precursori che restano indietro rispetto alla Parola che annunciano. Come Giovanni Battista non si riferiva mai a sé stesso, ma indicava sempre Cristo come Parola vivente di Dio, così anche i predicatori sono chiamati a rendersi disponibili come voce al servizio della Parola di Dio, affinché a essa sia dato lo spazio che le è dovuto.
Solo quando i predicatori si mettono al servizio della Parola di Dio in maniera credibile, essa torna ad occupare, al centro della vita ecclesiale, quel posto che le fu riconosciuto dagli Ebrei: nel rogo del secondo tempio, abbandonarono i vasi d'oro e d'argento, i candelabri e le lampade, persino il pettorale del sommo sacerdote, per salvare solo la Bibbia, riconoscendone il valore inestimabile. La Parola di Dio non può e non deve rivestire un ruolo inferiore nella vita e nella missione della Chiesa.
La crescita nella comprensione della Verità
Lo Spirito Santo e la debolezza umana
Lo Spirito Santo, promesso dal Signore ai suoi discepoli per insegnare loro tutta la verità che allora non potevano sopportare (Gv 16,12), insegna fin d'ora ai fedeli, nella misura della loro capacità di intendere le cose spirituali. Accende nei loro cuori un desiderio di conoscenza che cresce con la carità. Le verità che in qualche modo si conoscono, si sa che non potranno essere pienamente comprese in questa vita, perché "mai occhio vide, né orecchio udì, né cuor d'uomo poté mai immaginare" (1Co 2,9). Se il Maestro interiore volesse rivelarle ora nel modo in cui saranno conosciute allora, l'umana debolezza non potrebbe sopportare tale peso.
Non dobbiamo immaginare che il Signore abbia voluto nascondere arcani segreti, ma che la comprensione piena di quelle verità che apprendiamo e insegniamo normalmente richiederebbe una capacità spirituale superiore a quella degli Apostoli prima della venuta dello Spirito Santo. Qualsiasi cosa si possa apprendere sulla creatura è inferiore rispetto al Creatore, che è Dio sommo, vero e immutabile. Tutti parlano di Dio, ma chi lo comprende come deve essere compreso? Chi avrebbe saputo che è Trinità se egli stesso non l'avesse rivelato? La comprensione di Dio avviene per gradi, e nessuno, neppure tra coloro che intendono bene, riesce a comprendere come gli angeli.
Crescita spirituale e il Maestro interiore
Nell'anima si verifica una crescita che si compie non solo con il passaggio dal latte al cibo solido, ma con una assimilazione sempre maggiore di esso. Questa crescita non è fisica, ma una maggior chiarezza interiore, poiché il cibo è la luce intellegibile. Per conoscere e comprendere sempre meglio Dio, e se, quanto più si cresce, tanto più si vuole comprenderlo, non si deve chiedere aiuto a un maestro esterno che "pianta e innaffia", ma a "colui che fa crescere" (1Co 3,6).
Le "proprane novità di parole" e le eresie
È fondamentale non lasciarsi prendere dalla curiosità di ascoltare coloro che, cogliendo pretesto dalle parole del Signore "Ho ancora molte altre cose da dirvi, ma adesso non siete in condizione di portarle", si ingannano e vogliono ingannare, pretendendo di sapere cose sconosciute e incapaci di discernere il vero dal falso. Si riferisce alle vergognose turpitudini che Satana insegna alle anime volubili e carnali, per mezzo di coloro che promettono "pane clandestino" e "dolcezza di acque furtive" (Prv 9,17), intendendo cose che nella Chiesa non è lecito dire e credere apertamente. Questa clandestinità è il condimento con cui i nefasti dottori propinano i loro veleni ai curiosi, che credono di aver appreso chissà che cosa proprio a motivo del segreto.
Questi segreti illeciti e detestabili, estranei alla natura della religione cristiana, hanno dato origine a tante perverse eresie e favole ignominiose, inventate contro Dio. Gli eretici insipienti, volendo passare per cristiani, cercano di legittimare le loro audaci invenzioni, contrarie al senso comune, prendendo pretesto dall'affermazione del Signore, come se queste fossero le cose che i discepoli non erano allora in grado di comprendere, e come se lo Spirito Santo avesse insegnato queste nefandezze.
L'Apostolo Paolo, prevedendo tali situazioni, ammonisce: "Vi sarà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, ma si sovraccaricheranno di maestri secondo le proprie voglie, facendosi solleticare le orecchie, e storneranno l'udito dalla verità per rivolgerlo alle favole" (2Tm 4,3-4). Il fascino del segreto e del furtivo provoca un "prurito nelle orecchie" dei fornicatori spirituali. Paolo consiglia: "Evita le profane novità di parole, giacché queste progrediscono verso una empietà sempre maggiore e la parola di costoro si diffonde come una cancrena" (2Tm 2,16-17). Non tutte le novità sono profane (come il nome stesso di Cristiani, o il termine homousion contro l'eresia ariana), ma solo quelle che esprimono la donna insipiente e sfrontata che promette falsa scienza.
L'Apostolo Timoteo è invitato a custodire il deposito, schivando le profane novità di parole e le opposizioni di una scienza di falso nome, professando la quale taluni sviarono dalla fede (1Tm 6,20). Coloro promettono falsa scienza e deridono come ignoranza la fede delle verità proposte ai semplici fedeli.
Latte e cibo solido per gli spirituali e i carnali
La questione se gli spirituali abbiano nella loro dottrina temi che nascondono alle persone carnali e rivelano agli spirituali, si ricollega alle parole di Paolo ai Corinzi: "Non ho potuto parlarvi come a degli spirituali, ma come a persone carnali, come a degli infanti in Cristo. Vi ho dato da bere latte e non solido nutrimento, poiché non ne eravate ancora capaci. E neppure adesso ne siete capaci, essendo ancora carnali" (1Co 3,1-2). Inoltre: "Tra i perfetti esponiamo la sapienza" e "Parliamo adattando agli spirituali cose spirituali; l'uomo naturale non comprende le cose dello spirito: sono follia per lui" (1Co 2,6.13-14).
Bisogna tenere presente che il modo di intendere di uomini carnali e spirituali riguardo a Cristo crocifisso e alla sua carne (morte, ferite, spargimento di sangue) è diverso. Per i primi è latte, per i secondi è cibo solido. Ascoltano le stesse cose ma con una comprensione più profonda. La fede è comune, ma l'intelligenza spirituale del contenuto è diversa. Cristo crocifisso fu scandalo per i Giudei e follia per i Gentili, ma per i chiamati, Giudei e Greci, è potenza e sapienza di Dio (1Co 1,23-24). I fedeli deboli e carnali accettano per fede, quelli più maturi penetrano con l'intelligenza spirituale. Questo non significa che abbiano ascoltato in luoghi diversi, ma che ciascuno ha compreso secondo la propria capacità. Coloro che ancora dicevano: "io sono di Paolo" (1Co 1,12), non avevano capito ciò che aveva capito Paolo, il quale diceva: "A me non accada di gloriarmi se non nella croce..."