L'impatto della posta elettronica e della connettività digitale sulla vita moderna

La frase iconica "Accendo il mio computer, attendo con impazienza che si colleghi, vado online e trattengo il respiro finché non sento quelle paroline magiche: c’è posta per te!" pronunciata nel film 'C’è posta per te' evoca un'epoca in cui la posta elettronica rappresentava un evento atteso e desiderato. Oggi, questa sensazione sembra lontana anni luce, poiché ci troviamo spesso sommersi da un flusso costante di messaggi che genera un notevole stress.

Uno studio condotto dalla University of British Columbia ha dimostrato che le persone che controllano la propria casella di posta elettronica solo tre volte al giorno risultano meno stressate rispetto a coloro che lo fanno continuamente. La gestione di un numero elevato di messaggi in arrivo è un compito arduo. Il nostro cervello rilascia dopamina in segno di ricompensa quando riusciamo a svuotare completamente la casella di posta da leggere, equiparando questa azione al completamento di un compito. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, raggiungere questo obiettivo è praticamente impossibile a causa del bombardamento incessante di comunicazioni, che non si ferma nemmeno di notte o nei fine settimana.

Il fenomeno dell'iper-connessione fa sì che le comunicazioni ci raggiungano ovunque: a lavoro, a casa, in vacanza e durante i giorni festivi. La paura di perdere una comunicazione importante ci spinge a rimanere costantemente connessi, ma questo comportamento non fa altro che aumentare lo stress e l'ansia. Inoltre, distoglie la nostra attenzione da altri compiti essenziali, riducendo drasticamente la nostra produttività. L'obiettivo dovrebbe essere quello di riacquistare il controllo della propria casella di posta elettronica, anziché esserne controllati.

grafico che illustra l'aumento dello stress legato al controllo continuo della posta elettronica

Il contrasto tra vita reale e virtuale nel cinema

'C’è posta per te', diretto da Nora Ephron, è un remake del classico di Ernst Lubitsch 'Scrivimi fermo posta' del 1940. Nel film, Joe e Kathleen, rivali nella vita professionale, si incontrano sotto pseudonimo in una chat room, dando vita a un'amicizia che evolve in amore. Il tema centrale del film è l'opposizione tra la vita reale e la vita virtuale. Kathleen descrive la sua esperienza online: "Accendo il mio computer, vado online, e trattengo il respiro finché non sento quelle paroline magiche: c’è posta per te. Non sento niente, non un suono per le strade di New York tranne il battito del mio cuore. Ho posta, da te".

La corrispondenza tra i due personaggi avviene nella sfera del sogno, un luogo dove dovrebbe rimanere. Quando lui le chiede se pensa che dovrebbero incontrarsi, lei è spiazzata: "Ma scherzi? assolutamente no". Questo conflitto si ripresenta quando decidono di conoscersi, ma lui non le rivela la sua identità. Dopo la delusione iniziale, questo appuntamento mancato rassicura Kathleen, che suggerisce di continuare a scriversi lettere per tutta la vita, come George Bernard Shaw e Patricia Campbell.

Nel film, il nonno di Joe racconta al nipote di aver avuto, in passato, una corrispondenza con una donna: "Tu le scrivevi lettere?", chiede Joe. "Sì, per posta. Allora c’era la posta". Questa nostalgia per la comunicazione epistolare contrasta con l'era digitale.

locandina del film

L'evoluzione della comunicazione nell'era digitale

Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, capì subito la potenza dell'idea di connettere le persone online. Quando il suo amico e socio Eduardo Saverin insistette sulla necessità di trovare pubblicità per il sito, pensando a un possibile esaurimento del fenomeno, Zuckerberg rispose: "Non finirà mai. È come la moda". La recitazione di Jesse Eisenberg nel ruolo di Zuckerberg nel film 'The Social Network' si basa sull'inespressività, comunicando il carattere di un geniale ma emotivamente immaturo adolescente, incapace di uscire da se stesso e che conferisce alla parola "amico" un nuovo significato, più esteso e leggero. Zuckerberg, in quel contesto, appare solo e triste, affermando: "Ero il tuo solo amico".

I social network possono essere utilizzati in vari modi: visitando i profili degli amici, commentando foto o messaggi di stato, chattando, ecc. Essi possono fungere da potenti motori di cultura, partecipazione e democrazia. Questo ci porta a considerare un altro film che esplora tematiche simili.

'Thomas in Love': l'agorafobia e la paura della solitudine nell'era digitale

'Thomas in Love', diretto da Pierre Paul Renders, racconta la storia di Thomas, affetto da agorafobia, che non esce di casa da otto anni. L'unico contatto con l'esterno avviene attraverso un video-telefono, vero protagonista del film, descritto come una "protesi del suo corpo che vela e rivela" (Morandini). Thomas non si vede mai; tutto è in soggettiva, con lo schermo che mostra solo i primi piani dei suoi interlocutori, senza alcun movimento della macchina da presa. Il film analizza la paura del mondo e, allo stesso tempo, la paura della solitudine, il conflitto tra la separazione dalla realtà e il bisogno d'amore.

Si osserva un grande sviluppo dei mezzi di comunicazione, ma parallelamente un impoverimento delle capacità di comunicare con gli altri. 'Thomas in Love' presenta quello che il filosofo Pierre Levy definisce "orizzonte unimedia multimodale", ovvero "il progressivo costituirsi di un’infrastruttura comunicativa integrata, digitale e interattiva". Thomas comunica con l'esterno tramite collegamenti che si aprono e si chiudono continuamente, in un caotico accumulo di immagini in cui anche gli altri personaggi sembrano immersi: mentre parlano con lui, ricevono altri messaggi o controllano altri video.

Se all'inizio del film Thomas ha rapporti sessuali virtuali con un'immagine di donna che compare sul suo computer, alla fine uscirà di casa per raggiungere Eva, una donna reale. In questo modo, il futuro recupera il pensiero di Aristotele: "O anthropos zoon politikòn estì" (L'uomo è un animale sociale).

In The Mood For Love - Videosaggio: Analisi Spazio e Tempo filmico

Pattern e fidelizzazione nell'era dei contenuti digitali

Anche se non con impazienza, capita di imbattersi in contenuti simili, sia di lavoro che di svago. Ciò che accomuna questi due canali è un pattern, uno schema che si ripete. Sulla scia delle risposte, ci si è spostati verso un altro aspetto interessante: è pratica comune, se non una best practice, cercare di creare gallerie coerenti anche dal punto di vista dei colori, dove il pattern non risiede più tanto nella composizione quanto nelle tonalità.

Il punto di discussione era se avere un'idea di massima dei temi da trattare tolga qualcosa a ciò che si sta per dire. In fondo, non è una novità: in televisione e, precedentemente, alla radio, si sa bene che creare un appuntamento fisso fa sì che il proprio pubblico si abitui e tenda a fidelizzarsi. Tuttavia, trasportare logiche di funzionamento su canali differenti è sempre rischioso e non sempre funziona.

infografica che illustra i diversi tipi di pattern visivi nei contenuti digitali

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